Storia · Regime · Maggio 1980

Tito je umro
Tito è morto

Zagabria, stadio Maksimir, 4 maggio 1980. Andrea Marsanich è in tribuna, in divisa grigioverde da soldato di leva della Jugoslavia, a guardare la Dinamo contro il Željezničar di Sarajevo.

A un certo punto la gente comincia ad alzarsi. La voce si sparge in pochi minuti: «Tito je umro». Tito è morto. E nessuno sa cosa succederà adesso.

Andrea Marsanich · maggio 1980 · Zagabria → Darovac
Tappa 1 · Zagabria, Stadio Maksimir

Lo stadio

Maksimir, il grande stadio di Zagabria. Andrea Marsanich è un soldato di leva — italiano di Fiume in divisa jugoslava. Tre mesi di allarmi notturni, esercitazioni, paura dei russi. E ora questa partita di calcio, un momento di normalità. Finché la normalità non finisce.

«Tito je umro»
«Io nel momento della sua morte, quando era stata annunciata ufficialmente, mi trovavo allo stadio Maksimir a Zagabria a guardare una partita di calcio. A un certo punto la gente è cominciata ad alzarsi, si è sparsa la voce: "Tito je umro", "Tito è morto."» — Andrea Marsanich
Andrea Marsanich racconta la morte di Tito Zagabria, stadio Maksimir, 4 maggio 1980
Tappa 2 · Fiume, Caserma

Tre mesi di allarmi

Nei tre mesi precedenti la morte di Tito, la caserma di Fiume è in stato d'allerta permanente. Allarmi di notte, uniformi, fucili, corsa. Si mormora di un attacco sovietico. I riservisti dormono con i soldati di leva.

«Prima di morire, per tre mesi, noi avevamo dei continui allarmi nella nostra caserma. Ci facevano svegliare durante la notte, indossare tutta quanta l'attrezzatura militare e dovevi correre con il fucile. Erano cose che succedevano ogni terzo-quarto giorno. I russi erano la grande paura.» — Andrea Marsanich
Tappa 3 · Darovac, Slavonia

Le trincee

Due giorni dopo la morte di Tito, Marsanich viene spedito in Slavonia a scavare trincee — a Darovac, in mezzo ai campi. L'invasione sovietica sembra imminente. Ci resterà un mese, in tenda.

«Due giorni dopo mi hanno mandato a scavare trincee a Darovar, in Slavonia perché c'era questo timore di questa invasione — che poi era un timore assolutamente infondato — però durante il servizio militare te le dicono di tutti i colori e tu devi credere o non credere. Sono stato a Darovar un mese, finito di scavar trincee, e vivevo in una tenda.» — Andrea Marsanich
Epilogo

La paura che non arriva

L'invasione sovietica non arrivò mai. Le trincee scavate a Darovac non servirono a nulla. Marsanich tornò alla caserma, poi a Fiume, poi alla vita civile.

Ma quella notte allo stadio — la gente che si alza, la voce che corre tra le tribune, il suo amico bosniaco che piange in taxi — è rimasta come uno di quei momenti che si ricordano con una precisione assoluta, anche quarant'anni dopo. Il momento in cui un'intera epoca finisce, e nessuno sa ancora cosa verrà.