Intervista a Irene Mestrovich

Luogo: Fiume/Rijeka  |  Data dell’intervista: 30 gennaio 2023

Intervistatori: Angelo Massaro |  Trascrizione: Angelo Massaro

Formato: Testo trascritto (.html)  |  📥 Scarica la trascrizione completa

Ascolto — estratto audio (Goli Otok)

Testo completo della trascrizione

(Buongiorno, la ringrazio per aver accettato il mio invito. Come si chiama? Dove è nata e quando?) Allora io sono Irene Mestrovich, sono nata a Fiume nel maggio del ‘47. Per la precisione il 34 maggio, quindi una data storica per l’Italia da genitori fiumani. Ho vissuto sempre a Fiume, ho lavorato a Fiume e risiedo a Fiume. Della mia infanzia posso ricordare forse qualche dettaglio che spiega anche la situazione in cui si è trovata la minoranza italiana nell’immediato secondo dopoguerra. Allora quando è venuto il momento, i miei genitori m’hanno iscritto in una scuola vicino, “Belvedere,”… era una scuola italiana. Credo fosse il ‘54-’55. Fatto sta che all’epoca… mi hanno… non mi hanno accettato perché ero nata nel maggio del ‘47 e accettavano perché questa era la regola imposta, accettavano gli iscritti fino al marzo del ‘47. Una ragione che non ho mai capito. È una cosa, però, con la prospettiva di oggi mi ha frustrato perché per un certo periodo di tempo mi sono sentita rifiutata e volevo che il nonno andasse a recuperare i compiti che i miei ex compagni avevano da fare a casa. Per cui ricordo che lui veniva con quaderno e all’epoca facevamo asta, filetto, tutte cose dimenticate… Un altro motivo per cui c’era difficoltà nell’iscrizione alla scuole italiane perché le iscrizioni venivano fatte anche in base al cognome. Allora io ho un cognome, diciamo di questa regione, croato, istriano, sloveno: Kmet. Si scrive K-M-E-T. E sono stati i miei genitori a insistere che io facessi la scuola italiana quindi è stata anche una prova di coraggio. Con l’ottica di oggi dico che è stata una prova di coraggio. Quello che ricordo poi, non tanto dei miei compagni quanto degli insegnanti, alcuni sì, semplicemente venivi a scuola, prima, seconda classe e mancava qualcuno, mancava un giorno, mancava due giorni e poi venivi a sapere che non sarebbe più venuto a scuola. E la cosa che mi ha colpito e che non sapevo spiegarmi, però, cosa stava succedendo… (Le volevo soltanto chiedere in quanti ne eravate in classe?) Ma quella volta eravamo trenta o più in classe… Mi ha colpito il fatto che, in un dato momento, un giorno, è entrata in classe, credo facessi la terza, è entrata in classe un’insegnante che non era la nostra. Quella volta l’insegnante delle prime classi era sempre la medesima, quindi lei portava avanti tutto l’anno, faceva tutte le materie, eccetera… perché c’eravamo affezionati a quella che avevamo, era anche più anziana, più materna, eccetera… e quindi “l’insegnante non viene più, sarò io la vostra insegnante…” e quindi è partita ed è andata in Italia. (E questa nuova insegnante era anch’essa fiumana?) No, lei era di origine slovena. Parlava benissimo l’italiano e quindi ha trovato impiego in questa… Poi negli anni c’è stata un’altra sostituzione per un breve periodo e diciamo dalla… media inferiore in poi, niente, c’è stata la costante presenza dei professori. L’infanzia. Poi un’altra cosa che ricordo, noi avevamo… stavamo in “Belvedere,” la scuola si chiamava “Belvedere,” scendevi più in basso, sotto quello che all’epoca noi chiamavamo “Campo Cellini” e per tutti i fiumani è rimasto “Campo Cellini,” più sotto c’era una scuola, tutta croata e allora cosa succedeva? Che… i ragazzi ci si incontrava alle volte e ricordo episodi in cui siamo stati presi a sassate perché eravamo fascisti perché all’epoca era una distinzione in bianco e nero. È una cosa che però mi addolorava perché dicevo: “Ma come? Mio padre ha combattuto. È stato antifascista e tu mi dai del fascista. Ma dove siamo?” (Siamo negli anni?) E facciamo già gli anni… fino agli anni ‘60. E quindi diciamo che c’era non la responsabilità dei ragazzi croati ma c’era un clima in cui gli italiani venivano identificati con i fascisti. E quindi c’era una convivenza abbastanza formale della cosiddetta “Unità e Fratellanza.” (La ringrazio per questo ricordo. Ci può anche parlare della vita del padre e della madre perché menzionava prima nell’intervista che era stato un antifascista…) Allora, la mia è una famiglia operaia. Anche il nonno era operaio. (Ecco, forse iniziamo addirittura dal nonno… lui era già di Fiume?) Allora, mio nonno fiumano, la nonna paterna ungherese, i nonni materni fiumani, anche loro famiglia operaia… (E la nonna ungherese di dove? Si ricorda di quale città o villaggio?) Allora, lei si dichiarava… lei era convinta ungherese e ce l’aveva con i romeni che avevano occupato il suo paese dopo la prima guerra mondiale, quindi la zona della Transilvania e giù di lì… non riuscivo all’epoca neanche a pronunciare il nome. Anche se mi aveva imparato a parlare ungherese i primi anni, poi quando sono andato a scuole… “Eh la bimba farà troppa confusione tra l’ungherese, il fiumano e l’italiano…” (E che lingua si parlavano in effetti?) Comunque, no, la nonna no… ungherese, poi lei dal suo villaggio è andata a lavorare a Budapest e da Budapest è venuta a Fiume. Mio papà è nato nel ‘23. (Si chiamava?) Gino. Gino Kmet. La nonna mate… paterna era Farkas, Maria. Si scrive Farkas e si pronuncia Farka-SH, che secondo lei significa “lupo.” E anche lei è di una famiglia mista, diciamo, perché il bisnonno era ebreo e la bisnonna era cattolica quindi già lì… (C’era una ricchezza, una multiculturalità insita…) Ecco. Appunto. (E quindi mi diceva che c’era questa tradizione operaia della famiglia…) … tradizione operaia per cui il nonno, orgoglioso della sua Seconda Internazionale, dov’era… professava il socialismo, diciamo, nella sua cerchia di lavoro tanto che era seguito dalla polizia segreta. Ho trovato dei documenti in cui si segnalava l’attività di un “soggetto sospetto.” (E si ricorda se per caso ha fatto anche parte del “Partito comunista fiumano? Che è stato uno dei partiti comunisti…) Tra i fondatori del partito comunista fiumano c’è stato mio suocero, Modesto Mestrovich, quindi non potevo cadere lontano io. (Però loro… comunque la famiglia non aveva – la famiglia del nonno – non aveva tendenze autonomiste?) No, no. Diciamo la sorella di mio nonno era zanelliana. (Ecco. Quindi anche qui c’è non solo una ricchezza culturale ma anche ideologica. C’erano diverse anime che esprimevano la fiumanità che poteva essere declinata in diverse versioni.) Infatti e però mia nonna, venendo da Budapest a Fiume, e sposandosi col nonno, fiumano, ha imparato il fiumano, quindi lo parlava, eccetera, eccetera. Tanto che alla fine della guerra, nell’epoca jugoslava, andava in mercato e lei, poverina, chiedeva come sapeva. E allora tante volte si è sentita rimproverare: “Ma come? Lei vive in Jugoslavia e non sa parlare il croato?” E lei rispondeva: “Imparerò prima il cinese.” Oppure se era arrabbiata parlava in ungherese però non si faceva capire, poverina. Però so che la cosa le dava fastidio, le dava un enorme fastidio. Allora questa è la famiglia. Quindi già mio padre è cresciuto in un certo clima di… in un certo tipo di pensiero. È scoppiata la guerra e lui già… s’era inserito, grazie a mio nonno, agli antifascisti… e quindi è stato arrestato al confine di Zamet, non so se fossero carabinieri, polizia o doganieri perché lì c’era il confine, no? (Si ricorda l’anno?) Nel ‘42… no prima… perché nel luglio del ‘42… credo fosse… e lì è stato spedito… quindi minorenne… è stato… mandato a Capodistria e da Capodistria deferito, credo fosse già stato processato a Capodistra, il Tribunale Speciale, l’ha spedito a Ustica. Ad Ustica ha incontrato antifascisti fiumani e, naturalmente, ha seguito quella che chiamavano la scuola di partito. (Si ricorda qualcuna di queste figure?) Una era Giacomo Rebez, con la zeta… poi papà faceva dei nomi di… di… poi però cosa succedeva? Non era che lì… perché lì erano controllati, quindi non potevano neanche tra di loro avere degli scambi con gli antifascisti provenienti dalle altre regioni d’Italia. Lì stavano anche un poco attenti. (Forse soltanto durante le mense ma anche in quei momenti, controllati, ovviamente. Ma forse quelli erano gli unici momenti d’interazione…) Lo scambio avveniva con i libri. E allora dai libri si capiva… si capivano tante cose. (Ma lui faceva parte comunque della componente comunista, all’interno, o componente socialista…) Allora Rebez era della componente comunista, quindi credo che papà fosse… sì perché dopo… in seguito le dirò… Allora nel ‘43 ci fu quello che noi chiamiamo “El Ribalton.” E allora, attraverso contatti, fa un viaggio di ritorno abbastanza avventuroso, passa per Trieste e da lì c’è il collegamento che gli dice: “Guarda, vai tra le file partigiane. Non rientrare a Fiume, aggregati… si stanno formando dei gruppi italiani di partigiani.” (Solo una domanda per questioni proprio di precisione storica, queste figure, questa persona era del CLN o era di un partito comunista locale? Sa a quale fila facevano parte?) Eh, questo non lo so. Non so, no so perché per loro erano antifascisti e basta. Sì, quindi non c’erano quelle… almeno non è ha mai parlato… Allora, lui ha mandato un messaggio… parlo di lui prima di tutto... È finito convinto di aggregarsi a qualche formazione nostra, e infatti, si aggregato e hanno formato il battaglione fiumano. Il battaglione fiumano che ha combattuto, ha avuto uno scontro ed era formato soprattutto da ragazzi di città e da questi che si sono aggregati… da antifascisti locali del castuano. (E della zona di Sušak e Tersatto, no?) No, perché dovevano superare due confini. Ecco… (E il loro campo d’azione?) Il loro erano i dintorni però… non avevano esperienza e niente e questo battaglione fiumano, praticamente, ha subito una grossa perdita con uno scontro con tedeschi e fascisti italiani, ma credo che fossero in prevalenza… e si è dissolto, anche perché molti hanno detto “ma basta, non combatto, torno a casa.” A quel punto, mio padre e altri, ha chiesto di essere aggregato a un battaglione italiano perché aveva sentito che si formava il battaglione “Pino Budicin” in Istria. Invece, lo hanno spedito… nel Gorski Kotar e in Lika. Allora una regione che lui non conosceva. Lo hanno aggregato a formazioni partigiane miste, croati, dalmati, insomma di lingua croata. Lingua che lui non conosceva però è rimasto. (Una sola domanda prima di riprendere da questo punto. Si era, al tempo, in contatto con quelli che poi diventeranno i primi dirigenti, diciamo, della comunità italiana e dalla minoranza, Erio Franchi, Eros Sequi?) No, questi erano tutti intellettuali… solo dopo a guerra finita. Allora lui si è trovato in questa situazione… credo nel ‘44 è stato ferito in uno scontro per cui una pallottola… perché lui faceva parte… si chiamava “treča udarna” erano tipi di comandos… era quella che partiva all’attacco. E lì è stato ferito, quindi la pallottola gli entrata… perché dico questo caso? La pallottola gli è entrata da una spalla e gli è uscita sulla schiena. Per fortuna non ha toccato la colonna vertebrale però gli ha leso un polmone. Da quella volta mio padre ha vissuto con un polmone solo perché poi quello si era cicatrizzato, eccetera… ed è stato… il primo soccorso è avvenuto su un carro trasportato da buoi, quindi con un fil di ferro, eccetera, eccetera… Poi è stato trasportato sull’isola di Vis, Lissa, dove lì, insieme ad altri partigiani feriti, con un aereo degli alleati è stato portato alla base di Bari e lì è stato fino alla fine della guerra. (Di ques’esperienza a Bari ricorda qualcosa di particolare?) E della guerra e di Bari… e in genere di tutto, mio padre la metteva sull’aneddoto, sulla barzelletta, sui fatti simpatici, più lieti… mai sul tragico… ecco e di Bari dice: “Avevo tanto sonno. Avrei dormito tanto volentieri e quegli scozzesi con la cornamusa, la rassegna ogni mattina” non so a che ora. Era la loro sveglia perché erano contigui. Avevano la libera uscita per cui lui però stava sempre col suo gruppo. (E anche qui c’era un gruppo di fiumani?) C’era sì una… crocerossina che si chiamava Olga e con lei ricordo che diceva “andavo a ballare” eccetera però diceva che si tenevano alla larga, soprattutto dagli inglesi e dagli scozzesi insomma perché erano rissosi e allora quando si usciva, in libera uscita, eccetera, immancabilmente interveniva la polizia militare e quindi lui evitava queste cose. Ah sì, un altro particolare dice che tra le truppe dell’epoca, era ancora Impero britannico, allora gli piaceva guardare, c’era non so se fosse indiano, pakistano, tutta quella cerimonia che si avvolgeva il turbante… Un altro particolare che ricordava, diceva “sai, le prime volte che siamo arrivati lì…” No… “quando siamo arrivati lì, tanta bontà…” perché ha fatto anche la fame, non è che aveva rifornimenti lì. Diceva “in bosco” da partigiano, no? E allora c’erano anche partigiani proveniente dalle aree più depresse dell’allora Jugoslavia e dice… e uno riceve un tubetto rosa, crede fosse marmellata e spalma… ed era dentifricio. Tanto per dirla come si viveva. Da Bari, finita la guerra, ha avuto un rientro avventuroso perché ha dovuto percorrere tutta la litoranea adriatica, dissestata perché c’erano i danni di guerra, le strade, i servizi, non funzionava. Anche i viaggi erano improvvisati con i mezzi improvvisati. Però io vorrei ritornare su un particolare che mi ricorda i nonni. Allora, sempre legato alla vicenda di mio padre. Allora, quando c’erano i bombardamenti che la nonna sentiva gli aerei, eccetera… C’era l’allarme, allora lei cosa faceva? Abitava in soffitta, apriva l’abbaino e guardava la direzione dove andavano gli aerei, no? Invece il nonno: “Ma via, scendi, andiamo al rifugio.” “Non mi interessa, non c’è Gino.” E allora ha avuto sentore che è passato per Trieste e ha convinto mio nonno di andare a Trieste però non c’era un servizio che ti portava a Trieste. Per cui a un dato momento a piedi! Sono andati con la corriera fino a un certo punto, poi a piedi, poi mio nonno ha trovato un camioncino abbandonato, andava, ha fatto qualche chilometro, insomma arrivati a Trieste non l’hanno trovato. Non so a chi si sono rivolti per avere sue notizie comunque hanno saputo che non c’era a Trieste. (Però lui mandava lettere?) No, non c’erano missive. Le lettere le ha mandate da Ustica e dopo qualsiasi comunicazione è finita. È avvenuta dopo, attraverso la Croce Rossa, da Bari. (Quindi c’era un periodo in cui non si sapeva…) … non si sapeva niente di lui. (Un’ultimissima cosa anche su questa vicenda dei bombardamenti. Si ricorda dove fosse localizzato … questi… questi rifugi? Immagino a Belvedere andassero?) No, loro il rifugio l’avevano nello scantinato quello a casa perché sì, certi andavano nel rifugio a via Roma ma non era tanto vicino. Sì, di corsa avrebbero impegnato una decina di minuti. (Ma anche un minuto poteva essere…) … poteva essere fatale. E altri… c’era… a Santa Caterina però era lontano da dove loro abitavano. (Santa Caterina che oggi sarebbe?) Eh sarebbe niente, non so cosa hanno fatto perché poi c’è quel rifugio che hanno aperto ultimamente come itinerario turistico… che parte dalla Dolac, sì, ecco, quello lì ma… (Quindi, riprendiamo il discorso, mi diceva, prima abbiamo parlato del padre che era perso per la famiglia, mentre lui in effetti stava combattendo nella Lika e nel Gorski Kotar e in questa zona…) Sì, tutte zone che non conosceva dove ha sofferto la fame, il freddo, di tutto e di più. (E poi dopo è andato a Bari e ha fatto tutto il percorso. E quindi quando arriva, in effetti, quando ritorna a Fiume?) Dunque lui si sposa nel marzo del ‘46 e credo sia rientrato prima. (Non vede lui l’entrata, l’ingresso dei partigiani?) No. (Quindi arriva postumo?) Arriva postumo. (E si ricorda, invece, la famiglia che rimase, che era lì, come visse quest’evento?) Il fatto è che mia nonna… era rimasta impressionata dalla partenza dei tedeschi e soprattutto… dai cosacchi. Diceva che… ricorda il periodo di terrore che hanno avuto a Fiume al passaggio dei cosacchi, anche loro in ritirata, la cui vicenda dei cosacchi è molto ben narrata in un libro di Sgorlon. L’ha letto? “La tribù dei fiumi perduti” [titolo corretto, “L’armata dei fiumi perduti]. È bello, le dà… bello perché parla di questa gente fiumana che si vede arrivare questi carri. È tutta una vicenda che si sviluppa ma è basata su fatti storici. (E quindi torniamo al ritorno del padre…) E diciamo con i nonni materni non avevo questi tipo di rapporto che mi raccontassero qualcosa, ecco… ero più legata ai nonni paterni. Il nonno, invece, aveva una gran fiducia. “Vedrai che ce la faremo. La classe operaia” turuntuntun e quindi lì c’è stato dei momenti perché… (Però soltanto come si chiamava il nonno?) Kmet Francesco… che in Istria un Francesco lo chiamano “Cesco,” a Fiume “Franzel” secondo il diminutivo austriaco e lui era “Franzel”… (Quindi lui aveva questa grande fiducia e speranza…) E credo che questa fiducia la condividesse anche mio padre inizialmente. Per cui… a un dato momento si è sposato e diciamo che all’interno delle famiglie, delle due famiglie, è avenuta una specie di rottura perché i fratelli di mia madre… hanno deciso… il fratello maggiore ha deciso di andare via, anche se aveva fatto un campo di prigionia perché lui era alpino, italiano, bon… uno di mare che va a fare l’alpino. L’hanno messo lì. L’altro fratello era tornato devastato dal campo anche come soldato italiano. Campo di concentramento in Italia e allora… e mia madre, che era molto affezionata al fratello maggiore, ma era incinta di me, voleva andare, seguire il fratello e mia nonna l’ha messa in riga, le ha detto: “Tu hai la tua famiglia. Ti sei sposata. Avrai dove andare. Qua c’hai la famiglia e devi rimanere qua.” Quindi lei è stata, diciamo, costretta a rimanere. È prevalso il dovere coniugale, o non so che cosa, non la convinzione. E a questo punto… Bon, arriviamo negli anni ruggenti o dico bui che hanno segnato la mia famiglia, il 1949. Io non ho ricordo dell’epoca, solo dei fatti che mi sono stati raccontati, comunque l’atmosfera che si è vissuta l’ho, in qualche modo, percepita. E quindi, diciamo, nel ‘49 c’è una grande seduta. Una seduta di massa all’ex cinema “Teatro Fenice” dove ci vanno molti attivisti e persone così… diciamo interessate alla tematica e lì si è discusso cosa fare con st’eventuale scissione voluta da Tito. C’erano molti italiani, molti fiumani, anche istriani, perché nel frattempo c’erano istriani che sono venuti a Fiume. C’erano anche Monfalconesi che sono venuti a Fiume a dare una mano al cantiere che era rimasto senza operai specializzati. Forza-lavoro ne aveva ma non era in grado di fare alcune di queste operazioni. C’è questa discussione e allora molti partecipano, no? E… mio padre… allora, non ci sono atti ufficiali che possano confermare certe cose, eccetera. Non ci sono stati processi, quindi certe segnalazioni, certi interventi sono stati fatti anche in buona fede perché mio padre l’aveva presa come una discussione, vediamo poi, ci mettiamo sul da farsi ma intanto ne parliamo. (Si ricorda chi era a capo? Chi guidava questo gruppo?) No. Non c’era uno solo. Saranno stati i maggiorenti del partito dell’epoca, a Fiume, no? Perché anche loro, poi a un dato momento, suppongo, dovevano incanalare in qualche modo la discussione, no? E mio padre dice… perché li si parlava della massiccia industrializzazione del paese… i famosi piani quinquennali, eccetera. E mio padre aveva avanzato l’idea che così si rovinava l’artigianato, quel settore di mezzo che va anche a sostegno dell’industrializzazione, cioè collabora. (Tra l’altro lo diceva da operaio?) Lo diceva da operaio specializzato che aveva una certa visione, no? E credo che molti l’abbiano anche fatto in buona fede: “Ma come? Se fino a ieri eravamo alleati con chi ci ha aiutato a vincere la guerra, adesso è nostro nemico?” Era una cosa anche difficile da accettare. Visto che c’erano tante persone… non so come hanno fatto. C’è stata qualche delazione, secondo me… per cui… la polizia segreta, UDBA è arrivata di notte, come faceva di solito, nell’appartamento che l’appartamento la mia famiglia divideva con i nonni paterni… io, all’epoca, avevo due anni e mezzo - questo è avvenuto in luglio – e mio fratello che era nato in marzo aveva pochi mesi. Di notte hanno prelevato mio padre, l’hanno portato in via Roma, lo hanno interrogato e la cosa più facile era ammettere tutte le colpe di questo mondo. Mia nonna correva ogni giorno ad avere notizie del figlio però, a un dato momento, ha saputo che l’hanno portato via, che non era più a via Roma, perché anche tentava di portargli della biancheria pulita e grazie a questo scambio di biancheria mio padre è riuscito a infilare… a scrivere un brevissimo messaggio per suo padre su quella carta velina che si facevano le sigarette, si arrotolava il tabacco e si facevano le sigarette, dove gli ha scritto, con la matita “Non parlare con nessuno. Fai attenzione. Ti affido i miei piccoli.” E l’ha nascosto nel colletto. Come ha fatto? Non so. Si vede la pratica di Ustica. L’ha nascosto nel colletto e questo è arrivato a casa ed ha passato tutti i controlli. Proprio perché era sottile e non l’hanno trovato e questo la nonna l’ha conservato e adesso ce l’ho io. E quindi, probabilmente di notte sono partiti. So che è stato imbarcato. Venivano quasi buttati in quest’imbarcazione che li ha portati poi a Goli Otok, all’Isola Calva, dove è stato lì… per una pena che non so chi ha deciso la durata di questa pena, comunque lì ha incontrato molti fiumani, rovignesi, albonesi, insomma istriani e italiani. (Menzionava qualche figura in particolare lui?) Allora, lui ricordava so… Antonelli, ma lui tutti questi nomi li ha ricordati anche nel libro di Scotti. Antonelli, Juretich che era studente di Fiume ma all’epoca anche lui è stato prelevato. Faceva la facoltà di medicina, Juretich, Zanini il più famoso che ha scritto anche il libro “Martin Muma” in cui metaforicamente ricorda questi episodi… e poi mio padre ricorda in particolare un episodio quando c’è quella cosa… Allora, sbarcano, devono fare un percorso, proprio di corsa per evitare… passano tra due file di persone e devono andare velocemente per evitare i colpi che queste persone sono costrette a dare… perché anche loro sono detenuti politici e allora si sente dire da uno… (Mi diceva si sente da dire suo padre, cosa?) … “Corri veloce, corri più veloce che puoi…” Perchè certi facevano… (Erano costretti. Erano le direttive altrimenti ricevano punizioni…) Erano le direttive. Sì, sì. (Aveva delle conseguenze il non allinearsi ad alcuni comportamenti…) Sì. E poi, ogni, ecco, ogni cosa che faceva… Allora, l’isola è proprio “calva” per via della Bora, che è tremenda lì, quindi cresce poco o niente, vegetazione bassa e… e non ci sono risorse, no? E allora… dovevano spaccare le pietre per fare le costruzioni e ogni pietra che battevano, dicevano: “Živio Tito, živio partija…” Poi, finite le ore di lavoro, venivano rieducati… quindi andavano a sentire delle lezioni da parte dei secondini. Figuriamo che tipo di lezioni… era come un lavaggio del cervello, secondo me… (E quanto a lungo durarono queste sofferenze di suo padre? Quando venne liberato?) Ma credo si sia fatto due anni, due anni e qualcosa. Ah, che non dimentico, quando dissolta la Jugoslavia, formatasi la Croazia, a un dato momento la Croazia ha voluto riconoscere come… un benefit questo a i prigionieri politici finiti a Goli Otok… di dargli una specie di compenso attraverso la pensione… mio padre ha inoltrato la richiesta e l’ha fatta da persona singola, non è andato dalle associazioni perché a questa nuova associazione diceva “M’hanno messo lo stemma ustascia, non voglio aver da fare con loro.” E forse conosceva qualcuno che… che la pensava diversamente. (Sì c’era una diversa tipologia d’internati in questi campi) Appunto. E allora l’ha fatto da singolo, non ha ricorso all’associazione “ex combattenti” eccetera e… si è visto respingere la richiesta. (Siamo nell’anno? ‘92-’93?) Oddio, ma anche più tardi. Comunque la Croazia ha fatto questo, non l’ha fatto subito. La Croazia ha riconosciuto… facciamo nel ‘95-’96… E la risposa è stata che non gli possono riconoscere perché non ha combattuto per la Croazia… (Quindi c’è del nazionalismo insito addirittura in queste… veniva un po’ schiacciato tra due…) E io dico quando lui si è aggregato ai partigiani ma che ne sapeva di Croazia, di Jugoslavia, eccetera… Quindi lui da antifascista. O gli riconosci questo riconoscimento da antifascista o lascia perdere. (Invece il governo italiano?) Gli ha riconosciuto grazie a Dal Pont. (Conservava dei ricordi in particolare di Dal Pont?) Papà l’ha conosciuto perché Dal Pont, in un certo momento, nei primi anni del dopoguerra è venuto a Fiume e mi pare avesse insegnato in qualche scuola italiana. Allora, all’epoca, credo l’avesse conosciuto perché tutte queste conoscenze con Franchi, con Sequi sono avvenute dopo. (Un’ultima domanda su suo padre riguarda anche delle pubblicazioni e dei circoli che esistevano. Si ricorda, ad esempio, leggendo varie pubblicazioni, dei giornali paralleli che furono creati? Ad esempio, c’era la “Nostra Lotta” e c’era “La Nuova Borba”?) Lui non ha collaborato perché, un altro episodio, che le ricorderò e che non devo dimenticare che è una cosa che l’aveva molto colpito. A un dato momento… questo parlo già degli anni ‘60… voleva seguire un evento sportivo qua in Comunità, allora era Circolo di Cultura italiana. Circolo italiano di Cultura, CIC. Era venuto per seguire una partita e la porta di ingresso c’era anche un operaio, connazionale, che lavorava dove lavorava anche mia madre e stando sulla porta gli ha detto… mio padre l’ha salutato che vuole vedere la partita, mio padre lo ha salutato che vuole vedere la partita, quello gli ha detto: “Non xe posto qua per cominformisti.” Che poi quando è stato rilasciato c’erano persone che attraversato la strada, se venivano in questa direzione, cambiavano marciapiede. (Per paura di conseguenze?) Per non parlargli, per non salutarlo. (Dimenticavo una questione, ecco. Le vorrei porre pure una domanda che riguarda poi, come dire, dopo il ritorno da un punto di vista professionale il padre come ha potuto… come è stato poi il reintegro professionale?) E infatti non trovava lavoro in questi grandi… perché anche cercava nel Cantiere, cercava nell’industria ex Silurificio perché le paghe erano più alte invece in queste piccole officine le paghe erano quelle che erano. Per cui, a un dato momento… Perché cos’era il fatto? Il fatto era che nel libretto di lavoro gli scrivevano “bivši imforbiraš.” Quindi lui il marchio e anche la famiglia si è portata il marchio avanti. (Ok quindi ora torniamo a lei dopo aver fatta una bella carellata storica molto importante perché riassume vari episodi tragici e traumatici della famiglia ma vale la pena soffermarsi su questi. Lei quindi si iscrive alla Belvedere e continua alla Belvedere. E poi si iscrive al Liceo?) Sì. (Perché lei ha fatto le ottennali?) Sì. (In che anno era?) Il liceo l’ho finito nel ‘66, quindi quattro anni, nel ‘62. (In quanti ne eravate in classe?) Oh, questa è stata un’annata favolosa la prima classe. Addirittura due classi. (Ed era direttore Iliassich?) Sì, era preside Iliassich. Quell’anno è stato interessante perché c’erano tanti alunni candidati che hanno fatto due classi, la A e la B. Nella A hanno cercato di mettere quelli che avevano i migliori risultati, nella B hanno messo quegli altri. Ed è successo poi che infatti già al primo anno, secondo, questi hanno rinunciato però poi dopo siamo di nuovo divisi. Avevamo solo delle materie in comune perché siamo stati divisi in classico e scientifico. E quindi io ho terminato come scientifico e… abbiamo terminato… abbiamo cominciato in 52 credo e siamo finito in nemmeno 25. (Questo era motivato da altri movimenti verso l’Italia o verso l’estero o persone che anche per la difficoltà dell'istruzione che non riuscivano a concludere?) Allora, cosa è avvenuto in certo momento? In un certo momento con la crisi di Trieste, probabilmente, ne avranno parlato anche gli altri. Con la crisi di Trieste molte scuole sono state chiuse, italiane, dalla città sono stati tolte le insegne bilingui… i toponomi… le vie, tutto. E allora le generazioni che già stavano ultimando l’ultimo anno di studi, tipo magistrali, eccetera, si sono viste dall’oggi al domani tutte le materie avere tutte le materie in croato, a fare gli esami in croato. Questo credo che sia stato anche un momento di stress e di trauma per quelle generazioni. Per cui diventando genitori, taluni hanno pensato di agevolare i figli. Di iscriverli nella scuola croata, quindi avrebbero parlato bene il croato, si sarebbero inseriti bene nel campo del lavoro. Secondo me questo è stato. (Quindi non soltanto alla base, non soltanto in partenza un’iscrizione… ma indirettamente anche in corso d’opera. Quindi ci si iscriveva al liceo e poi non si finiva al liceo italiano ma c’era un trasferimento a queste scuole croate?) Sì, perché certe scuole, ecco, quelli della mia generazione che ho perso si sono iscritti poi nelle scuole ad avviamento professionale. (In croato, principalmente?) Solo croato. (Non c’era nemmeno l’insegnamento della lingua italiana?) Dunque certi della scuola tecnica, credo, cosa fosse non so perché poi erano indirizzi per meccanico. Allora ci sono stati dei ragazzi della mia generazione che venivano a imparare lingua e letteratura italiana con la professoressa Iliassich, Maria Iliassich. So perché l’incontravo nel corridoio e quindi parlavo con loro. Erano miei ex compagni delle elementari, no? Ma erano pochi. (In parallelo, suo padre aveva problemi a entrare nel Circolo e per quanto riguarda lei? Lei riusciva? Quando inizio anche lei la frequentazione negli ambienti della comunità?) Negli anni del Liceo… negli anni del Liceo perché alcuni della mia compagnia cantavano, recitavano e quindi venivo a seguirli. E da lì è cominciato… (Due questioni: la prima circa la sua cerchia di amicizia, era mista in un certo senso? Aveva sia amicizie italiane?) No, solo fiumane. (E quindi come è stato l’apprendimento della lingua croata?) Per me non facile perché adesso anche, tra l’altro, i ragazzi sia dall’inizio imparano la lingua croata, è obbligatoria. All’epoca, quando io andavo a scuola, io ricordo che ho cominciato dalla quarta o addirittura dalla quinta, cioè prima media, e poi… non so se era un fatto di lingua o di cultura ma avevo degli insegnanti di croato antipaticissimi… Mamma mia e credo che fosse causa loro che io non ho amato questa lingua per cui mi sono chiusa tra i miei. Non mi andavano avevano non so… (E in che modo la fiumanità, questo magari è in generale, ma in che modo la fiumanità veniva preservata, conservata? Eventi qui? Ma anche privatamente ci si vedeva per qualcosa in particolare? Perché immagino ci fosse un desiderio di continuare un discorso culturale? Ammetto che è una domanda molto generale ma in che modo ci fu questa trasmissione di conoscenze locali, tradizioni, dialetto?) Ma prima di tutto attraverso la famiglia, rapporti familiari e rapporti di amicizia. Diciamo la seconda fase, questo inserimento in comunità. A scuola la scuola di Fiume nulla invece adesso si cerca di fare qualcosa anche in questo senso. Nelle attività libere, ecco, al Liceo facevo parte del gruppo letterario per cui la professoressa Iliassich ci organizzava degli incontri con gli scrittori. Quindi con Schiavato, con Scotti… della comunità ecco questo è stato un inserimento culturale. (E per quanto riguarda l’altro lato, l’altra costa, adriatica, la repubblica italiana, vi erano iniziative? Già si iniziava quando andava al Liceo a…) … e purtroppo io sono quella generazione che ha avuto i libri di testo italiani e altre cose di supporto grazie ai rapporti familiari perché una mia parente che abitava a Padova, io le scrivevo una belle letterina, chiedendole, facendole l’elenco dei testi perché altrimenti l’EDIT stampava quello che poteva e quindi nasce dall’infanzia il mio rapporto con l’EDIT perché a casa si leggeva “La Voce del Popolo,” si legge “Panorama,” non ricordo che ci fosse “Noi Donne” all’epoca era forse già spenta questa pubblicazione, anche dell’EDIT, però… e quindi anche i primi libri di narrativa erano impronta EDIT e mi sono formata così e diciamo che la generazione successiva, già quelli della terza media quando io ho fatto la quarta… quelli della terza media hanno cominciato a usufruire del sostegno dell’Università Popolare di Trieste. Ricordo questo particolare perché hanno cominciato, non so, i primi che si son… e naturalmente andavano i migliori, si sono fatti una gita di quindici giorni tra Roma e la Grecia, e Atene e compagnia bella. Ecco io ho finito la quarta e ho finito… (E per quanto riguarda invece i rapporti con i loro parenti in Italia, andava spesso in Italia? Com’era questo processo?) Oh, la prima uscita… ricordo… non so se andavo in seconda o in terza media… del Liceo… (No, no, proprio sua personale?) Sì.. (Ah ok) E ricordo che sono andata con la mamma… (In che anni siamo?) ‘63… (Ok mi diceva, andava con la mamma?) Sono andata con la mamma… e per andare dovevamo avere un permesso, oltre che il passaporto, il permesso dell’autorità che potevi andare previo lettera di… raccomandazione che saremmo stati a sostegno delle famiglie. Cioè le famiglie che volevamo visitare dovevano dare una lettera di garanzia, sì, sì e così siamo usciti. (Questo è stato per tutto il periodo jugoslavo o soltanto quel periodo?) Quel periodo perché anche quando la Jugoslavia ha fatto dei cambiamenti strutturali o forse semplicemente formali che ha dato più autonomia alle repubbliche… credo fosse dopo la caduta di Ranković, che era il capo supremo della polizia segreta, che è venuto in urto con Tito e allora Tito si è sbarazzato di lui… e all’epoca era “Kardeljevo” sono gli anni ‘70, ‘71… (Con la nuova costituzione, l’autogestione…) C’è stato quel movimento dei liberali soprattutto, Nižetić, Niketić, così qualcosa in Serbia. In Croazia nel ‘71 c’è stata la Savka Dabčević-Kučar… sì la “Primavera”… (A Fiume, mi scusi, aveva delle ripercussioni questi discorsi, questi grandi dibattiti jugoslavi da un punto di vista ideologico, avevano una ripercussione territoriale nella città di Fiume, si ricorda esperienze personali legati a questo? No che lei supportasse ma se si ricorda.) No, no, no nel fatto… sai cosa… e ricordo già perché lavoravo a “La Voce del Popolo” e dovevo seguire… no, dovevo seguire, io dovevo seguire i sindacati… sai che felicità seguire i sindacati però, a un dato momento… gli studenti di Fiume si sono organizzati, hanno fatto delle sedute, anche quelle non finivano mai, eccetera e avevo seguito una in cui… prevaleva questa linea di una forte autonomia dalla Croa… dalla Jugoslavia, un riconoscimento proprio… di valori croati, diciamo, sai perché si sentivano soffocare anche loro. Io, quella volta là, l’avevo percepito come un forte nazionalismo ma forse avevano ragione loro, visto il seguito della storia. (E non vi era, invece, sempre un’idea autonomista, potremo dire, ma locale, municipale, come un po’ anche la tradizione fiumana…) Ma quello non ho seguito molto sai. Di questa faccenda ti potrebbe parlare forse più… ma lui era abbastanza giovane, Baccarini, oppure sia chi? Il coso… Damir Grubiša, sai perché? Perché all’epoca lui era studiava a Zagabria e lui era fiumano, no? Però lui, all’epoca, è stato contrapposto dall’allora partito al… al… al capo… ai leader di questi… movimenti… del movimento studentesco, Čičak o Čačak, faccio un po’ di confusione, comunque… questo tizio si è fatto anche la galera e come sia finito… Grubiša poi è rimasto nelle strutture, diciamo, e però Čičak, adesso ultimamente, è a capo del comitato… di un comitato per i diritti umani… (Va bene, comunque farò ricerche anche mie… nel caso…) … comunque come punto di riferimento… ecco Grubiša ti potrebbe dire molte cose di questo movimento. (Due passaggi. Uno, le dice mi ha detto che finisce il Liceo nel ‘66, e passa subito a “La Voce del Popolo” o fa altro?) Allora, nel frattempo, io due estati sono stata a “Radio Capodistria” per un breve periodo perché all’epoca “Radio Capodistra,” che stava lavorando anche per l’apertura di un centro televisivo, aveva la prassi non solo di avere un bel collegamento con le scuole italiane ma nella necessità di provvedere ai quadri professionali, all’epoca aveva fatto un giro per le scuole italiane, cioè per i licei e su indicazione dei professori d’italiano, cercavano chi sapesse scrivere bene e avesse un certo tipo di pronuncia perché cercavano giornalisti e speaker. Allora, in un dato momento, sono venuti a Fiume, hanno registrato un paio di noi e poi hanno scelto me e un ragazzo, lui per speaker e me per giornalista. E quindi sono stata lì e quindi questo è stato il mio primo contatto con questo mondo. Per cui, finendo il Liceo, io volevo andare a Belgrado a studiare italianistica da Sequi. Nel frattempo i miei genitori hanno divorziato, non quando voleva il partito ma quando hanno deciso loro (In libertà…) … in libertà. E quindi, diciamo, che io e mio fratello eravamo rimasti col papà, più con la nonna paterna che col papà ma vabbè. E lui, sai, non avevamo le possibilità economica perché io potessi continuare gli studi. “Radio Capodistria” … mi aveva… era interessata a darmi una borsa studio, però avrei dovuto studiare economia. Io ed economia siamo due poli opposti e quindi disperata, ecco. E quindi disperata: “Cosa faccio? Cosa non faccio” perché adesso tu se continui gli studi, automaticamente hai l’assicurazione sanitaria, all’epoca, da quello che ricordo, no. Perché se interrompevo o lavoravo o studiavo. Allora mi sono iscritta a un corso di pedagogia industriale. Io pensavo, sai farò pedagogia, sociologia perché erano quelle le materie che mi interessavano… mi sono trovata… (Mi scusi, lei si iscrive a questo corso a Fiume?) A Fiume, vicino casa. Quindi non dovevo spendere neanche per l’autobus però ho visto che non fa per me e nel frattempo avevo sentito che a “La Voce del Popolo” cercavano i giovani e sono entrata. (Chi era caporedattore in quel periodo?) Caporedattore de “La Voce del Popolo” era Palo Lettis. (Come è stata questa esperienza a “La Voce del Popolo”?) Ma sai, adesso, a ritroso… dimentichi anche le cose spiacevoli, comunque, anche lì sai, “la figlia del cominformista”… (Anche lì? A distanza di tanto tempo?) Sotto-sotto, non in faccia. Ma ho sorpreso due… colleghi anziani… capito? (Si ricorda qualcosa, per caso, del ‘68? Che era fresca di ingresso in questo mondo, se ci fossero oltre questi movimenti in senso nazionale, ci fossero anche… se Fiume avesse partecipato a queste proteste, diremmo globali oggi?) Non ricordo, guarda. Saranno stati episodi isolati. (E per quanto riguarda l’attivismo nel mondo della minoranza, lei quando inizia questo percorso?) Ma prima di tutto, come giornalista, proprio per dovere professionale che ho seguito, sai. Poi… sì però mio padre ha fatto anche scultura con Romolo Venucci. Il primo gruppo che Romolo Venucci ha fatto… in Comunità, in CIC, è stato quello di scultura e di pittura di cui faceva parte mio padre, Raniero Brumini. Ho trovato a casa, tra le sue carte anche… diciamo un opuscolo in cui avevano allestito una mostra, chi c’era ancora? Non ricordo… comunque volevo dirti che questo è stato l’unico suo modo di avvicinamento alla comunità. (Si ricorda il periodo?) Anni ‘60. (Fine o inizio?) Direi inizio. (Quindi è stato il lato culturale, artistico, creativo che ha fatto sì che potesse rientrare. In quello più istituzionale, politico…) No, guarda, ha evitato tutto lui. Credo che fosse anche per via di quello che aveva firmato e dopo c’era anche questo marchio di qualità. (Quindi lei segue suo padre anche in questo ramo del CIC e inizia anche lei l’attività…) Ma sì nel momento in cui ho avuto più tempo, in cui ho potuto dedicarmi… a quello che mi piaceva anche perché avevo un orario che a “La Voce” che non mi permetteva di fare. Io ho lavorato per… parecchi anni nel settore politico. Il settore politico, praticamente, eri… poi gli ultimi anni, cominciavo al mattino e uscivo la sera. (Il settore politico da un punto di vista giornalistico o…) Proprio giornalistico. La politica, che all’epoca era considerata il top, capito. La politica… arrivavi se… per cui mi sono fatto, tutto meno che la cronaca sportiva. Ho fatto cronaca fiumana, cultura, cronaca regionale, ultime… e ciclicamente ripercorrevo quel “Panorama,” quindicinale perché poi ho sposato Ezio Mestrovich, che lavorava anche lui a “La Voce del Popolo.” (In che anno?) In che anno io mi sono sposata? Dunque, io ho cominciato a “La Voce del Popolo” nel ‘66, sul finire del ‘66… nel dicembre del ‘66… E mi sono sposata nel ‘68. E poi ho avuto una breve interruzione da professionista che ho fatto l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume un mandato, dunque quattro anni. Però, da giornalista, ho collaborato per due anni… c’era il corso di giornalismo al Liceo perché c’era stato, nel frattempo, una riforma scolastica che la chiamano riforma Šuvar per cui in tutte le scuole media, avevi i primi due anni propedeutici e gli altri due a indirizzo professionale e si faceva pratica, li portavi in giro per la città, gli davi i temi e quindi non… i professori non avendo delle esperienze in questo senso avevano impegnato diversi giornalisti dell’EDIT per cui quelli più a lungo sono stati Renzo Vidotto, mio marito, Alessandro Damiani, io, Mario Simonovich, invece, anche giornalista dell’EDIT lui è intervenuto nei momenti di crisi per l’italiano, la storia, altre materie. Questo è forse il caso di ricordare che i giornalisti dell’EDIT hanno dato il loro contributo sia alla Comunità che all’Unione. Prima di Sau è stato presidente dell’Unione Mario Bonita, caporedattore de “La Voce del Popolo,” Giuricin, Lettis, altri facevano parte degli organismi dell’Unione. E quindi anch’io come giornalista sono entrata in Unione, capito? E come giornalista è stato un periodo che seguito parecchio la politica della minoranza italiana, sopratutto dell’attività che facevano e anche dell’impegno. Certe riunioni dell’Unione, eccetera, eccetera, per cui non ero disinformata, capito? (Lei percepiva quindi una certa naturalezza, organicità, in questi scambi giornalistico-politici? Nel senso che uno non le pesava fare quest’attività per l’Unione? E non percepiva una differenza in effetti? C’era una certa… certo il ruolo era diverso…) Sì, sì, diciamo che… lavorando all’Unione ho avuto la possibilità di incontrare persone politicamente impegnate di un certo livello e quindi… ecco questa è stata l’opportunità diciamo e anche di conoscere un po’ più a fondo i meccanismi di lavoro delle comunità perché, all’epoca, avevamo 22 comunità però io ho lavorato, nel corso del mio mandato, all’apertura delle comunità di Cherso e di Lussinpiccolo. Però sai i meriti se li sono presi quelli che sono venuti dopo ma vabbè, anche perché sai hanno fatto un nuovo statuto, eccetera. Vabbè ma non solo arrivati da niente. (In che anni lei ha avuto questo mandato?) Non lo so se è l’85-’86, questo sicuramente l’inizio, fino al ‘90. ‘86-’90. (Quindi poco prima che cambiasse e si riformasse… e generalmente che ricordi ha del clima politico, credo sia importante chiedere questo, all’interno dell’Unione se ci fosse una percezione che qualcosa stesse cambiando?) La percezione c’era, ma sai cosa? Innanzitutto molti dimenticano un dettaglio, che il trattamento e il riconoscimento statutario degli italiani della parte croata dell’Istria era diverso da quella slovena. Diciamo che l’inclusione nella sfera sociale e politica comunale, cittadina, regionale, della parte slovena… aveva… il suo peso perché loro avevano la possibilità attraverso l’istituzione della CAN… Camera autogestita della comunità. (Qui siamo ancora nel periodo jugoslavo? Già durante la Jugoslavia vi era un trattamento differente all’interno di uno stato socialista?) Uff [esclamazione di grandezza del fenomeno, come dire “hai voglia!”] Tanto che, in una nostra… in un nostro incontro con… siamo stati a Belgrado, i vertici dell’Unione, si preparava un incontro ad alto livello tra la Jugoslavia e l’Italia. Erano gli anni di crisi, quindi era all’epoca Mikulić-Goria, infatti dopo è stato firmato l’accordo Mikulić-Goria, e prima di quest’incontra la parte jugoslava doveva a Roma e c’avevano convocato per… vedere la situazione. Belgrado è lontana, capito? E volevo avere di prima mano delle informazioni. So che a un certo momento hanno chiesto: “Va bene ma cosa c’è che non funziona?” “Non funziona perché siamo un unico gruppo ma il trattamento è diverso, no? E noi da questa parte non abbiamo gli stessi diritti degli italiani del capodistriano e vorremmo…” Per cui, noi, la parte croata, anche nelle richieste si voleva una presenza, diciamo, politica in queste strutture statali… (E volevo chiederle proprio questo sul trattamento delle minoranze. Parliamo proprio di una questione amministrativa dell’epoca socialista, era di competenza della singola repubblica? Non era una competenza federale? Non era Belgrado che decideva cioè lo stanziamento e dei fondi e…) … veniva dalle rispettive repubbliche… delle minoranze, quindi dalla Repubblica di Croazia, all’epoca socialista, e dalla Slovenia. La Slovenia era quella puntualissima che diceva. Ripeto la storia del 20%o no? (No va bene, l’unica cosa che però volevo chiederle, chi in questi anni era il responsabile a Zagabria? Cioè qual era il medium comunicativo? C’era un ufficio?) C’era un ufficio, diciamo che… assolveva più di tutto la parte finanziaria… amministrativo-finanziara. Per cui era il primo indirizzo a cui ci si rivolgeva fuori dall’ambito nostro territoriale. (Come si chiamava?) Sarà qualche ufficio per le minoranze, qualche socialista di mezzo ci va sempre… e poi… a quel livello poi ci riunivamo ed erano dei comitati specifici. Uno a livello croato, in cui era compreso il rappresentante di questo ufficio e uno a livello sloveno che era un comitato misto e loro due si riunivano per decidere il da farsi previo incontro con noi. (Dove si riunivano lo decidevano loro?) Lubiana e Zagabria. (Ok Belgrado quindi era totalmente esclusa da questo processo? Doveva solamente essere informata?) Informata ma no, non era direttamente coinvolta. (Un breve accenno invece a Belgrado. A Belgrado vi era Sequi ma non eravate mai in rapporti con Sequi in questi anni o eravate? Perché so la storia delle sue tensioni precedenti…) … ma non so. Io personalmente so che lui collaborava alle riviste. Ha partecipato a certe iniziative fatte soprattuto da “La Battana” che si prefiggeva di collegare, diciamo gli intellettuali, non solo della minoranza, ma di tutta la Jugoslavia con gli intellettuali dell’altra sponda, no? Quindi ci sono state iniziative anche valide. Ricorda la presenza di Umberto Eco che è venuto più volte qua, questo lo so di certo perché mio marito era anche coinvolto lì. (Magari un accenno a suo marito mi sembra doveroso farlo…) Sì… (Suo marito, prima di tutto, che ruolo aveva nella comunità fiumana? Aveva un’importanza storica… Ecco chi era sopratutto suo marito? E che ricordi conserva della sua attività per la comunità italiana per l’appunto?) Sì, ne parlo volentieri perché, diciamo, Ezio, come persona, era un intellettuale che… credeva in certe cose e quindi ci andava fino in fondo. E tante volte diceva: “Sai, se do fastidio ai nostri connazionali e anche agli altri, alla maggioranza, mi sa che ho ragione.” Sì, perché tante volte ha detto delle cose che non è stata gradita da parte… anche dell’UPT. Per esempio, ricordo che aveva fatto un servizio sul campo di concentramento ad Arbe, dove c’erano stati molti sloveni e croati. Lui aveva fatto un bel servizio e ricordo il professore Rossit che le cose non te le diceva direttamente però questa volta l’aveva… li mandava attraverso i rappresentanti dell’Unione, no? E aveva detto: “Ma serviva proprio adesso questo servizio? Perché l’ha fatto?” (In che anni siamo?) Uff, Oddio. (Questa è una domanda che io reitero… Giusto per capire perché avesse detto Rossit questo…) Perché probabilmente si preparava a qualche visita che loro concordavano e faceva brutta figura, non c’era più questa figura degli “italiani brava gente.” In sostanza questo. Diciamo che Ezio non ha sfondato porte già aperte. Ezio ha battuto la testa sulle porte chiuse, con i suoi interventi, con le sue iniziative. Ricordo che aveva promosso un convegno, proprio qua a Fiume sui rapporti con Venezia. Era stato attaccato dal Vjesnik proprio in maniera brutale proprio… e non a ragione. (Qui siamo già nel periodo croato?) Sì, più o meno.. ma no… sì insomma abbastanza vicino al periodo croato, ecco. Quindi lui ha avuto degli scontri, non è che non li avesse. Poi parlerò di Ezio, quando andavamo in queste commissioni si andava, non andava solo l’Unione, andava il Centro di Ricerche Storiche e andava chi ancora? L’Edit, il Dramma italiano, come singoli soggetti, e poi ognuno cercava di tirare l’acqua al proprio mulino per i finanziamenti.. Allora, alle volte… (Il Circolo non andava? Non aveva nessuna competenza?) No perché diciamo la… l’Unione era quella che raggruppava l’attività delle comunità, quindi le attività comuni, le attività comuni venivano rappresentate dall’Unione. Mentre a livello locale ci andava la comunità. Tornando a Ezio, diciamo che come giornalista ha cominciato dalla gavetta però ha fatto tutti i gradini e in ogni sezione si è impegnato al massimo. È stato anche innovativo perché… ha cambiato la “Voce del Popolo” non solo come… impostazion grafica. Sì, ha voluto anche l’impostazion grafica e attivamente perché ha suggerito, ha fatto, ha ascoltato gli esperti, eccetera. Lo stesso dicasi ha fatto con “Panorama” e il centro della sua attenzione è stata sempre la minoranza italiana però anche nell’interscambio con le altre realtà. Questo era il suo punto principale per cui l’idea era non chiudiamoci, apriamoci… apriamoci e dialoghiamo con la parte, eccetera, eccetera. (Si direbbe un costruttore di ponti, di relazioni…) … Ed è stato anche… diciamo, tra i primi, se non il primo che ha capito anche… che ha colto, ha capito l’importanza… del fatto di collegarsi alla Società di Studi fiumani perché sono loro che primi hanno cercato un rapporto… (Allora dicevamo dell’attività di suo marito nell’unire, nel mettere in comunicazione questi mondi e soprattutto del dialogo. Che altro ci può dire in merito se c’è qualcos’altro?) Ma voglio dire che questa sua… vocazione al dialogo è stata una costante nel suo lavoro e professionale e come intellettuale ha puntato ad avere rapporti anche con persone di altra cultura, con altre cultura. Soprattutto quella a noi più vicina, quindi quella croata e poi è stato… e si è impegnato personalmente anche a riavvicinare i fiumani esuli attraverso la loro Società di Studi fiumani anche per un recupero culturale e della memoria. (Si ricorda, di nuovo la solita domanda, in che anni siamo?) All’epoca il presidente era Ballarini, Amleto Ballarini, seguito poi dal professor Stelli, da Marino Michich, e quindi… ha cercato di coinvolgere, cioè di collaborare anche a dei rapporti che la Società di Studi fiumani ha stabilito con la parte croata, soprattutto con la parte… di esponenti… dell’istituto di storia croata e il risultato di quella collaborazione è stata una pubblicazione comune basata su ricerche sulle vittime del secondo dopoguerra… della seconda guerra… e, diciamo, penso il suo impegno lo ha espresso scrivendo, partecipando a dibattiti, anche all’estero, quindi non solo in casa… e poi si è inclusa anche agli inizi del conflitto… è stato invitato a convegni a Venezia, ricordo, e anche in qualche altra parte d’Italia. Comunque ha scritto per riviste italiane, proprio per spiegare quello che stava avvenendo all’epoca in Croazia. E io personalmente di quel periodo della Croazia se mi posso riallacciare al mio discorso… io speravo che la dissoluzione finisse in modo più sereno e tranquillo come era avvenuto per la Slovacchia e per la Boemia. Invece e… quindi il conflitto mi ha sconvolto e mi ha sorpreso perché io, pur vivendo qua, non mi ero accorta del profondo distacco vissuto dalla gente comune che non voleva più saperne, ma soprattutto dei serbi. E questa è una cosa che boh… altro che “unità e fratellanza.” Quindi era una cosa che covava da tempo, magari dalla formazione della prima Jugoslavia. (Lei aveva contatti con la comunità serba?) Ma no, no. I contatti erano sporadici. Avvenivano sempre nelle condizioni in cui ci trovavamo tutti insieme a parlare di finaziamenti e di programmi futuri ma no… la mia cerchia è stata sempre molto ristretta nell’ambito, diciamo, linguistico e culturale. (Però si ricorda anche di un’ulteriore perdita di diversità culturale della città a seguito di questi…) Sì, ma la città è cambiata in questi ultimi anni, non solo in seguito a quello. Penso che sarebbe cambiata comunque perché anche il cambiamento è avvenuto tra la gente che abitava prima che era venuta subito dopo il ‘45 e piano piano si era integrata, quindi aveva assunto un diverso modo di vivere anche e questo è cambiato con questo… la chiamano “Guerra patriottica,” diciamo guerra patriottica con la dissoluzione della Jugoslavia. È avvenuto questo cambiamento e secondo me… sopratutto questi ultimi anni io noto un cambiamento… a un livello, ci porta a un livello più basso di convivenza civile. Mi accorgo per le strade nei rapporti, nei negozi, ma penso che sia un fatto culturale… (Quindi più a livello interpersonale che di tipo etnico?) Non credo che sia una faccenda etnica è una cosa culturale. (E per quanto riguarda invece l’impatto dei cambiamenti sulla comunità italiana, lei cosa direbbe in merito, in che modo la transizione dall’Italia… eh, dalla Jugoslavia alla Croazia…) … diciamo che sono avvenuti dei cambiamenti nel tempo, quindi sporadici… e piano piano noto questa apertura degli esponenti politici locali, una maggiore disponibilità verso la presenza storica italiana di noi fiumani che forse prima non… non poteva esprimersi o anche per il fatto che parlano tanto della multiculturalità, richiamandosi al passato, ma questo è una multiculturalità a livello più formale che… sentito. Sì, comunque, va bene, e forse perché… non perché so sicuramente che l’entrata della Croazia in Europa ha favorito questo discorso. Piano piano penso che sia questo perché l’Europa sta attenta a certi dettami. E quindi la Croazia adesso deve risolvere non tanto i problemi a Fiume o in Istria, quanto a certe zone altre del paese mi riferisco ai serbi di Osijek e di quelle zone lì. (Ora affrontiamo le fasi finali della nostra intervista. Le volevo chiedere due questioni. La prima riguarda… ecco, che idea si fa del futuro della Comunità italiana di Fiume ma, in senso esteso, della minoranza in Croazia e in Slovenia?) Dal mio punto di vista, raggiunti i 76 anni, vedo che… vedo un certo distacco dai connazionali nei confronti della comunità, della sua attività, eccetera. Cioè mancano generazioni che possano rinnovare, rinsaldare le nostre sezioni, penso che sia anche un certo tipo di presa di coscienza, perché? Noi da buon inizio, come minoranza, nel globale non parlo solo dei fiumani, siamo stati tra le minoranze le più aperte alle altre componenti con i matrimoni. Quindi già negli anni ‘60 si parlava di noi come della minoranza che nel 98% dei casi i matrimoni sono misti. Adesso, senza entrare nelle dinamiche delle famiglie, non mi sembra che la componente italiana prevalga. Quindi i matrimoni misti hanno contributo, in una certa misura, alla coscienza nazionale… L’altro fatto è che … chi è impegnato, c’è anche un nuovo orario di lavoro, ci sono nuovi… chi ha poco tempo libero da dedicare a qualche attività… Le nostre scuole sono state delle generazioni che hanno quasi favorito la scelta di studiare all’estero, supportata da genitori, supportata dalle borse studio eccetera, eccetera. (Per estero lei comprende…) No, parlo dell’Italia. Gli studi in Italia, quindi molti se sono rientrati non si sono inclusi nelle istituzioni dalle quali hanno avuto il supporto finanziario. Sono rari. La maggior parte ha trovato una soluzione, anche perché, diciamo, l’economia della Croazia continua a essere disastrata. Io non giudico ma credo che sia un fattore prioritario e loro scelgono dove si sta meglio ovviamente. Quindi non so io… E poi lo dimostra anche la statistica. Siamo calati. E quindi le prime misure col tempo che verranno sarà: un calo dei finanziamenti e quindi una riduzione delle attività. Se l’economia non cambia rotta… penso che molto dipenda dalla situazione economica del paese… Secondo me, ogni tanto faccio la battuta “siamo gli ultimi mohicani.” (E concludiamo con una domanda molto generale e forse retorica…) … ecco, per esempio, io ho adesso in famiglia perché io ho sposato anche un fiumano, eccetera, eccetera, ma mio figlio si è sposato con una croata. Lei le piace la lingua italiana, la parla perché l’ha studiata eccetera ma nei rapporti col figlio anche perché in famiglia si è deciso… lei aveva deciso, lei parlerà il croato col figlio, io parlerò l’italiano, e mio figlio col suo figlio parlerà il dialetto. Abbiamo fatto una bella confusione ma non c’entra ma il problema sta nel fatto che adesso lui ha scelto l’indirizzo informatico, quindi il Liceo non dava questa possibilità e ha scelto una scuola professionale dove non si studia l’italiano e se lui un giorno deve dichiararsi cosa si dichiarerà? Per il momento si dichiara italiano ma non è giusto che lo forzi a una scelta. Io sono sicurò che si dichiarerà europeo perché ha quel motto lì e quindi penso sarà quella la sua scelta. (In ultimissima battuta, per lei cosa significa essere fiumani?) Essere fiumana significa avere un forte legame con la città, con la storia della mia famiglia… che purtroppo condivido con poche persone ormai però anche non sono dell’idea “siamo una famiglia,” neanche tutte le famiglie non vanno d’accordo, quindi quando mi sento dire: “Ma perché tra de noi facciamo così” “Lassa star la famiglia.” E voglio esprimere la mia diversità perché omologarmi.