Zagabria, stadio Maksimir, 4 maggio 1980. Andrea Marsanich è in tribuna, in divisa grigioverde da soldato di leva della Jugoslavia, a guardare la Dinamo contro il Željezničar di Sarajevo.
A un certo punto la gente comincia ad alzarsi. La voce si sparge in pochi minuti: «Tito je umro». Tito è morto. E nessuno sa cosa succederà adesso.
Maksimir, il grande stadio di Zagabria. Andrea Marsanich è un soldato di leva — italiano di Fiume in divisa jugoslava. Tre mesi di allarmi notturni, esercitazioni, paura dei russi. E ora questa partita di calcio, un momento di normalità. Finché la normalità non finisce.
Nei tre mesi precedenti la morte di Tito, la caserma di Fiume è in stato d'allerta permanente. Allarmi di notte, uniformi, fucili, corsa. Si mormora di un attacco sovietico. I riservisti dormono con i soldati di leva.
Due giorni dopo la morte di Tito, Marsanich viene spedito in Slavonia a scavare trincee — a Darovac, in mezzo ai campi. L'invasione sovietica sembra imminente. Ci resterà un mese, in tenda.
L'invasione sovietica non arrivò mai. Le trincee scavate a Darovac non servirono a nulla. Marsanich tornò alla caserma, poi a Fiume, poi alla vita civile.
Ma quella notte allo stadio — la gente che si alza, la voce che corre tra le tribune, il suo amico bosniaco che piange in taxi — è rimasta come uno di quei momenti che si ricordano con una precisione assoluta, anche quarant'anni dopo. Il momento in cui un'intera epoca finisce, e nessuno sa ancora cosa verrà.