Intervista a Leonardo Bressan

Luogo: Fiume/Rijeka  |  Data dell’intervista: 23 febbraio 2021

Intervistatori: Angelo Massaro |  Trascrizione: Angelo Massaro

Formato: Testo trascritto (.html)  |  📥 Scarica la trascrizione completa

Testo completo della trascrizione

(Grazie mille, soprattutto per la sua disponibilità ad aver accettato questa intervista. Si può gentilmente presentare? Come si chiama e dove è nato?) Sono Leonardo Bressan e sono nato a Fiume nel 1959. (In quale quartiere ha vissuto in questi primi anni?) Quindi in centro città, nello stesso appartamento da quando praticamente sono arrivato a Fiume. Sono nato a Capodistria nel ‘59 però sono a Fiume dal 1960. Sono arrivato che avevo un anno e un paio di mesi ma sempre nello stesso quartiere, nello stesso rione di Brajda che è in centro città subito accanto al Corso. (E le scuole dove le ha fatte lei?) Vicino a casa mia. Prima ho fatto la scuola elementare in lingua italiana “Dolac” e ho continuato al piano superiore alla scuola media in lingua italiana, l’allora Liceo italiano, anche a Fiume. (Prima, diciamo, di affrontare proprio questo aspetto della sua vita, l’aspetto della formazione e poi professionale. Se può anche menzionarci… un po’ l’esperienza e la storia della famiglia. Quindi come si chiamava suo padre?) Mi papà era Aldo Bressan di Gradisca d’Isonzo. (Classe?) 1925. (E la madre?) Era Oretta Tonini, coniugata Bressan, del 1929. (Ed era di Monfalcone?) Mia madre sì, era di Monfalcone. (Quindi i genitori si conoscono a Fiume?) Sì, dopo la guerra… dopo la seconda guerra mondiale si conoscono a Fiume anche se entrambi venivano da zone limitrofe, no? (Sa un po’ come si è svolto questo incontro? Queste prime simpatie come si suol dire?) No, questo non l’ho mai saputo dai miei genitori. Non ne abbiamo mai parlato però si sono conosciuti a Fiume, sì, proprio a Fiume. (E parlando della vicenda del padre, ecco, come si trovò a essere qui? In queste geografie, in questi territori?) Dunque lui… dopo aver finito l’istituto tecnico, le scuole medie, le superiori… a Gorizia, stava… doveva essere arruolato. È stato chiamato dai fascisti a Gradisca… si è nascosto, non si è fatto vivo e per caso, mio nonno Ermenegildo aveva un amico d’infanzia che era capo dei carabinieri a Gradisca che… gli ha sussurrato che “guarda che stasera-stanotte vengono a prendere tuo figlio…” In quel momento quindi era la fine del ‘42, fine del ‘42, inizi del ‘43… ha dato al figlio, quindi ha dato al mio papà la propria pistola che aveva da priva, una Beretta, e mio papà è fuggito, ha oltrepassato il confine, è oltrepassato in Slovenia e si è… arruolato quindi nei partigiani, no? (Mi scusi mi aveva menzionato, diciamo, in una chiacchiera prima dell’intervista che era di simpatie di sinistra, comunista, è anche un po’ di famiglia questo?) Mio nonno, quindi il papà di mio papà, Ermenegildo, è dei… ha partecipato alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia. È tornato… alla fine attraverso la Cina con l’Orient Express, eccetera. Quindi era… era molto di sinistra. Infatti gli hanno minato l’officina per due volte che era maestro calzolaio a Gradisca e quindi era un po’… era sulla lista nera dei fascisti. (Già era controllato.) Sì, sì. (E quindi dopo questa soffiata che riceve suo padre, decide quindi di oltrepassare il confine e ha, per caso, ora non è richiesto se non se lo ricorda… c’erano diciamo… questi come dire.. delle reti, era già in contatto con qualcuno già prima di oltrepassare il confine?) No, quello che io sappia è che ha incontrato in Slovenia altri connazionali che si erano spostati in quella zona… (Prima di questo momento non era conscio diciamo di…) No, no, aveva appena finito le scuole medie quindi era un ragazzino. Ed è passato in Slovenia senza conoscere neanche la lingua. Quindi lo sloveno l’ha imparato proprio durante la guerra con i partigiani. (E la lingua non la conosceva nemmeno suo nonno?) No. Lo sloveno… (Quindi precede il fascismo e le politiche di snazionalizzazione. Ok. E di questa esperienza in Slovenia, quindi lui si arruola nel movimento partigiano…) Sì, era nella brigata Garibaldi-Natisone… (E della brigata Garibaldi-Natisone c’è tutta una storiografia, lui ha mai riportato qualcosa riguardo possibili scontri all’interno magari anche sulle questioni rispetto Trieste?) Dopo la guerra, sì. Rispetto alle questioni che riguardavano l’allora zona A e zona B e quindi il destino di Trieste, dell’Istria, di Capodistria, Isola, eccetera… Ci sono state delle discussioni con i suoi ex compagni di guerra, tipo non so “Vanni”… eroe popolare anche in Italia ma nessuna rottura, no. In quel momento no. (In quel momento era saldo l’obiettivo di cacciar via…) Non c’è stata nessuna rottura né allora né dopo. (Benissimo e quindi ok. Lui è nel movimento partigiano. Qual è il suo principale teatro d’azione se le ha mai detto?) Quindi era la zona… c’era il battaglione… l’unità Osoppo ed era in quella zona, diciamo limitata alla Slovenia meridionale, geograficamente… (Però lui non ha, in effetti, lui a Trieste non è entrato… Ok e quindi in questo processo di liberazione, lui arriva a Fiume successivamente però ebbe già delle esperienze nel circondario o sbaglio?) Dunque, finita la guerra, viene spedito dal comando militare, viene spedito prima in Serbia, vicino a Belgrado, dove c’era un’accademia militare e diviene istruttore di volo a vela… da lì viene rimandato indietro, quindi ritorna in queste zone e arriva prima a Fiume, poi viene spostato a Capodistria e a Buie. Copre, diciamo, queste zone qui. Circola continuamente… a Fiume è uno di quelli che hanno portato a termine la costruzione dell’aeroporto sportivo a Grobnicco con prigionieri tedeschi, quindi soldati tedeschi che erano stati imprigionati qui ed è stato uno dei fondatori anche del club sportivo “Krila Kvarnera”, quindi le “Ali del Quarnero”… è stato attore presso il Dramma Italiano, presso il teatro nazionale qui a Fiume. Viene spedito a Buie e lì anche recita, fa regie per necessità della comunità nazionale locale. A Capodistria vive dal ‘50 al ‘56-57 e in quegli anni là poi fino al 1960, porta avanti “Radio Capodistria” ed è anche caporedattore di “Radio Capodistria”. Nel frattempo, un po’ a Capodistria, un po’ a Fiume, rivitalizza “Radio Fiume”, specialmente la redazione in lingua italiana perché dopo la guerra, il ‘53 e tutti quegli avvenimenti… (Sì, mi scusi solo un salto leggermente indietro ma è soltanto un’informazione. Durante l’esperienza partigiana già è comunque coinvolto, non so, in scrittura all’interno del movimento partigiano? Come giornali in ciclostile?) No, in quel momento no. (E di questa esperienza nel periodo della crisi di Trieste, in che modo personalmente ha vissuto questo momento?) Dunque lui dunque tenta di evitare l’esodo quanto gli è stato possibile ma anche tentato di mantenere attiva la presenza della comunità italiana nelle zone e quindi sia a Fiume che a Capodistria, che a A Fiume ha dato il suo contributo. Infatti Radio Fiume, come stazione radio locale, ha perso la sua autonomia a livello nazionale jugoslavo e da circa 100 dipendenti erano scesi a cinque-sei solamente… lui si è dato da fare ed è riuscito a rivitalizzare l’attività di Radio Fiume. Ha prodotto e condotto diverse trasmissioni tipo “La Bora”, “Musica con voi”… venivano riprese anche dalla rete nazionale jugoslava. È riuscito a mantenere viva anche Radio Fiume. E tra l’altro ha cominciato anche Radio Capodistria per la redazione informativa… (Prima di passare a una fase successiva, parliamo anche del lato materno, ecco. Menzionava prima di questa intervista che fu un po’ più problematica l’esperienza, invece… magari non direttamente della madre ma anche diciamo dei membri familiari?) Sì, mia madre è di Monfalcone, di Panzano, praticamente è un rione di Monfalcone… aveva un fratello maggiore, Bruno Tomini. Il mio nonno materno era quindi capomacchinista alle ferrovie dello stato a Monfalcone e poi si è fatto sei mesi di galera… dopo che si era rifiutato di guidare il treno di Mussolini da Monfalcone a Trieste. Cresciuto in quel modo di vedere le cose… del padre, anche mio zio, da ragazzo si è iscritto alla Farnesina. Ha finito la Farnesina ed è divenuto poi anche professore di chimica ma, iniziata la guerra, come capitano dell’esercito viene… stanziato in Gorski Kotar, quindi sopra Fiume e alla fine del ‘42… si… prende la propria unità e con i propri ragazzi si unisce ai partigiani in Gorski Kotar. Ha avuto diverse azioni di successo, viene naturalmente condannato a morte in Italia come disertore perché era capitano dell’esercito, era ufficiale. Durante la guerra entra nel battaglione “Pino Budicin”, diventa commissario politico del battaglione “Pino Budin” e al termine della guerra, finisce la seconda guerra mondiale come comandante del battaglione “Pino Budicin” fino alla chiusura, alla fine dell’esistenza del battaglio è stato quindi l’ultimo comandante che ha liberato anche Fiume, Pola, eccetera. (Si ricorda, per caso, dai racconti di famiglia come fu questo momento?) È stato duro perché al momento in cui ha abbandonato… ha disertato l’esercito italiano, anche i suoi genitori erano sotto pressione a Monfalcone ed è riuscito a portarli, tramite conoscenze, collegamenti, reti segrete, sono riusciti anche ad arrivare loro qui a Fiume. Quindi sia mio papà che mia mamma sono riusciti a portarsi i genitori oltreconfine in zone, diciamo, liberate dai nazisti e dai fascisti. (E riguardo la popolazione locale, ha esperienze diciamo de…) Li hanno accettato in modo fantastico, sì, sì. Infatti… mio nonno materno si era… impiegato al cantiere 3 maggio. Io a casa, quando è andato in pensione, c’ho ancora un grande quadro disegnato da diversi di quegli operai del cantiere 3 maggio con un centinaio di firme e felicitazioni per il pensionamento, eccetera. Quindi è stato amato dall’ambiente… dalle persone normali, dagli operai… L’altro nonno, il nonno paterno ha addirittura lavorato come bigliettaio al teatro qui a Fiume, che sarebbe il “Teatro Fenice” ora, allora si chiamava “Partizan”, no? Quindi anche lui amato, conosciuto, ricordato dai locali. Quindi si sono trovati proprio a loro agio. (Quello che, purtroppo, invece ha portato qualche problema maggiore è stata la cosiddetta dichiarazione del Cominform. In un periodo successivo, un tre anni dopo…) … infatti… mio zio che non poteva ritornare in Italia perché condannato a morte, si era impiegato come professore di chimica al Liceo italiano, qui a Fiume però con la dichiarazione del Cominform era sotto pressione dato che era anche una personalità della seconda guerra mondiale di un certo spicco perché essere il comandante del battaglione Pino Budicin che libera queste zone porta un certo onere, no? Ed è stato sotto pressione. Comunque lui educato dai genitori a… non fare soffiate di nessun tipo, si è rifiutato di parlare degli altri e… sotto pressione ha deciso di prendere il treno e di andare a Belgrado da un generale del comando supremo di Belgrado di Tito… per tentare di spiegare cosa gli sta succedendo. Non poteva più resistere a queste continue pressioni, salito sul treno, sparito. Circa un mese e mezzo dopo, per caso, questo generale… arriva a Fiume, sapendo che mio zio è a Fiume e conoscendolo dall’epoca… della seconda guerra mondiale, quando per un breve periodo mio zio era stato spostato a Drvar da Tito per circa quattro mesi… di cui non ha mai parlato neanche con noi in famiglia e questo generale è venuto a casa dei genitori di mio zio per fargli visita e li ha trovati in lacrime. “Cos’è successo?” “Sì, ma non è con lei?” “Come è con me? “Ma è partito un mese e mezzo fa per andare da lei e non è mai arrivato.” E si viene a capire che è stato portato sull’isola di Goli Otok. Questo generale riesce a farlo liberare immediatamente nell’arco di 24 ore e mio zio, distrutto, psichicamente, abbandona Fiume appena viene… ottenuta… la cancellazione quindi della condanna a morte. Penso sia stato nel ‘63 se non vado errato… è stato amnistiato per Napoli con tutta la famiglia, con la figlia e con la moglie. (Un’ultima domanda su questa vicenda e poi ripercorriamo gli anni successivi. Sa per caso se lo zio ha partecipato a una famosa, almeno da un punto di vista storico, manifestazione per l’appunto al “Teatro Fenice” che ci fu proprio in concomitanza con questa dichiarazione, dove molti monfalconesi, presero parte e se non erro cantarono “L’internazionale” per strada e ci fu una certa simbologia…”) No lui, finita la guerra, finito questo capitolo della propria vita. Quindi non era più comandante, non era più militare e niente, si era proprio staccato dalla vita di ogni giorni. Quindi non ha partecipato… (Quindi lei ha menzionato prima che ha fatto le scuole elementari alla “Dolac”, prima di tutto, che anno era? Il suo primo anno di… che erano ottennali?) Sì, erano ottennali. Io mi sono iscritto a neanche sette anni, quindi dato… che sono del ‘59 aggiungici… nel ‘65. Sono nato in luglio e mi sono iscritto in prima classe a settembre, quindi avevo sei anni e rotti. (In quanti ne eravate?) Eravamo in… quindici… (E diciamo… perché… magari in questi anni stiamo in una fase un po’ critica, magari un pezzico dopo, qualche anno ancora in più sarebbe ancora più critica la fase per le scuole italiane. La decisione da parte dei suoi genitori fu presa senza remore, tra virgolette, di iscriverla alle scuole… alle ottennali italiane, ci fu una discussione? Mi scuso di fare tutto questo background giusto per ripercorre questa fase storica. Avevano un po’ qualche timore perché con la lingua croata si poteva trovare qualche maggiore sbocco lavorativo?) No, io non ho avuto mai problemi. Non ho sentito nessuna tensione in famiglia quando hanno deciso di iscrivermi… infatti, tra l’altro, io ho imparato la lingua croato al momento in cui mi sono iscritto a scuola. Quindi, praticamente, parlavo forse qualche parole perché il mio vicino di casa parlava anche il dialetto fiumano se lo conosce Davide Stefanutti del Collegium Music Fluminense, quindi siamo cresciuti assieme. Siamo partiti insieme in prima elementare. (E i suoi genitori hanno imparato mai il croato?) I miei genitori, sì. (Ovviamente dopo un po’ di anni…) … lo sapeva un po’ meglio mia mamma dato che aveva delle… dei geni in famiglia sloveni. Infatti è stato… anche il cognome di mia mamma e di mio nonno materno è stato italianizzato perché prima Tominc… sì, infatti il fratello.. (Con la cz, c e z, c italiana…) … No,no Tominc, n e c. Infatti il più grande pittore sloveno è Jožef Tominc, che sarebbe lo zio di mio nonno. (E si conservava in famiglia qualche ricordo dello zio del nonno?) Sì. sì. (Era quantomeno un motivo di orgoglio?) Tramandato, sì. Quindi mia mamma sapendo lo sloveno già da bambina, da sempre, aveva imparato anche il croato… (Facciamo un accenno solo sulla madre, quindi questa diversità etnica… prima di tutto aveva una certa importanza o c’era una cosiddetta indifferenza etnica nazionale da parte di sua madre? Come si rapportava a queste due anime?) Lei si era sentita molto peggio prima, vivendo a Monfalcone che vivendo nella zona di Panzano e avendo delle origini pure slovene, non solo italiano, da parte della mamma ma sloveni dalla parte del padre. Venivano sempre indicati come “sciavi”, no? E… era un po’ un po’ dura crescere in quell’ambiente lì per una ragazza. E alla fin fine si è trovata meglio qui a Fiume. Molto più accettata qui a Fiume come italiana che non in quel momento da bambina a Monfalcone. (Grazie mille per questo ricordo. L’ho portata a tornare di nuovo indietro, mi scuso ma per inquadrare molti aspetti. Quindi durante le ottennali, prima di tutto, ricorda se in questo periodo ci fossero ancora… ma magari è un aspetto più presente nel passato, anche problemi a reperire libri di testo? Libri di testo in lingua italiana?) Forse… i primi due tre anni, quando eravamo nelle classi inferiori, quindi avevamo praticamente solo la nostra maestra… Renata Doubek, me la ricorderò fin quando son vivo. Fantastica, di Venezia, e… ma poi i libri di testo erano accessibili, li ricevevamo regolarmente senza nessuna… (Tramite l’EDIT?) Tramite l’EDIT e l’Università… (Popolare di Trieste. Ok, quindi conserva dei ricordi in particolare rispetto a questa maestra di Venezia ha detto. Come si trovò a Fiume?) Era fantastica perché ogni volta che andava in ferie, andava sempre a trovare la famiglia a Venezia e a ognuno di noi della sua classe, mandava ogni estate una cartolina da Venezia e quindi cartoline individuali a ognuno di noi ci mandava una cartolina da Venezia. Fantastica. (Magari possiamo fare anche un accenno a questi scambi tra Jugoslavia e Italia. Lei, al di là di questa parte della famiglia che andò a Napoli, conservò dei legami familiari “oltre Adriatico”?) Come no. Con la famiglia a Gradisca d’Isonzo, sì, altroché. (E andava spesso lì fisicamente?) Da ragazzo andavamo spesso a Gradisca finché c’era ancora vivo lo zio di… mio papà, Gigi, a Gradisca… che era il fratello di mia nonna… Silvestri… e poi anche dal cugino di mia mamma, che era Silvio, anche a Gradisca, quindi andavamo regolarmente senza nessun problema. (Senza problema al confine? E andavate con una vettura privata o mezzi di trasporto pubblico?) Mio papà era riuscito a comprarsi di seconda mano una Alfa Romeo Giulietta e… risparmiando soldi da queste sue attività… (Mi scusi le chiedo anche perché è un tema un po’ più pop da menzionare? Si comprava a Trieste o qui?) L’aveva comprata a Padova. (Quindi dai dinari si convertiva in lire. In una banca probabilmente?) Sì… però la macchina era immatricolata a nome di mia mamma, che era rimasta cittadina italiana. Il mio papà era dal 1950 jugoslavo e poi cittadino croato. (E poi la targa era “PD”, “PD” a Fiume?) Sì, quelle targhe nere e bianche… (E anche per le compere magari si andava più a Trieste?) Sì, quando c’erano quei periodi di crisi forse si andava anche a Trieste. Non spesso. Non spesso ma si andava. (E al di fuori dell’ambiente familiare, si ricorda di specifici commenti che… gli italiani diciamo nel suolo italiano, diciamo così, avanzavano nei vostri confronti, qual erano le reazioni quando uno si presentava dicendo “mi son fiuman” oppure “io sono di Fiume”? In che modo rispondevano?) In Italia? (In Italia, sì.) Ma non… io non mi ricordo di situazioni imbarazzanti durante la mia infanzia. No, quello no… Tra l’altro, al confine di Pesek, quindi al confine tra Jugoslavia/Slovenia e Italia… sia i carabinieri che specialmente le guardie di finanza… specialmente le guardie di finanza erano friulane quindi erano della zona. (E invece da bambino, adolescente, in tutte queste fasi di crescita, i suoi colleghi o conoscenze croate in che modo invece reagivano sapendo della sua base culturale italiana?) Io fino alla maturità, quindi fino al momento di iscrivermi alla facoltà sono stato sempre ben accettato e non sono stato isolato dal… dagli altri essendo… appartenente alla minoranza italiana. Non mi sono mai sentito una persona di secondo grado. Quello no. C’è stato un paio di… momenti di tensione… dopo essermi iscritto alla facoltà di medicina ma erano gli anni ‘70… dopo… il “Maspok” eccetera. (Mi scusi questo anche a Fiume? Alla facoltà di medicina di Fiume?) Sì. (Casi isolati e temporanei?) Sì, sì. (In un contesto storico particolare?) Sì, ok. (E passiamo un attimo, prima di andare in questa fase, quindi al Liceo. Anche un attimo di nuovo forse sulle amicizie. Nel suo, diciamo, gruppo, gruppetto. In questi anni diremmo che era un gruppo etnicamente misto o erano tutti italiani, tutti fiumani?) A scuola? (No, no, proprio per lei quando usciva.) Era un gruppo veramente misto perché vivevo in Città vecchia e quindi eravamo di tutte le etnie esistenti al momento quindi ma senza alcuna differenza tra di noi. Eravamo abbastanza omogenei… anche di quelle botte che ho ricevuto in Città vecchia. C’erano questi pestaggi… (La mularia…) Sì, la mularia, ma era fantastico. Una bella infanzia… (E il Circolo immagino lo frequentasse già?) Sì. Io ho iniziato a frequentare il Circolo al Liceo. (Si ricorda, diciamo, anche di alcune attività giovanili che venivano svolte?) Ma sì… all’epoca, quando eravamo alle scuole elementeri, c’erano i pionieri, c’erano le riviste… questi festival che si organizzavano in seno alla comunità italiana. Le riviste di Fiume, eccetera… (Mi scuso di nuovo, che ha menzionato il Pioniere come rivista. Però il periodo come esperienza se lo ricorda? Come fu quest’esperienza?) Ma eravamo tutti pioneri, tutto apposto. Felici di essere pionieri. (Dove l’ha fatta lei la cerimonia, a Cosala?) Alla scuola elementare “Dolac”. (Ah, alla scuola stessa?) Sì, in seno alla scuola. (E ci fu un ufficiale che tenne un discorso?) Non mi ricordo di nessun ufficiale in divisa. No, quello non mi ricordo. Forse sarà esistito. (E invece riguardo gli omladinci? Questa è una fase successivamente…) Fine ottennali, arrivando alle scuole medie però c’erano delle azioni di volontariato che erano utile. Tipo, non so, andare sul… o sul Monte Maggiore o sul Platak a pulire… (Le cosiddette “radne akcije”?) Radne akcije. Si faceva qualcosa di utile… (Ed erano volontarie? Cioè non era obbligato a…) Nessuno era obbligato in un senso… (Coercitivo…) Sì, però ti sentivi obbligato a partecipare… (Quindi era più un disagio sociale che psicologico o una repressione puramente politica?) Sì. Però ti guardavano in un modo differente. Però erano azioni che avevano un senso. (Rimaniamo un attimo su questa categoria… semiotica. Quale altro aspetto utile, positivo, che lei reputa positivo che si ricorda nel periodo jugoslavo che magari oggi…) … C’erano molte possibilità di… creare tante nuove cose. Ad esempio, durante il Liceo, ci siamo messi tre o quattro di noi, tra cui Ezio Giuricin, Fulvio Varljen, io… e con altri conoscenti più anziani… adulti… abbiamo fondato quello che oggi è… l’Akademsko-astronomsko društvo, quindi è stato bello… penso sia stato il ‘74 o il ‘75 quindi abbiamo proprio seminato una cosa di molto bello. (E questa società esiste ancora?) Sì, siamo stati noi dal Liceo che abbiamo creato questo che a livello anche nazionale è conosciuto. (E aver fondato questa società vi aiutava anche a girare?) Sì, conoscere altra gente… sì, sì, infatti io durante… io ero penso alla prima o al secondo anno della facoltà di Medicina, avevamo degli amici in Cecoslovacchia, tramite il mio papà dopo il ‘69 e siamo andati ad uno osservatorio e io parlando, eccetera, con questi astronomi. Ero un ragazzo… avevo al momento 19-20 anni, parlando “Ah da Fiume?” “Ah noi sappiamo dell’Akademsko-astronomsko društvo” quindi uno si sentiva orgoglioso. A Hradec Karlove, in Cecoslovacchia, lì al confine con la Polonia, avevano sentito parlare di Fiume, di noi. (Lei ha menzionato, ecco la Cecoslovacchia, il ‘69. Un anno prima c’era stato un evento importante… e… prima di questa intervista mi ha menzionato anche dell’attività svolta da suo padre da giornalista, molto molto importante. Se magari ci può fare anche un riferimento a questa storia?) Sì, lui, all’epoca, era giornalista de “La Voce del Popolo” e aveva iniziato una collaborazione con “L’Europeo” della Rizzoli e… sappiamo tutto quello è successo nel ‘68. Quindi l’invasione russa della Cecoslovacchia e… da prima avevamo questi amici in Cecoslovacchia e mio papà è riuscito, non so, tramite quali canali per telefono a mettersi in contatto con l’allora direttore della Banca per l’economia cecoslovacca di Hradec Karlove ed è stato… mi ricordo che è partito in auto con questa… si era comprato un auto nuova. È partito per Belgrado, è tornato lo stesso giorno e il giorno dopo è partito per la Cecoslovacchia e per circa dodici giorni non abbiamo saputo niente di lui. È stato l’unico giornalista straniero ad entrare in Cecoslovacchia il terzo giorno dopo l’irruzione delle forze armate russe e … il momento forse a livello professionale per mio padre è stato quello quando è riuscito a intervistare, agli arresti domiciliari, Dubcek, il presidente cecoslovacco. È stato presentato come intervista con la madre di Dubcek per sicurezza e l’ha fatto per “L’Europeo” ed è stato uno scoop che ha venduto in tutto il mondo. E di seguito è riuscito anche a fare un’intervista esclusiva con Emil Zatopek che è era ufficiale dell’esercito cecoslovacco che era stato destituito con l’invasione russa ed era ex olimpionico… oro mondiale eccetera alla maratona… (Magari lei era ancora piccolo, queste sono delle mie ipotesi… per avere una… coscienza politica così sviluppata però almeno a livello di ricordi, si ricorda come in città fu… al di là dei racconti del padre che sono di una rilevanza importante perché aveva una testimonianza diretta ma come hanno vissuto questo momento storico, se dalla Jugoslavia e in particolare da Fiume ci furono iniziative a sostegno del… di chi supportava.. cioè l’opposizione ovviamente al modello sovietico, all’invasione in particolare insomma?) Ma quindi… c’era un’opposizione… a un intervisto tale dell’Unione Sovietica in Cecoslovacchia ma era un’opposizione anche chiara di Tito a interventi di quel tipo lì. E quindi da quel lato lì eravamo tutti sul mainstream ufficiale che contro interventi di occupazione della Cecoslovacchia che… presentava un socialismo dal viso umano… che era quello che voleva anche Tito per la Jugoslavia. (C’era anche un club, mi scuso, che si chiama “Jan Palach”…) Infatti mio papà ha conosciuto Jan Palach e anche la ragazza e ha fatto anche un’intervista con tutti gli amici di Jan Palach e con la fidanzata quindi è stata una di queste serie di interviste… di interventi che sono stati pubblicati da “L’Europeo” e fatto da mio papà. E quindi è stato lanciato ed è stato il suo momento professionale migliore… (Ritorniamo di nuovo a lei. Mi scuso per questa ulteriore digressione…) Io ero orgoglioso di mio papà perché si parlava di lui e io ero “il figlio di…” (E riguardo il Liceo che ricordi conserva di questo periodo? Quindi lei ha detto che lei si scrive nel sessant...a sei…) Io ho finito il Liceo nel ‘77. (Ah quindi ha iniziato nel ‘72 e quanti ne eravate?) In classe ne eravamo in 20. Quindici ragazze e cinque ragazzi. Fantastico. (E i professori? Si ricorda di alcuni professori in particolare?) Ma sì, come no, il preside, l’indimenticabile Corrado Iliassich, la moglie che era la nostra professoressa di italiano… Maria… il mio professore di biologia Sandro Dunjak, ex liceale anche lui. E poi, una situazione, una professoressa di matematica che mi ha fatto proprio sanguinare per quanto riguarda la matematica… noi, la mia classe, era la prima generazione. Lei si era appena laureata ed aveva appena iniziato a insegnare matematica… la Ermina… per noi era terribile e infatti io mi sono fatto gli esami di riparazione in matematica sia in prima che in terza. Non solo io, in più di noi. Era proprio pesante la matematica e arriviamo a mia figlia che fa… ai tempi d’oggi che fa sia la Dolac che il Liceo e un giorno mi viene a casa e mi dice: “Abbiamo una professoressa fantastica. Ci tratta così bene, ci ama tanto. È come una nonna!” E io le chiedo: “Ma chi?” “La Erminia.” Io mi fermo e dico: “Scusa parliamo della stessa persona?” Quindi la vita racconta delle storie fantastiche io che sono stato la prima generazione della professoressa Erminia e mia figlia che è stata l’ultima generazione prima del pensionamento. (E ci si addolcisce col tempo) … Appunto è una storia propria… (Però ha avuto una buona formazione in matematica. Non so se avrà pure impattato, non lo so, in un certo senso o forse no…) Io ero migliore in geometria… (Quindi mi diceva che finisce nel ‘77 il Liceo e si iscrive alla facoltà di medicina…) … di medicina a Fiume. (Com’era quest’ambiente alla facoltà di medicina? Prima ha menzionato anche qualcosa, ma in generale come è stata questa esperienza?) È stata dura la preparazione per gli esami d’ammissione alla facoltà perché quattro anni di Liceo, studiati in italiano, in lingua italiana, dovevo… reimpararli, da zero, in croato… perché la terminologia è differente, quindi tutto un altro ambiente. Quindi le tre materie, erano le materie basi che erano fisica, biologia e chimica… ed è stata dura, tutta l’estate è stata dura. Però sono riuscito a iscrivermi a medicina… La facoltà… alla facoltà mi sono trovato, devo dire, molto bene. Studente, sappiamo come è essere studenti però avevo sempre delle iniziative… di… di… creare qualcosa di nuovo. Infatti, all’epoca, avevamo, a livello jugoslavo, ogni anno un congresso nazionale, a livello jugoslavo di tutti gli studenti di medicina e stomatologia della Jugoslavia per i quali preparavamo dei lavori di ricerca che poi presentavamo che ogni anno si teneva in località differenti quindi giravamo anche per tutta la Jugoslavia. Era un ottimo modo di conoscerci a vicenda. (E c’era un’opportunità magari di presentare in una fase successiva, però anche i propri lavori all’estero, tipo aggiornamento professionale, seminari?) Quello è venuto dopo… sono stato visto… mi hanno seguito e, tramite uno dei miei “mentor,” ho conosciuto uno dei più grandi ginecologi e studiosi in Jugoslavia, che era … (46:45) di Zagabria e lui mi ha preso. Sono stato un suo protegé. Ho fatto diversi lavori di ricerca che ho presentato anche all’estero a Chieti, a Genova… eccetera e quindi ero l’unico, che io sappia, l’unico studente di medicina della Jugoslavia che presentava dei propri lavori di ricerca a congressi europei e mondiali di ginecologia e ostetricia. (Quindi, mi scusi, questi paper, questi lavori scientifici, avevano comunque, ovviamente possibilità di circolare, al di là di questioni confini politici?) Sì, sì. (Non c’era assolutamente problema…) … non c’era nessuna barriera o filtro, niente. (Quindi si leggeva cosa veniva prodotto in Jugoslavia, come voi leggevate cosa veniva prodotto in Italia, in Francia e così via…) Sì, come oggi praticamente. (Immagino fosse già in inglese la lingua, diciamo, internazionalm… globalmente…) … usata per comunicare, sì. Erano quasi i tardi anni settanta e i primi anni ottanta. (E le volevo anche chiedere… rileggendo l’ultima parte… sì, in effetti, questi sono anche in cui si inizia, forse, anzi le chiedo come era personalmente questa percezione, se intravedeva o meno, dei richiami a quello che sarebbe successo dopo da un punto di vista di tensioni etniche… Ah, anche una cosa, mi scuso di fare questo salto indietro. La scelta di fare le scuole a Fiume e non in Italia magari, fu dettata dalla convenienza di essere già qui?) Sì. (Magari lei ha detto… mi ri-educo da un punto di vista professionale in croato per vicinanza al contesto o aveva anche valutato di andare in Italia?) No, è stato per inerzia. Qui c’era un’ottima facoltà. Io usavo molto bene, oggi lo uso ancora meglio, il croato. Quindi non ho avuto poi problemi, durante gli studi, di… di includermi nel tessuto sia locale che statale. (Mi scuso perché poi avrei perso un po’ il filo di queste questioni. E riguardo la domanda che stavo avanzando in precedenza. Quindi ha un po’ un fiuto o non se l’aspettava poi una tale…) … Io non me lo aspettavo anche se poi sono cresciuto… al fianco di un giornalista che si occupa di politica, di… no, né lui, né io ce lo aspettavamo in quel modo. Forse l’ultimo anno prima dello scoppio di tutti i problemi, sì. Forse l’annusavamo ma non di quelle dimensioni… (Lei aveva anche colleghi serbi?) Sì, altroché, altroché. Di tutte le parti… di tutte le repubbliche jugoslave perché i collegamenti, le prime amicizie e conoscenze le avevamo durante questi incontri di studenti di tutta la Jugoslavia, quindi questi congressi… eravamo tutti che ci conoscevamo a vicenda. (E però questi colleghi di base a Fiume… alcuni di questi furono poi impattati dall’esito, diciamo della…) Sì, però devo dire che a Fiume la situazione è stata migliore che non in altre parti della… Croazia è stata più mite. Come dire… è come se fossimo stati più con i piedi a terra. Non tanto esaltati. Infatti ci sono stati molti meno traumi nelle vite della popolazione. (Lei motiva questo aspetto per… non so, che motivazioni adduce?) Non so, una mentalità mitteleuropea… quindi un… un’amalgama di culture, di lingua, di etnie… che non poteva portare a delle rotture, viste in altre zone della Croazia. (Di questa amalgama… poi ci sono degli input che io cerco sempre di… la viveva anche in famiglia magari anche nei sapori, nelle canzoni?) Sì, sì, alla fine si aggiungeva da tutte le parti non solo dalla Jugoslavia per quanto riguarda la cultura, l’alimentazione ma anche da tutti gli angoli più remoti dell’Europa e del mondo. (Ha degli esempi, diciamo… particolari in merito?) Non lo so, per quanto riguarda l’alimentazione. Sì, esiste quello che è l’alimentazione tipica mediterranea, però qui si mangia di tutto che appartiene a tutte le zone della Jugoslavia e a tutte le zone europee. Non c’è una preferenza tipo mangiamo solo… cibi croati o… no, no, era proprio un’amalgama… (Quindi questo si ripercuote in vari ambiti…) anche la lingua il croato che viene parlato a Fiume è diverso ed è interessante anche durante la guerra e dopo quest’ultima guerra, uno che da Fiume superò il confine ed arrivava a Belgrado, quando diceva di venire da Fiume veniva accettato subito. “Ecco uno dei nostri.” Nostri, assurdo ma… non veniva visto che era nemico. Se diceva che veniva da Zagabria o da Zara erano sull’attenti e avevano una reazione diversa. Uno se veniva da Fiume era accettato subito. (Questo riguarda prima del conflitto?) … e anche dopo! (E solo un accenno su questa diversità anche linguistica. In che modo è diverso?) È una lingua più dolce, sono anche dialetti che sono più dolci ma anche un modo di dire e di usare dei termini in modo differente da tutto il resto della Croazia. Non sono dei modi di dire duri ed esclusivi come possano essere a Zara o a Zagabria. Non so perché ma è un modo di parlare, una melodia accettata in tutta la Jugoslavia come propria… (Va bene e muoviamoci verso… purtroppo gli anni duri dell’ultima guerra. Lei è stato personalmente chiamato in questi anni? Si ricorda in questo prima momento cosa accadde?) Dunque agli inizi del conflitto, io mi sono subito attivato e… mi sono occupato di… trovare, portare, assicurare aiuti umanitari, tipo medicinali e cibo… per le zone colpite. Quindi per la popolazione colpita anche dagli esodi… per gli sfollati, eccetera… Quindi da Milano a Genova, eccetera. (Quindi era un’azione individuale o era parte di un collettivo?) Io sono uno dei fondatori dell’Alleanza Democratica Fiumana, un partito che esiste ancora ma sotto altra forma che adesso è il PGS… “Primorsko Goransko Savez”… sono uno dei dodici fondatori. E in seno a questo partito politico locale abbiamo organizzato diversi viaggi per raccogliere questi aiuti umanitari necessari. Quindi nel ‘91, ‘92 e nel ‘93 sono stato chiamato sul fronte in Lika e sono stato… facente funzioni di comandante sanitario della centoundicesima brigata dell’esercito croato e sono tornato. Quindi mi sono tolto l’uniforme nella metà di dicembre… verso la metà di dicembre del… ‘95. Quindi la guerra era finito in agosto e io sono tornato in dicembre. (Se le memoria le reputa non essere troppo traumatiche. Quello che si sente di ricordare… Come è stata quest’esperienza sul campo?) Io posso dire… di quello che stava attorno a me, quindi della centoundicesima brigata dell’esercito croato che si portava con sé questo… abito mentale fiumano, aperto e mitteleuropeo. Quindi senza estremi, senza estremisti nelle proprie file. Quindi anche leggendo quello che succedeva… testimonianza in altre zone della Croazia, durante questo conflitto, tante volte non riuscivo a riconoscere queste situazioni perché non succedevano nelle nostre file. (Ma fondamentalmente, da quello che ho avuto modo di capire, chi era di Fiume veniva mandato in queste aree, la Lika in particolare?) La Lika in particolare… (Non si… non si.. andava…) C’erano anche unità che erano state mandate a intervenire in Bosnia… così. Quello dipendeva dal comando supremo. (E invece, faccio soltanto un salto indietro. Lei ha detto che non ci furono delle ripercussioni ampie ed estreme a Fiume ma ci fu, diciamo, un chiaro…) C’era un senso di insicurezza nella popolazione, questo sì delle varie etnie. Un senso di insicurezza perché era la guerra e uno non sapeva più… cosa fare, come comportarsi, eccetera, ma incidenti o cose brutte non sono mai successe. (Si ricorda magari la partenza dell’armata jugoslava dalla città?) Sì. Infatti io abito… nella via di fronte a me c’erano tutti questi ufficiali che abitavano… sono testimone della loro partenza. Anche quella partenza è stata organizzata, effettuata, successa in un modo, come dire, civile… (Ok perfetto…) … anche se triste. Un momento triste, vivevamo assieme. Ma è stato fatto in modo civile. (Una domanda invece personale. Dal punto di vista culturale, etnico o come preferiamo definirlo, come si sentiva a essere un po’… ad avere due anime allo stesso tempo. Essere di cultura, madrelingua italiana ed essere parte in quel momento del tentativo di difesa o supporto al tentativo del processo di indipendenza croato? Come lo viveva?) Ma io mi sentivo forse un po’ meglio dato che ero nel settore sanitario, quindi ero ufficiale sanitario e quindi mi occupavo del mio lavoro come medico, no? Quindi non ero sottoposto a decisioni di carattere strategico, politico, militare, eccetera e forse mi sono… mi sono trovato comunque un po’ meglio di altri, devo ammetterlo, sì. (Invece mi ha detto di queste reti di solidarietà che si creavano, lei andava in Italia in una fase precedente, riguardo invece proprio i rapporti tra la comunità fiumana in Italia in questi anni, nota dei cambiamenti anche? E con la guerra se ci furono delle attività particolari che investivano la comunità degli italiani di Fiume al di là degli aiuti?) C’era una costante comunicazione e collaborazione, questo sì. Bisogna sottolineare che l’Italia, come paese madre, come dire, non ha mai abbandonato la comunità italiana, la minoranza italiana i queste zone, quello no. È stata sempre attenta alle necessità quindi non abbiamo perso niente, non siamo stati… proprio rovinati da questa guerra… Sì, partecipando al tessuto… locale anche noi abbiamo dovuto sopportare delle inefficienze del governo centrale di Zagabria. Dopo la guerra, la ricostruzione, logico no? Ma che le cose siano peggiorate no, no, no. (Ok. Allora ci incamminiamo verso la fase finale di questo nostro racconto, come si dice di “autorità condivisa” nel senso della storia orale… e quindi lei ha visto alcune… ecco, magari, in che modo questi cambiamenti hanno impattato la comunità italiana nel passaggio dalla Jugoslavia alla Repubblica di Croazia?) Ci sono stati dei momenti di tentennamento. Qualcuno diceva “ci stiamo sbriciolando” eccetera… ma penso che non sia possibile cancellare una comunità o un’etnia da queste zone dopo tanti secoli o migliaia d’anni. Penso che… forse al momento siamo sulla via giusta per stabilizzare la comunità italiana in queste zone. Basta non legarsi, è un’opinione mia, basta non legarsi troppo alle… forze politiche di destra in Italia perché non penso che possano rappresentare un futuro duraturo per un’etnia al di fuori del paese madre. (Certo e riguardo ques’ultimo punto.. no, cerco di metterlo in maniera meno problematica possibile, che idea si è fatto di questo processo che nel 2004 porta all’istituzione del “giorno del ricordo” e con una certa commemorazione pubblica che viene portata avanti in Italia… si senta libero di dire quello che vuole in merito… scegliere se dire tutto… se pensa che ci siano comunque delle rimozioni in questo processo di commemorazione che investe entrambi i lati dell’Adriatico e se investe entrambi i lati dell’Adriatico?) Ma attingere sempre a quei brutti momenti della storia per continuare a dividerci penso non porti a nessun futuro. Penso sia il momento di guardare il futuro pensando di organizzare il presente, logicamente sulle basi del passato. Quindi guardandoci dietro nel passato vediamo che sono tanti gli errori che sono stati fatti, tanti i traumi, penso che… continuare a scaldare sta minestra riscaldata, tante volte comincia a puzzare e tutto rovinato. Guardiamo al futuro, sono tutti… sono stati tutti a fare degli errori. Nessuno è innocente e sono tutti colpevoli di quello che hanno provocato agli altri. Quindi qui bisogna guardare al futuro. (E quindi davvero in ultima battuta per questo finale di questa conversazione, per lei cosa significa essere fiumani? Un po’ domanda da “Libro Cuore”...) Sì, analizzando un po’ la mia vita, il mio passato, il mio presente… tutte le mie esperienze personali, professionali, di famiglia, eccetera… essere fiumano significa essere… appartenere al mondo intero, quindi qualsiasi cultura e appartenenza nazionale dai cinesi, africani, Uganda, Zaire, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, sono passati tutti attraverso Fiume nei secoli, tutti hanno lasciato delle traccie e queste traccie hanno creato quello che è Fiume e quello che è l’abito mentale di un fiumano, quindi dal modo di usare le parole, della lingua, della cultura, del modo di vivere le cose, del modo di vedere le cose. Essere fiumano significa davvero appartenere al mondo intero.