Intervista a Denise Defranza

Luogo: Fiume/Rijeka  |  Data dell’intervista: 23 febbraio 2021

Intervistatori: Angelo Massaro |  Trascrizione: Angelo Massaro

Formato: Testo trascritto (.html)  |  📥 Scarica la trascrizione completa

Testo completo della trascrizione

(Salve, la ringrazio inannzitutto per essere quei, di aver accettato il mio invito. Come si chiama?) Allora, il mio nome è Denise Defranza e sono nata a Fiume nel 1958 da un matrimonio misto, sono già dall’inizio il tipico esempio di persone che vivono da queste parti. Mio papà è croato e mia mamma era di nazionalità italiana, però vivevamo coi miei nonni materni, quindi da sempre la lingua materna è l’italiano o meglio dire, il dialetto fiumano. Insomma fino ai cinque o sei anni, io nemmeno conoscevo croato il perché si viveva in casa e così via. Tanto che mi hanno fatto frequentare un anno di asilo croato per potermi preparare per la scuola… Per cui ho frequentato le elementari croate. Prima di iniziare a… a fare la scuola, i miei si sono messi d’accordo, non sapevano se farmela fare… iscrivermi alla scuola italiana o quella croata. Quella croata era più vicina e poi in quel periodo le scuole italiane erano in grande crisi. Avevano pochi alunni, addirittura da quello che sento due o tre per classe. Io avrei dovuto frequentare la scuola Belvedere, siccome sono nata nel rione di Belvedere e si erano informati che in quella classe c’erano solo quattro bambine quindi i miei avevano considerato che questa non era un’atmosfera molto… sana… molto normale, solo quattro femmine, pochi e solo femmine. Così che io ho iniziato frequentando la scuola croata dove eravamo in trenta-trentacinque in classe. Eravamo da tutte le parti che, quella volta, neanche ti ponevi la domanda “da dove viene questa gente? Da che parte vengono questi cognomi?” Col senno di poi, quando è iniziata questa ultima guerra patriottica, tra serbi e croati, io mi sono resa conto che con me in classe c’erano musulmani, non so, di origine ungherese. Ma quella volta, semplicemente, questa non era una cosa importante. (Se le posso chiedere questa “non importanza” del fattore etnico però per quanto riguarda la componente slava, lei lo imputa alla… alla narrazione e proprio il modo in cui si era costruita la Jugoslavia e quindi alla “Bratstvo i Jedinstvo” o era proprio l’indifferenza delle persone?) Non saprei, forse era la politica così. Siamo tutti uguali, viviamo tutti… sarà stato questo, non so. Io so che con me frequentavano ancora tre o quattro figli di fiumani. Però noi non abbiamo mai, tra di noi, non perché ce lo veniva vietato di parlare ma semplicemente, non so, non era una cosa che si considerava tanto importante. Poi io, da piccola, io ho continuato sempre a parlare l’italiano a casa. Arrivavano questi “Topolini” i giornaletti dall’Italia perché tutti avevamo parenti che vivono in Italia. Eravamo sempre molto desiderosi di libri… Il nonno leggeva libri gialli che gli venivano prestati oppure… le donne, “Oggi,” “Gente.” Le riviste insomma. La televisione sempre si… si seguiva la televisione italiana però non era come adesso che tu hai tutta questa possibilità. Avevamo quella vecchia antenna e incominciavi a guardare. Dopo un certo momento si interrompeva e, insomma, era tutta una storia. (Lei mi diceva che suo padre è croato e quindi figlio di matrimonio misto. Croato di dove?) Lui era anche misto di mamma slovena e padre dalmata che i miei nonni paterni si sono incontrati in Francia perché lui. Il nonno era da una regione povera ed è andato in Francia a fare il minatore. E mia nonna, invece, era orfana, lavorava nella mensa dove mangiavano questi minatori, si sono conosciuti, hanno fatto due figli. Mio papà è nato in Francia e poi li hanno richiamati, dopo la seconda guerra, e gli hanno dato casa ad Albona perché lì c’era la miniera e lui lì ha continuato a lavorare come minatore e insomma hanno vissuto lì. (Mentre il lato materno era già originario di Belvedere oppure…) Mia nonna era di Torretta, lì avevano la loro casa e così via. Mio nonno, invece, era di Suss… dall’altra parte, “oltre il ponte” di Sussak, della via… come la chiamano... Luisinska, oppure Račkoga la chiamano adesso. E suo padre anche… la mamma era slovena e lui, invece, era originario dell’Istria, Dessardo. Insomma siamo tutti un mix. (E riguardo una questione di “oltre il ponte,” almeno i ricordi di famiglia perché quando lei era nata già c’era stato, chiamiamolo accorpamento, insomma espansione urbanistica della città. Com’erano, dai racconti, questi scambi tra le due aree insomma?) È durato anni e anni che i fiumani non volevano andare ad abitare “oltre il ponte” però la stessa cosa succedeva anche con quelli di Sussak che erano, diciamo, un po’ restii anche se lo stesso… non c’era un astio tra la gente perché mia mamma che veniva a ballare al Circolo, diceva che sempre venivano questi ragazzi di Sussak e più o meno tutte le persone di Sussak conoscevano l’italiano. (E un’altra cosa che forse, magari non è importante, però le vorrei chiedere come quelli di Sussak, dalla prospettiva familiare almeno, perché non posso chiedere per tutti, come dire, consideravano quest’arrivo di persone da fuori? Perché alla fine anche quelli di Sussak erano locali, come i fiumani, come loro interpretavano questi cambiamenti? Positivamente, negativamente, non se ne fregavano?) Non so rispondere a questa domanda perché io sono sempre stata educata in casa mia di accettare queste diversità, eccetera, così che io personalmente, da me, a casa non si sono fatti dei problemi in questo senso. Probabilmente qualcuno la pensa diversamente ma dico forse era la conseguenza di questa politica che… tendeva a… far vivere tutta questa gente assieme che poi alla fine è risultato che forse, sotto-sotto, sempre covava… (Quindi lei fa le ottennali, si chiamavano ottennali?) Sì, le ottennali. Io ho fatto le ottennali croate. (E la scuola si chiamava, mi scusi?) Josip Brusić, adesso si chiama Brajda. Era un combattente Josip Brusić. Una volta terminata questa scuola, a me è venuto in mente di frequentare il Liceo italiano. Perché ho detto io la lingua la so, la parlo, il dialetto… però non la so bene… perché non conoscevo né l’ortografia più di tanto né la grammatica e così via. E allora ho preso questa decisione che mi sono ritrovata con i miei coetanei dove tutti hanno frequentato le scuole italiane… (In che anno siamo?) Nel ‘72. (Quindi mi diceva… per stare con coetanei…) Non per stare con loro, per imparare diciamo a perfezionare la lingua e una cosa che mi è rimasta impressa che… quando ci siamo ritrovati il primo giorno, io stavo un pochino in disparte e loro tutti… eravamo in diciotti in classe e loro che tutti dicevano: “Oh, quanti semo… quanti semo” perché loro erano abituati ad essere due-tre per classe e io invece venivo da una classe… dove il numero era superiore, addirittura trentacinque e noi eravamo in diciotto. Insomma, ho finito questo liceo, ho acquisito molte amicizie che oggidì, insomma, siamo amici e ci frequentiamo, ci vediamo e così via. Una volta terminato il Liceo italiano, ho detto cosa adesso vado io a studiare? Quella volta non si studiava in Italia… soltanto perché, semplicemente, non so se costava molto o non davano le borse di studio e così via… e siccome mi piaceva leggere, sono oggidì amante della letteratura, sono andata a studiare il croato, croato e letteratura, mi sono laureata. (A Zagabria?) No, a Fiume, sempre a Fiume in lingua e letteratura croata. Anzi sul mio diploma scrive: “Lingua croata… croato-serba” perché quella volta era tutto conseguenza della politica. Siamo un popolo, una terra, una lingua e così via. Insomma e poi, quando ero laureanda, siccome nelle scuole italiane c’era grande crisi di insegnanti, adesso non più. Mi hanno addirittura chiamato a casa, addirittura, chiedendomi di fare supplenza nella scuole “Belvedere.” Io, nel frattempo, mi ero trasferita “oltre il ponte” a Pečine, dove abito tutt’oggi. E ho detto: “Ma come faccio?” Io non ho idea, dovevo insegnare nell’insegnamento di classe. Io non ho idea dell’insegnamento di classe: “Ma come faccio?” E loro hanno detto: “Ma ti aiuteremo. Ti prego devi aiutare.” Così mi sono ritrovata a insegnare ai piccoli… dalla prima alla quarta e sono rimasta in questa scuola dieci anni. Dopo ho sentito che si è aperto un posto, qui dove lavoro adesso, questo era 32 anni fa, alla San Nicolò e lì insegno nella scuola italiana, insegno croato. Così che tutta la mia vita è stata sempre tra il croato e l’italiano e quando mi chiedono: “Ma qual è la tua lingua materna?” Io ho letto abbastanza e studiato sul bilinguismo e allora dicono la lingua nella quale preghi… (… o sogni) … o sogni… io non prego perché sono atea… quando penso alle persone con le quali parlo in croato, penso in croato, quando penso… però i conti li faccio in italiano perché anche questo dicono… quando fai i conti… (In italiano o in fiumano?) Ma sai, i numeri sono… non c’è una differenza. (Forse è la mia distorsione partenopea perché io faccio i conti in napoletano…) Ecco, sì perché in effetti la lingua materna è sempre il dialetto. Questo è la prima lingua che noi abbiamo iniziato a parlare, non la lingua letteraria. (Anche se può, magari sarà molto specialistica come domanda, creare anche un po’ da un punto di vista… non direi di identificazione ma in che rapporto, secondo lei, sta la sua fiumanità linguistica, poi non parlo il lato culturale e sociale, linguistica e l’italianità sempre linguistica? Dove sono i boundaries, si direbbe in inglese, se ci sono dei confini tra le due sfere? Tra fiumanità e italianità linguistica?) Ma io mi considero più fiumana che italiana per forza. Insomma… però come… io ho parlato sempre con i miei genitori, i miei nonni, così via, in italiano così ho tramandato anche… questo ai miei figli… così che io parlo ai miei figli il fiumano. Loro hanno frequentato tutte le scuole italiane, mia figlia ha studiato italianistica e si è laureata in italianistica a Trieste, insomma portiamo avanti i miei nipoti, altrettanto. Lei ha continuato a… a parlare in italiano, cioè in dialetto e mio genero, che non c’entra niente, perché lui è da Zagorje, lì, però lui è portato per le lingue. È professore di croato e di inglese, lui ha imparato il fiumano con noi. Tanto che i bambini parlano con lui anche il dialetto. Loro parlano in croato, mia figlia con mio genero però rivolgendosi ai bambini, forse perché mia figlia ha insistito su questo e da quando erano piccoli hanno iniziato così e si porta avanti. Tutti abbiamo la cittadinanza italiana anche quando è venuta quella legge, che non mi ricordo come si chiama, Boniver… no Boniver era quella prima… insomma quando mia mamma… ha potuto non ricevere la cittadinanza italiana ma riacquistare perché lei fino al ‘47, mi sembra, tutti fino al ‘47 erano italiani, dopo hanno dovuto scegliere. Dopo noi, figli, nipoti abbiamo potuto riallacciarci a questi nostri antenati. (Mi soffermo un secondo, mi scusi, sia sulla sua esperienza che su quella della mamma perché sono due momenti centrali. I due passaggi di transizione di regime politico, come lei ha vissuto, cioè è stato semplice questo passaggio-acquisto della cittadinanza italiana?) Dal lato amministrativo? (Sì.) Abbiamo aspettato abbastanza, dipende anche dal console che era… al momento, qui a Fiume. Perché all’inizio c’era uno… adesso non ricordo il nome che pretendeva, secondo me anche giustamente, che queste persone conoscano la lingua. Questa era una condizione, un criterio, e invece dopo neanche non chiedevano bastava solo guardare le carte. Si doveva comunque… la mia mamma doveva dimostrare con pagelle, non so quali documenti, documentare in qualche modo… (Quindi era una richiesta che si inoltrava al consolato che già era a Fiume o era di Capodistria?) Non so se già prima ma io ho fatto a Fiume. Io ho aspettato mia figlia, che quella volta era studentessa, era all’inizio e abbiamo fatto questa richiesta in fretta anche per non fare dopo i permessi di soggiorno, rinnovare ogni anno, però si è laureata prima di ricevere questa cittadinanza, invece poi, più tardi… si vede che c’era molta gente che richiedeva e allora c’era questa mole di lavoro… (E dovevano fare un po’ di selezione in partenza, all’ingresso… Invece sua mamma, che vive una fase storica importante, sua madre optò?) No. I miei non hanno mai optato ma nella famiglia di mia nonna si sono proprio divisi. Uni volevano andare e quegli altri hanno deciso che vogliono rimanere. E siccome io vivevo coi nonni, ho ascoltato molto queste storie. Diceva mia nonna: “In quel periodo c’era tutto il tempo sta tensione nell’aria. E tu venivi in negozio e vedevi due che parlano fitto fitto e quando ti avvicinavi silenzio.” Perché tutti sapevano che tu vuoi rimanere e invece… molti hanno optato e non gli è stato concesso questo… Le avranno raccontato probabilmente. (E potrebbe soltanto dirmi le ragioni familiari per rimanere e quelle per andarsene?) Sì. Non so forse… mia nonna diceva sempre… mia nonna e mio nonno litigavano sempre però su questo si sono trovati d’accordo, dicevano sempre: .“Sì, voi siete andati per il mondo. Adesso vivete meglio perché finanziariamente si viveva meglio in Italia che in Jugoslavia, ma noi abbiamo sempre dormito nel nostro letto.” Insomma, non voler lasciare Fiume. (Invece chi partiva?) Chi partiva ha vissuto diversi anni in questi campi profughi, che dopo diverso tempo… hanno iniziato a venire. C’era un lungo periodo che non venivano affatto a Fiume e poi col tempo ‘ste cose si sono un pochino normalizzate e allora, da qui andavano lì e viceversa, no? (Si ricorda degli anni, non deve essere estremamente specifico, ma almeno una media in cui…) Diciamo fine anni ‘60, mi ricordo che venivano. (E lei andava? Quanto spesso andava in Italia?) Io sono andato qualche volta con la mamma e con la nonna. Mia mamma anche andava. (Già da bambina quindi andava?) Bambina, ragazza. Mia mamma era del ‘37 e… (Ma… cioè non si andava ancora perché forse era piccola e non si voleva fare il viaggio oppure perché c’erano un po’ questi problemi?) No, io ero piccola. La nonna sarà andata qualche volta. Mia mamma anche perché… (E invece quello che lei si ricorda, quale fosse l’atteggiamento nei suoi confronti quando lei si presentava come fiumana, c’erano commenti, indifferenza, cioè come venivate accolte a Trieste per esempio?) Ah, a Trieste, pensavo nel nostro rione lì in Belvedere, c’erano diversi fiumani. (Possiamo anche parlare di questo e poi, magari, ci riallacciamo…) Sì, c’erano abbastanza fiumani. Tutti questi… adesso che anche frequentano il circolo e così via… Insomma, ci si frequentava tra di noi e anche con gli altri. A Trieste sanno tutta la storia, noi se andavamo a Trieste, quando andavamo, andavamo per fare la spese, per comprare da vestire, perché qui non c’era molta scelta. Qui l’industria dell’abbigliamento non era tanto sviluppata. Cioè la moda italiana era sempre… so che sempre dicevano a Zagabria: “Ah le ragazze di Fiume sono vestite meglio perché loro vanno in Italia a comperare e così via. Adesso invece vanno a fare la spesa perché dicono che costa di meno. (Ma facevano dei commenti, però, sulla situazione politica, altre cose?) Non avevano contatti io, ma no, se noi andavamo a Trieste, andavamo in giornata per comperare. Io non contattavo lì con i triestini. Comunque noi avevamo lo stesso dialetto, anche le città sono un po’, si assomigliano... È stato a Trieste? (Sì. Sì. Un po’ più grande Trieste però, alla fine…) Sì, sì, più grande però diciamo anche come rilievo… (E va bene, passiamo un attimo alla fase… prima di tutto, ecco, per esperienza personali, la socialità, dove si usciva durante la sua gioventù, se si ricorda di posti specifici?) Sì, mi ricordo, come no. Noi frequentavamo… andavamo sempre all’albergo “Continental,” che aveva la pasticceria e il caffè e c’è il ponte, dove non c’è traffico, allora lì davanti quello era il posto dove noi ci frequentavamo. Noi avevamo questo nostro gruppo di fiumani e dopo avevamo anche persone che sono venute… che non… abbiamo fatto amicizia anche con altri. Poi c’erano sempre quelli che brontolavano, smettetela con “sto vostro italiano” per non ci capivano. Allora, qualche volte, ci sforzavamo di parlare croato perché eravamo, tra di noi, abituati a parlare italiano. Alcune mie amiche si sono sposate con croati che, bene o male, hanno anche con noi imparato. Imparato… Conosce Tiziana Dabović? (Sì, ho avuto un’intervista anche con lei.) Ecco, suo marito è montenegrino, noi davanti a lui non dobbiamo preoccuparci di tradurre e di far la parte dei maleducati. Lui capisce tutto. Quale la sua proprio… perché è un po’ insita anche nella sua biografia, la sua idea dei matrimoni visti da un punto di vista proprio di questa… cioè li vede come un elemento che amplifica la diversità culturale?) Sì, arricchisce. Secondo me arricchisce. Io non credo al detto “moglie e buoi” perché ci sono degli esempi lampanti nei quali marito e moglie sono dello stesso posto e hanno la stessa mentalità eppure non vanno d’accordo o viceversa. Adesso io sono più aperta. Magari adesso c’è questa globalizzazione, anche i giovani adesso tutti si mischiano… Io, ad esempio, ho la nuora russa. Mio figlio, ad esempio, ha sposato una russa. Lui ha vissuto cinque anni in Cina, lì si sono conosciuti, si sono innamorati e dopo… lui ha deciso di ritornare e lei è venuta con lui e insomma… si sono stabiliti. Penso che adesso le persone sono più aperte a questo. (E invece riguardo il Circolo se e quando ha iniziato a frequentarlo?) Noi, lo frequentavamo quando eravamo liceali. Su ci avevano dato uno spazio che si chiamava “Klub dei giovani” e dopo c’erano questi veci che ci rompevano sempre le scatole. Venivano a controllare, a brontolare se facevano baccano, che così, che colì, non erano molto aperti. Dicono sempre “ma dove sono i giovani?” D’altro canto… (Non accolgono… quindi sarebbe mi scusi alla “Scuola Modello”?) Sì, era una stanzetta che ci avevano dato… (E chi c’era in questo klub?) Tutti i miei coetanei, ascoltavamo musica… (C’era una sorta di presidente o era una cosa così?) Una cosa così. Poi si veniva a vedere la televisione e proiettavano anche dei film. Film italiani. C’era sempre questa biblioteca. Anzi, adesso guardo che è già da molto tempo che non ho preso. È abbastanza ben fornita mi sembra. (Sì, ci sono varie sezioni. E mi dicevano era il venerdì o il giovedì, in cui arrivavano questi film dall’Italia…) Questo non mi ricordo. (E Sanremo?) Sanremo non mi ricordo proprio… noi ascoltavamo altra musica ma adesso tutti guardiamo Sanremo. (Quindi si guarda più oggi Sanremo che in passato?) Io lo guardavo anche prima, diciamo quando ero ragazzina non avevano tutti la televisione. C’era una mia vicina di casa, che aveva dieci anni più di me, io ne avevo dieci e lei diciotto e veniva a vedere Sanremo. Mi ricordo quell’anno in cui non si sapeva se vincerà Villa o vincerà Morandi. E noi tutti facevamo il tifo per Morandi. Sì, sì, abbiamo sempre ascoltato musica italiana, seguito e così via. (Invece per quanto riguarda il teatro? Si andava spesso a teatro?) Al teatro avevamo sempre l’abbonamento. Con la scuola ci spedivano dove dovevamo andare a teatro.. (Parliamo sempre dello Zajc-Verdi?) Zajc, il Dramma italiano, no? Ci facevano anche abbonare a Panorama, si cercava molto, giustamente, dicevano “se non andiamo noi chi ci va?” (Ci ricorda se ci fossero delle figure, in particolare, che spingevano molto…) Gli insegnanti. Gli insegnanti. (Si ricorda propri i nomi e i cognomi di qualcuno che le è rimasto impresso proprio per la sua attività di promozione della cultura?) Tutti erano così e sempre si cercava di collaborare tra le istituzioni. Purtroppo devo dire che adesso non è così. Adesso ognuno pensa.. si pensa diversamente. Non si pensa come quella volta. Quella volta eravamo… si era molto più idealisti, si cercava, almeno io la vivo così… (E invece dato che lei ha fatto un percorso interessante da un punto di vista professionale e formativo, vi erano… non dire commenti… ma vi era uno sforzo di comprensione, c’era qualcuno che cercava di avviare un discorso che adesso per fortuna c’è. Il patrimonio fiumano è quello cittadino, parliamo della fiumanità, vis-à-vis ma non lo voglio mettere in condizione di opposizione, a riječanin e così via. Ma all’epoca, prima dei cambiamenti degli anni novanta, vi era chi già cominciava a fare un discorso sul recuperare questo passato o nulla? C’era una sorta di, come dire, tabù?) Ma noi vivevamo sempre coi croati a contatto coi croati ma sempre c’erano… non era che… il Circolo esisteva e sempre si frequentava, sempre tra fiumani c’era chi leggeva prima, c’era la televisione. Non è che era morto. (Certo ma non lo so, per dirle, l’acquile bicipite o il tricolore fiumano…) Ah, di questo le dovrebbe parlare mio figlio che è membro della lista… del partito politico lista per Fiume, magari se ha voglia, se le interessa… Loro si sono presi molta cura di ripristinare questi simboli fiumani e anche Laura Marchig, lei è anche in questo partito politico e anche sul bilinguismo. (Ma quindi nessuno, tolto il Circolo ovviamente…) No, non si sono molto impegnati… Qui abbiamo però abbastanza ostilità dalle dirigenze, qui cittadine, non sono molto proprio propensi a collaborare però alla fine hanno mollato e hanno rimesso st’aquila che il simbolo. Poi qualcuno dice “ma cosa c’entra questo non è importante, sono importanti altre cose ma… non so…” per uno… (Se lo spiega per motivo d’ignoranza o è una questione un po’ più… c’è la problematicità di recuperare anche un discorso rispetto a quello che avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale?) Mah, non so… qualcuno dice che sono importanti le cose pratiche… che questo non ha importanza, invece per noi questo ha importanza perché è un riconoscimento, in fondo… (Certo… di un passato… Ok allora transitiamo verso una fase un po più… contemporanea. Però mi scusi un attimo andiamo anche sulla sua esperienza professionale. Prima di tutto, ecco, come è ed è stata questa esperienza di insegnare croato in una scuola italiana?) Allora, chi più di me, poteva avere comprensione verso questi ragazzi che lottavano col croato, anche se le scuole italiane vengono anche frequentati da ragazzi della maggioranza. Così che io non sono molto severa, nel senso che se qualcuno… i tipici sbagli dei fiumani che parlano croato sono i famosi casi, i padeži le desinenze delle parole. Così che io ho sempre tollerato, ho sanzionato coi voti se qualcuno perché se qualcuno si impegnava, bene o male, col tempo poi impara… a parlare… è costretto. (Ma i libri erano specifici per italofoni?) Quando ho iniziato a lavorare io, c’erano dei libri specifici. Dei libri di testo nei quali un libro conteneva sia letteratura che grammatica. Era così un po’ di tutto… Avevamo poche ore di insegnamento per classe tanto che io insegnavo a tutti dalla prima all’ottava. Quando è venuta la ministro Vokić, che era una abbastanza dura… dell’HDZ, lei ha dato ordine, dall’oggi al domani, che nelle scuole della minoranza bisogna studiare croato come nelle scuole della maggioranza, dall’oggi al domani. E io mi sono trovata in difficoltà perché noi eravamo sempre in arretrato col programma. E tu non puoi adesso recuperare. E come fai adesso non puoi saltare una parte di grammatica. E allora ho fatto un mio piano così, due-tre mesi, un corso accelerato per recuperare i tempi e da quella volta abbiamo cominciato a utilizzare i libri di testo croati, quelli che utilizzano nelle scuole croate. (Invece parliamo anche, ecco, perché ha nominato un partito che esiste ancora oggi, però come si è arrivati a questo… Gli anni ottanta, partiamo dall’ultima decade jugoslava. Lei, personalmente, un po’ anche già anticipato questa risposta, si rendeva conto di alcuni cambiamenti in corso, come furono gli anni ‘80, soprattutto da una prospettiva fiumana. Partiamo dalla morte di Tito. Come lei personalmente ha vissuto questo?) Quella è stata una grande svolta ma noi avevamo tutti timore, Tito era vecchio, sapevamo che succederà qualcosa e avevamo timore di questo cambiamento. Nel momento che è morto è stato deciso che si farà la presidenza e ogni repubblica avrà il suo rappresentante che gireranno e ogni anno uno sarà il presidente e per un periodo è andata avanti così ma sappiamo come è andata a finire. (E c’era un fiuto?) Io non mi sono mai occupata di politica però, quando hanno iniziato a parlare di questo dottore, noi pensavamo fosse un dottore-medico, ‘sto dottor Tuđman, che propinava le sue idee… (In che anni siamo?) Ma fine anni ‘80. (Ecco quindi da là si iniziava a percepire. E invece da un punto di vista anche economico, c’era qualche difficoltà a Fiume?) Io dovrei pensare esattamente… C’era un periodo d’oro, quando era a capo del… a capo del Parlamento, penso, Ante Marković, tutti si ricordano che avevamo degli stipendi che non riuscivamo a spendere quanto… però, purtroppo, è durato poco questo periodo. E dopo, da questo periodo d’oro siamo proprio scesi in basso ed è nata questa grande crisi. E poi è venuta la guerra insomma. (La guerra come ha impattato lei, se ha impattato lei, professionalmente e individualmente? Lei che idea si è fatta di questa guerra?) Quando dovevamo… ci hanno chiamato per il referendum allora dovevamo scegliere “vogliamo lo stato croato indipendente o vogliamo rimanere in Jugoslavia? Federazione? Confederazione o stato libero?” Io ho votato confederazione perché pensavo che fosse un periodo di passaggio più soft, invece ha vinto quest’opzione di stato libero e la conseguenza è stata la guerra. (E ha visto dei cambiamenti anche dal punto di vista scolastico?) Noi a scuola cantavamo le canzoni patriottiche della Jugoslavia, tutte quelle di Tito e, in una volta, basta non si deve più. Allora noi eravamo anche un pochino persi. Mi ricordo che la mia collega di musica che fa anche qua, la Lucia, non so se la conosce, lei ha detto: “Ma dai, non buttiamo via ‘ste note, salviamole da qualche parte, forse tornerà questo periodo e potremmo ripristinare…” Avevamo sempre queste feste: il Primo Maggio, la giornata della Repubblica, il 29 Novembre. (Questi libri prodotti durante la Jugoslavia venivamo materialmente buttati, nel ‘93, ‘94 e così via?) Nelle biblioteche hanno ricevuto l’ordine che devono archiviare.. (Archiviare? Ma non totalmente…) No, no, e le hanno messe separatamente su scaffali separati come letteratura serba… No, non sono state buttata via perché noi leggevamo anche il cirillico e tutto… E siccome covava questa cosa mi ricordo che io ancora dovevo insegnare ai ragazzi i cirillico e mai mi dimenticherò un mio alunno, che da poco ho parlato con lui perché io sono in contatto con i miei ex alunni, lui ha detto: “No, io non voglio imparare il cirillico perché il mio papà questo lo proibisce” e io mi sono ritrovata “cosa faccio adesso?” Vedevo che spirava altra aria, d’altra parte l’avevo nel programma e allora ho fatto finta che… ho detto “lasciamo perdere, non insisto” e siamo andati avanti. (E un’ultimissima cosa a questo riguardo, si ricorda se dall’Italia perché comunque lei era in una scuola italiana, ci fossero delle iniziative particolari, degli aiuti?) Noi ricevevamo sempre come scuola e anche adesso riceviamo materiale didattico e libri. Anche libri di testo che noi non dobbiamo usare perché non sono approvati dal ministero croato ma li utilizziamo come sussidiari. Alcuni, invece, sono stati approvati quelli di lingua italiana. Vengono utilizzato proprio come libri di testo. Noi insegnanti ricevevamo ogni anno un buono, la cosiddetta “borsa libro” per perfezionare la lingua. (Dall’UPT?) Sì. E anche ci sono sempre, anche adesso, i seminari, i seminari… e anche le gite, loro le chiamano “seminari itineranti” anche adesso li hanno ripristinati di nuovo. Anch’io l’anno scorso sono stata in Basilicata, prima ero stata in Campania… insomma… (Quando lei visita, diciamo, geografie, territori che non hanno una grande conoscenza per questioni di lontananza, distanza rispetto l’Alto Adriatico, Fiume e così via, secondo lei… come si spiega… Mi scuso di aver dato una risposta da solo. Secondo me non c’è grande informazione, non c’è grande conoscenza perché secondo lei questo è avvenuto? Vede in questi anni una strategia di iniziare a raccontare la storia di Fiume, dell’Istria, che hanno fatto parte della Jugoslavia e di questo periodo particolare?) Io non posso dire perché non frequento le persone lì per poter dire questo ma vedo, ecco, anche alla televisione. Non so ieri, oggi, danno un programma su Rai Tre proprio sui profughi, su questa parte di storia che anche l’Italia non ha… ha ignorato. Dicono, i nostri esuli, dicono sempre bisognerebbe nelle scuole insegnare. Invece non parlano molto in Italia di questo. (E non se lo spiega in qualche modo particolare questo?) Ma non lo so. Forse è una questione semplicemente di apatia, di noncuranza. Loro gli esuli che sono già tutti vecchi o figli di esuli che hanno ascoltato a casa come me, loro continuano a battere… “Sì, però voi non sapete perché noi così, noi colì” e c’era sempre questo scontro tra esuli e rimasti… che adesso hanno cercato in qualche modo però quello che ho visto io è che molti esuli sono rancorosi. Sono proprio in malafede. Io sono consapevole che hanno sofferto tanto ma non è colpa dei rimasti. È colpa, purtroppo, di questa politica. Anche da questa parte del confine siamo stati un certo qual senso vittime. Poi diciamo sempre: “E se tutti fossero andati via? Se tutti avessero optato?” Non ci sarebbe nessuno a testimoniare di queste radici. Io ho parenti figli di nipoti, insomma, miei secondi, adirittura terzi cugini, che siamo sempre in contatto e che comunque arrivano anche se sono nati lì però si vede che a casa gli hanno tramandato questo senso di appartenenza a Fiume così che, ringraziando anche molto le reti sociali, dove dicono che dividono… che insomma le persone stanno sempre a guardare gli schermi però anche in questo caso avvicinano… Ci sono i gruppi fb, ha visto? (Sì, “Basta coi rancori…”) Basta coi rancori… (Che cercano un po’ di fare…) Un “Fiume di fiumani…” Poi ci sono delle persone molto in gamba, poi ci sono sempre quelle teste che non vedono l’ora di litigare e via. (È un mezzo, poi dipende uno come lo vuole utilizzare…) … se lo usa o ne abusa, come ogni cosa. (Ok, ci avviciniamo davvero alle ultime due-tre domande. Una potrebbe essere tanto veloce quanto lunga ma è tecnica, durante i censimenti lei si dichiarava italiana?) Sì, io mi sono sempre dichiarata italiana. Ho sempre votato anche qua in Circolo. Ho la doppia cittadinanza, il passaporto italiano, la carta d’identità bilingue. Ci tengo a tener viva questa cosa. Ci tengo perché la sento. (Un’altra domanda. Ecco vado su due domande molto generali, perché lei ha detto che ci tiene a tener viva. Come vede il futuro del Circolo, non dico come luogo fisico ma proprio come comunità, Comunità degli italiani di Fiume, quali prospettive lei vede per questa comunità?) Ah, non ho una sfera di cristallo per poter… Mia figlia aveva scritto un compito e ha vinto anche un concorso letterario se sapevo glielo portavo perché l’avevo tra le mani l’altro giorno… quando ha vinto il concorso giovani di Istria Nobilissima… quando aveva 19 anni, così, nel quale proprio parla come lei vede il futuro e allora questi esuli le hanno… non gli è piaciuto quello che hanno scritto perché lei… sì, si sente italiana però le cose cambiano. Non puoi tenere sempre bisogna anche aprirsi un pochino… Coi matrimoni misti è difficile prevedere. Sta cosa, probabilmente, pian pianino andrà scemando, non solo per noi ma… (Sì è tutto il paese colpito se non il continente dal declino demografico….) Sì, adesso si tende ad eliminare le frontiere, alla globalizzazione e così via, insoma… Però adesso che sono stata in Basilicata, lì hanno una comunità albanese ma di secoli fa, non di adesso, dove loro… forse anche per motivi turistici, hanno mantenuto i loro balli, le loro tradizioni, hanno cantato e ballato. Era molto interessante. (E le faccio un’ultima domanda, di nuovo molto generale e la faccio a tutti gli intervistati, cosa significa per lei essere fiumani?) Probabilmente lei avrà ricevuto varie… non è una domanda che io mi pongo. Io sono orgogliosa di essere fiumana e non posso sentirmi nient’altro che questo, anche se ho frequentato le scuole croate e in parte sento anche quell’altra parte però, di base, di base mi sento fiumana e sto meglio di tutto con le persone fiumane. Mi sento a casa tra i fiumani. (Va bene, grazie mille per il suo tempo.)