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Confronto Testimonianze Voci diverse sugli stessi temi

Grafo

Accosta le voci di testimoni diversi sugli stessi grandi temi della memoria adriatica. Ogni voce racconta la propria esperienza — e insieme compongono un ritratto corale della storia vissuta.

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Identità e lingua
Come si viveva e si difendeva l'identità italiana a Fiume in un contesto multilingue e sotto il regime jugoslavo? Tre voci, tre esperienze.
Testimoni: Sandro Damiani Renato Pirjavec Corinna Gherbaz-Giuliano
SD
Sandro Damiani
Fiumano, attore e giornalista · intervista 2020
«Nonna parlava il fiumano, non posso dire l'italiano, l'ungherese, un pochino il tedesco e il croato. Naturalmente il croato sia lei che mia madre l'avevano in pratica dimenticato. Perché, praticamente, finché Fiume è stata sotto amministrazione italiana, il croato in strada e in luoghi pubblici non si doveva parlare.»

La storia del nome di Damiani — battezzato "Alessandro Vittorio Damiano", poi diventato "Aleksander" nel '68 per decreto dell'anagrafe — è emblema della pressione istituzionale sull'identità linguistica.

RP
Renato Pirjavec
Fiumano, ricercatore · intervista 2020
«A Fiume c'era questa commistione straordinaria. Si passava dall'italiano al fiumano, dal fiumano al croato, e poi magari saltavi all'ungherese o al tedesco. Non era una confusione — era un modo di essere. Eravamo nati così.»

Pirjavec sottolinea la dimensione quotidiana e positiva del plurilinguismo fiumano, ben prima che diventasse un campo di conflitto politico e identitario.

CG
Corinna Gherbaz-Giuliano
Fiumana, insegnante · intervista 2020
«La lingua era tutto. Era l'unica cosa che nessuno ti poteva togliere, anche quando ti toglievano il lavoro, anche quando ti spostavano di casa, anche quando scomparivano i nomi delle strade. La lingua rimaneva

Gherbaz-Giuliano descrive la lingua italiana come baluardo identitario nei decenni del regime jugoslavo, un gesto di resistenza quotidiana tanto quanto di appartenenza culturale.

Nota di sintesi
Tutte e tre le testimonianze concordano sulla centralità della lingua come marcatore identitario, ma con sfumature diverse: per Damiani è una questione burocratica e personale (il nome, la cittadinanza); per Pirjavec è una ricchezza naturale del contesto fiumano; per Gherbaz-Giuliano diventa un atto di resistenza sotto pressione politica. Tre generazioni, tre rapporti con la stessa lingua.
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Repressione e Goli Otok
Il gulag di Tito visto da chi ha perso un padre o un nonno. Tre famiglie, una sola isola.
Testimoni: Irene Mestrovich Adalbert Lulić Leonardo Bressan
IM
Irene Mestrovich
Fiumana · padre internato nel 1949
«La polizia segreta, UDBA è arrivata di notte. Di notte hanno prelevato mio padre… Mio padre è riuscito a scrivere un brevissimo messaggio su quella carta velina delle sigarette: "Non parlare con nessuno. Fai attenzione. Ti affido i miei piccoli." E l'ha nascosto nel colletto. Questo la nonna l'ha conservato e adesso ce l'ho io.»

Mestrovich aveva due anni e mezzo quando il padre fu prelevato. Il biglietto nascosto nel colletto della camicia è diventato il simbolo di un'intera generazione cresciuta nell'assenza.

AL
Adalbert Lulić
Fiumano · nonno internato, 5 anni
«Era stato condannato a cinque anni di lavori forzati. Nel suo dossier non è stato mai condannato, mai accusato… però in quel periodo quando lui è stato chiuso, la mia nonna ha perso il lavoro. Li hanno sfrattati.»

Il "dossier bianco" di Lulić è uno degli aspetti più inquietanti del sistema: la punizione è reale, ma la documentazione non esiste. Lo Stato cancella ogni traccia mentre la famiglia paga il prezzo.

LB
Leonardo Bressan
Fiumano · zio internato, partigiano decorato
«Salito sul treno, sparito. Circa un mese e mezzo dopo… si viene a capire che è stato portato sull'isola di Goli Otok. Questo generale riesce a farlo liberare nell'arco di 24 ore e mio zio, distrutto, psichicamente, abbandona Fiume.»

Lo zio di Bressan era un comandante partigiano — eppure non bastò. Il suo caso illustra come la repressione del Cominform non risparmiasse nemmeno chi aveva combattuto per la stessa causa.

Nota di sintesi
In tutti e tre i casi la repressione arriva di notte, senza processo, senza spiegazione. La famiglia paga il prezzo in termini di lavoro, casa e silenzio imposto. Quello che differenzia le storie è il modo in cui la memoria è sopravvissuta: un biglietto nascosto nel colletto, un dossier vuoto, un treno verso il nulla. In tutti i casi, è la famiglia — e non lo Stato — a custodire la verità.
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La scuola italiana
La scuola in lingua italiana era presidio culturale, spazio di socialità e talvolta atto politico. Cosa significava frequentarla?
Testimoni: Corinna Gherbaz-Giuliano Denise Defranza Laura Kunstek
CG
Corinna Gherbaz-Giuliano
Fiumana, insegnante · intervista 2020
«La scuola italiana non era solo un posto dove si imparava a leggere e scrivere. Era il luogo dove si restava italiani. Dove i tuoi genitori sapevano che tu saresti tornato a casa sapendo chi eri.»

Gherbaz-Giuliano insegnò per decenni nelle scuole italiane di Fiume sotto la Jugoslavia. La sua prospettiva è quella di chi ha vissuto la scuola come istituzione di resistenza culturale.

DD
Denise Defranza
Fiumana · intervista 2020
«A scuola ci insegnavano la storia d'Italia, ma fuori c'era la Jugoslavia. Dovevi imparare a tenere separati i due mondi. A casa una cosa, fuori un'altra, e poi a scuola una terza. Alla fine diventavi bravissimo a navigare.»

Defranza descrive la doppia coscienza dei bambini della minoranza italiana: una realtà domestica, una pubblica, una scolastica. La navigazione tra questi mondi diventa una competenza implicita.

LK
Laura Kunstek
Fiumana · infanzia a Cittavecchia
«In Cittavecchia si parlava… si parlava di tutto insieme. Croato, italiano, fiumano, dialetto. E a scuola ci chiedevano di scegliere. Scegliere sembrava sempre una perdita di qualcosa.»

Kunstek porta la prospettiva del quartiere popolare di Cittavecchia, dove il plurilinguismo era una realtà vissuta e la scelta della scuola italiana poteva significare una forma di separazione.

Nota di sintesi
La scuola italiana emerge come spazio ambivalente: presidio di identità per chi la vive come insegnante (Gherbaz-Giuliano), zona di negoziazione tra mondi paralleli per gli alunni (Defranza), e talvolta scelta dolorosa in un contesto naturalmente misto (Kunstek). Il punto comune è che scegliere la scuola italiana non era mai solo una questione educativa — era sempre anche politica.
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L'esodo
Partire o restare: una scelta che ha diviso famiglie, fratelli, generazioni. Tre esperienze dell'abbandono.
Testimoni: Alida Delcaro Giovanni Stelli Irene Mestrovich
AD
Alida Delcaro
Istriana, Dignano · intervista 2020
«Mio padre non voleva partire. Diceva: "Questa è la nostra casa, qui sono nati i miei genitori." Alla fine siamo partiti lo stesso. Lui non ha più voluto tornare neanche a vedere. Diceva che se tornava avrebbe pianto e non si voleva fare vedere piangere.»

Delcaro racconta l'esodo dall'Istria come lacerazione familiare. La resistenza del padre di fronte alla partenza, e il suo rifiuto di tornare, sono emblematici del trauma che l'esodo ha prodotto nelle generazioni.

GS
Giovanni Stelli
Fiumano, storico · intervista 2020
«Chi partiva non era un traditore e chi restava non era un collaboratore. Erano scelte impossibili, fatte in condizioni impossibili. E per decenni non si poteva dirlo — né da una parte né dall'altra.»

Stelli, storico, offre la prospettiva analitica: il silenzio che ha avvolto sia chi andò sia chi rimase — accusati vicendevolmente per decenni — è parte integrante del trauma collettivo.

IM
Irene Mestrovich
Fiumana · rimasta, famiglia divisa
«Il fratello maggiore di mia madre ha deciso di andare via. Mia madre voleva seguirlo, ma era incinta di me, e la nonna l'ha messa in riga: "Tu hai la tua famiglia. Devi rimanere." È prevalso il dovere coniugale. Non la convinzione.»

Mestrovich racconta come l'esodo abbia diviso la famiglia di sua madre: un fratello parte, lei resta. Non per convinzione ideologica, ma per un ordine della nonna. Una scelta fatta da altri, che ha segnato una vita.

Nota di sintesi
L'esodo non fu un evento uniforme: fu milioni di scelte individuali, spesso non libere, imposte da circostanze familiari, economiche o politiche. Delcaro racconta la resistenza di un padre e poi la resa; Mestrovich racconta una madre che non scelse davvero; Stelli ricorda il doppio silenzio che ha soffocato entrambi i lati per decenni. Restare non era fedeltà al regime; partire non era tradimento. Era sopravvivere.
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La guerra e la scelta
Combattere con i partigiani, resistere al fascismo, nascondersi. La guerra come momento in cui l'identità si definiva con il corpo.
Testimoni: Leonardo Bressan Irene Mestrovich Licia Antonelli
LB
Leonardo Bressan
Fiumano · padre partigiano dal 1942
«Mio nonno aveva un amico d'infanzia che era capo dei carabinieri a Gradisca, che gli ha sussurrato: "Stasera vengono a prendere tuo figlio." In quel momento ha dato al figlio la propria pistola — una Beretta — e mio papà è fuggito, ha oltrepassato il confine e si è arruolato nei partigiani.»

La "Beretta del nonno" è uno degli oggetti-simbolo dell'archivio: una pistola passata di mano in mano in una notte diventa il confine tra due destini, tra la resa e la resistenza armata.

IM
Irene Mestrovich
Fiumana · padre partigiano, poi deportato
«Mio padre faceva parte della "treča udarna" — erano tipi di commandos, quella che partiva all'attacco. È stato ferito: la pallottola gli è entrata da una spalla e gli è uscita sulla schiena. Da quella volta mio padre ha vissuto con un polmone solo

Il padre di Mestrovich combatté con i partigiani, fu ferito gravemente, fu trasportato su un carro a buoi, poi portato dagli alleati a Bari. Lo stesso uomo che sopravvisse alla guerra fu poi internato a Goli Otok per le sue idee.

LA
Licia Antonelli
Fiumana · famiglia deportata ad Auschwitz
«La guerra non era una sola cosa. C'era la guerra dei partigiani, la guerra degli ebrei, la guerra degli italiani, la guerra dei croati. E a Fiume tutte queste guerre si sovrapponevano, si mescolavano. La gente cercava di sopravvivere dentro tutte queste guerre insieme.»

Antonelli porta la prospettiva della famiglia ebrea fiumana: la deportazione ad Auschwitz come strato ulteriore di violenza in una città già attraversata da fronti molteplici e identità in conflitto.

Nota di sintesi
La guerra a Fiume non fu un evento unitario: fu una stratificazione di conflitti simultanei — la resistenza antifascista, la lotta partigiana, la persecuzione degli ebrei, l'occupazione tedesca. Le testimonianze di Bressan, Mestrovich e Antonelli mostrano come la stessa città e gli stessi anni abbiano prodotto esperienze radicalmente diverse, spesso inconciliabili. La storia orale è l'unico strumento che riesce a tenerle insieme senza semplificare.