Intervista a Andrea Marsanich
Luogo: Fiume/Rijeka | Data dell’intervista: 28 febbraio 2023
Intervistatori: Angelo Massaro | Trascrizione: Angelo Massaro
Formato: Testo trascritto (.html) | 📥 Scarica la trascrizione completa
Testo completo della trascrizione
(Buongiorno, la ringrazio soprattutto per aver accettato l’invito alla realizzazione di quest’intervista, mi può dire come si chiama, dove è nato e quando?) Sono Andrea Marsanich, sono nato il 1 ottobre del 1957 a Fiume. (Da?) Allora la mia defunta mamma si chiamava Annamaria Materljan Marsanich e mio padre, che per fortuna è vivo ed ha 87 anni, è Claudio Marsanich. Tutti e due nati a Fiume. Anche i nonni nati a Fiume, sia materni che paterni. (E in qual quartiere? Prima di tutto lei è nato e vissuto qui?) Sì, sono nato e vissuto a Fiume… sono nato qui nel quartiere di Stranga e i primi sei mesi sono vissuto qui con mia madre. In quel momento… in quei mesi lì mio padre faceva il servizio militare nell’Armata popolare jugoslava, come si chiamava all’epoca ed era in servizio a Pola. Finito il servizio militare è tornato a Fiume e in quel momento ci siamo trasferiti da dove lui era partito. Si chiama la via Monte Nero, l’attuale Bakarska, qui sopra la chiesa dei Salesiani che è una chiesa molto-molto cara ai fiumani di etnia italiana. (Questo perché?) Perché era stata costruita negli anni ‘20 del secolo scorso in un… quartiere a monte di Monte Grappa, in cui c’erano tanti… ci sono anche adesso, molto più raramente che un tempo, dove ci sono ancora oggi fiumani di nazionalità italiana ed è stata sempre una chiesa molto frequentata dai fiumani perché dai Salesiani? Perché è un ordine che si occupava molto dei giovani. C’era lì un campo e c’è anche adesso un campo di calcio, un campo di pallacanestro, c’era un teatrino una volta, i Salesiani si occupavano molto del tempo libero dei giovani e dunque era una chiesa molto popolare e molto amata dai fiumani. (Le volevo chiedere un paio di cose riguardo le cose che ha menzionato. Prima di tutto, il quartiere di Monte Grappa ha oggi un nome diverso?) Sì, si chiama Banderovo, Banderovo, ma diciamo che la mia casa, ex casa, in via Monte Nero, non è Monte Grappa, è a monte di Monte Grappa. Scusa il gioco di parole però è un rione che ha mantenuto le sue caratteristiche di trenta-quarant’anni fa. Una stradina parecchio stretta, praticamente costruita per fare passare il carro coi buoi o con i cavalli, e non c’è stato quel boom edilizio di tantissime case, così via, e da lì ti posso mostrare anche la direzione. Da lì godi un panorama ampio e spettacolare su tutta Fiume. Dal mare, ai rioni, e così via è un posto, secondo me, magnifico. Io vivo qui in Stranga, in questa ex via Trieste, come si chiamava sotto l’amministrazione italiana… (Oggi è Vukovarska?) Che oggi è via Vukovar, ai tempi della Jugoslavia si chiamava via dell’Insurrezione Popolare e invece sotto l’Austria-Ungheria si chiamava via Germania perché da qui andava in Germania, da qui andavi a Trieste ed ecco praticamente in nemmeno un solo di vita questa via ha cambiato quattro nomi: Via Germania, via Trieste, via dell’Insurrezione Popolare e via Vukovar. (Ma tra i fiumani in che modo viene chiamata?) E ti posso dire che negli ultimi anni è andato un po’ in disuso il termine via Trieste perché ci sono sempre meno fiumani. I fiumani, purtroppo, per cause naturali stanno scomparendo però i fiumani di 30-40 anni fa e anche più 50 anni fa dicevano più via Trieste che Norodna Ustanka, cioè via dell’Insurrezione Popolare. Anch’io adesso, ogni tanto, dico: “Sì, io abito in via Trieste,” ma alcuni non lo sanno dov’è via Trieste. È un po’ caduto in disuso ma tra i fiumani di una volta si diceva via Trieste. (Faccio un salto indietro perché prima ha menzionato i Salesiani. Lei da bambino frequentava?) Ti posso dire che quella era la mia chiesa, siccome abitavo in linea d’aria a cento metri da questa chiesa, lì ho fatto anche il chirichetto e sono stato lì diverso tempo… ed era una cosa che non mi piaceva affatto, ma per quale motivo? A me piaceva andare in chiesa, a me piaceva fare il chirichetto, servire messa, però proprio quando cominciava la messa c’era sulla RAI la “TV dei ragazzi” e la perdevo ogni volta… (La messa in che lingua era?) La messa era in lingua croata. (E non c’era una messa speciale, non so, magari come è in Duomo?) Mah, da quanto ricordo, le messe erano in lingua croata, ho fatto catechismo perché all’epoca il catechismo non c’era a scuola. Le scuole erano, diciamo, jugoslave e sai con la religione non si andava proprio d’accordo e allora facevamo catechismo nella chiesa… si chiama di Maria Ausiliatrice o chiesa dei Salesiani e lì facevamo il catechismo in lingua italiana. (E chi c’era lì, il parroco o?) No, no, c’era una suora che ci insegnava catechismo in Italia. Se non sbaglio, le cose avvenivano quasi sessant’anni fa, si chiamava suora Antonia e parlava un italiano perfetto e noi, quando passavamo di là, non dicevamo in croato ma dicevamo “sia ringraziato Gesù Cristo” ed era normalissimo dirlo in italiano. Adesso questa cosa qui è scomparsa… (Ma era forse anche difficile mantenere rapporti col Vaticano, con diocesi in Italia, vabbè era piccolo e queste cose erano molto dettagliate…) Ma queste cose molo dettagliate non te lo so dire. Certo che era una comunità molto viva in quel momento lì. Questa comunità della chiesa dei Salesiani. Ricordo che giocavamo a pallone, naturalmente era vietato imprecare… eh… Infatti c’era anche lì un disegno in cui c’era scritto in croato: “Sai, puoi saltare, puoi giocare, puoi divertirti e urlare ma non imprecare, non bestemmiare” e c’era la statua di Don Bosco con la scritta in italiano. E noi ricordo che frequentavamo anche il teatrino e giocavamo anche a ping-pong, a tennis tavolo, e insomma era una comunità che ti aggregava, che ti faceva occupare il tuo tempo libero in maniera, diciamo, proprio bella, spensierata. Poi naturalmente con il trascorrere degli anni, io sono venuto poi ad abitare qui che non è molto lontano, ho perso un po’ i contatti ma mia nonna, la mia nonna materna… (Che si chiamava?) Pasqualina Materljan, tutti la conoscevano come “Lina la tramviera,” frequentava molto… frequentava molto la chiesa, amava andare a messa, anche se non le era facile perché c’era una lunga scalinata che da questa via principale, da via Trieste che ti porta in questa chiesa e comunque la faceva, faceva questa scalinata tranquillamente e dopo la messa andava a casa nostra a guardare, sempre, i programmi in lingua italiana, i programmi televisivi della RAI perché allora non c’erano le altre TV. (Mi permetto solo di fare una domanda, a parte per fare un po’ un panorama familiare, però prima di andare nel dettaglio di ogni nonno o nonna, ma in generale era difficile per loro parlare la lingua croata? Cioè in questi anni di transizione, come fecero?) Beh, ti posso dire una cosa, all’epoca, gli anni ‘60… gli anni ‘50 non me li ricordo anche perché sono del ‘57 quei primi due-tre anni non me li ricordo… ma degli anni ‘60 ricordo sia dei miei genitori che la mia nonna perché non ho conosciuto i miei nonni e l’altra nonna, la nonna paterna, era andata proprio nel ‘57 a vivere da esule in Italia. (Come si chiamava lei?) Si chiamava Carmela De Cillis… (Magari ci torniamo dopo…) Diciamo che si parlava un croato stentato, si sbagliavano le desinenze, ma guarda che neanche io sono adesso perfetto nelle desinenze. Non parlo un croato perfetto perché la mia lingua madre è sempre stata l’italiano. (Però lei ha iniziato a parlare l’italiano già da bambino, già dalle scuole?) No ho imparato, ho cominciato a imparare il croato in strada perché a casa mia, tutta la cerchia di familiari, amici, parenti, tutti parlavano l’italiano o, per l’esattezza il fiumano, un dialetto di provenienza veneta. Il croato proprio a casa mia, o ti dico in una larga cerchia, non si parlava proprio. Invece, giù in strada, in via Montenegro, in Bakarska, l’attuale Bakarska, è lì che ho imparato il croato. (Ma da un punto di vista anche dialettale, e parlo del croato, magari dopo parliamo anche del fiumano, il ciacavo era un elemento estraneo in famiglia?) Ma nessuno… c’era ogni tanto mia nonna che aveva origini… perché ognuno di noi ha delle origini naturalmente. Io dello origini sia croate che ungheresi che italiane e mia nonna, Lina Materljan da ragazza Sinčić, aveva delle origini croato-slovene, e ogni tanto in qualche diciamo semi-imprecazione, in qualche detto, diceva delle cose in ciacavo ma erano delle cose così, ricordate, tirate fuori dalla memoria dei propri nonni, dei genitori, e così via. (Forse anche legate alle mlecarizze? O si andava a comprare qualcosa, venivano?) Ma poca cosa, comunque perché all’epoca anche il croato si italianizzava perché la lingua d’ambiente era la lingua italiana e la lingua croata. Ma tantissimi croati apprendevano in maniera parecchio veloce questo dialetto. E dunque tu andavi anche in un negozio, o acquistavi anche un giornale e così via… o andavi in macelleria, o come dicevamo noi in beccaria, dal beccher, il macellaio e parlavi tranquillamente il fiumano. Così che adesso sono purtroppo assai rare. Però, ti dico, il dialetto ciacavo non era presente proprio qua da noi nella mia famiglia e ti posso dire che neanche in strada c’era tanto ciacavo. Si parlava la lingua croata perché c’erano tante persone venute da tutte le parti della Jugoslavia e poi qualcuno si calava, non so, da Gromnico veniva a vivere a Fiume… o dal Castuano però, vennedo qui, diciamo che dimenticava questa parlata ciacava oppure rimaneva solo in ambito familiare, si parlava il croato. Io ho appreso il croato così in strada e ti posso dire un aneddoto, io avevo sì o no, tre-quattro anni intorno a me si era formato un cerchio e c’era uno che mi diceva: “Reci da si budala.” “Dì che sei stupido” e io non capivo che cosa significa la parola budala. E dicevo tranquillamente: “Da, ja sam budala” e tutti a ridere e io non capivo perché ridevano. Poi a un certo punto mia madre dal balcone, aveva sentito questa cosa qui, questo giochetto qui e si era messa a urlare contro questo cerchio di persone sia coetanei che più vecchi. Era venuta giù a prendermi e “non devi dire queste cose. Non devi dire che sei stupido.” “Ah, allora budala significa stupido, non lo dirò più.” (È stata così una delle prime parole che ha appreso…) … in lingua croata. (Facciamo un salto all’altro contesto dialettale che è il fiumano. In famiglia, secondo lei, cioè… è stato prima il fiumano e poi l’italiano. In che rapporto sono questi due elementi linguistici secondo lei?) Beh, guarda, il rapporto è il seguente: noi parliamo esclusivamente il fiumano. E per quanto riguarda l’italiano, noi leggevamo tantissimo, leggevamo tantissime cose, andavamo qui nelle scuole italiane, qui c’è la scuola elementare “Gelsi,” qui vis-à-vis, per dirla alla fiumana, guardavamo tanta televisione e in questo senso qua apprendevamo l’italiano ma la parlata era esclusivamente in lingua… in dialetto fiumano. (Ad esempio, tra i muli a scuola?) Solo il fiumano, adesso più no… perché sento le mie… ho avuto l’opportunità di sentire le mie figlie quando andavano alle scuole elementari e nella scuola media, l’ex Liceo e adesso ho tre nipoti di cui due vanno in scuola Gelsi, in seconda e quarta classe italiane, e la più vecchia va in terza classe del Liceo. Tra loro parlano non il fiumano, parlano un italiano che, oso dirlo, è molto maccheronico. Molto tradotto dal croato e parlato in italiano. Cioè la costruzione linguistica è in croato che si traduce e si parla in italiano. Invece, noi parlavamo tra di noi esclusivamente in fiumano, proprio tutta la classe sia qui in scuola Gelsi che al Liceo ma io non ho sentito mai parlare nessuna volta qualcuno dei miei compagni di classe in croato, tra noi. (E una domanda un po’ così, forse banale, che io chiedo, i professori se in classe, i professori italiani vi sentivano parlare fiumano, si arrabbiavano? Dicevano: “il dialetto non si parla”?) Con loro dovevamo parlare in italiano, qui era una cosa scontata e tutti parlavamo l’italiano con i maestri che allora chiamavamo compagni, “compagno maestro.” o compagno, compagna e si parlava in italiano. (Ma se scappava quella parolina fiumana?) Guarda, io ho avuto occasione di vedere un paio di volte le reazioni dei nostri maestri, dei nostri professori, dei nostri insegnanti e ho visto delle reazioni bonarie perché a loro faceva piacere… perché tra loro parlavano il fiumano. (Quindi lei ha fatto otto anni alla Gelsi?) Otto anni qui alla Gelsi, poi ho fatto quattro anni di liceo e poi, a un certo punto, eravamo una famiglia composta da: padre, madre, la mia sorella ed io. Mia mamma mi ha detto: “Voi andare a studiare o vuoi andare a lavorare?” Ho detto: “Tu sai mamma che a me piacerebbe fare il giornalista. Vorrei andare subito a lavorare.” E a 19 anni sono stato assunto da “La Voce” o al “La Voce del Popolo” che è il nostro quotidiano in lingua italiana. (Mi permetto soltanto una domanda per una periodizzazione e anche qualche domanda sulle scuole prima di ritornare ai nonni per coprire il quadro familiare. Prima di tutto alla Gelsi in quanti ne eravate in classe?) Eravamo quasi sempre in nove, sette maschietti e due bambine. (E siamo, lei inizia, se è nato nel ‘57, nel ‘64?) Nel ‘64 fino al ‘72. Poi fa il Liceo dal ‘72 al ‘76. Quattro anni di liceo, allora non c’erano indirizzi, avevamo solo un indirizzo che era diciamo l’indirizzo generale. (Che ricordi conserva di questo periodo?) Beh sono rimasto molto amico sia con… ex… compagni di classi, sia alla Gelsi che al Liceo. Anzi mi dispiace che non ci incontriamo più tanto noi della Gelsi però regolarmente ci incontriamo tra ex liceali, ho dei ricordi meravigliosi qui alla Gelsi. Ho avuto degli insegnanti bravissimi, non so l’insegnante d’italiano, la Diomira Marchig, l’insegnante di matematica, la Maria Humski, ma tante altre… Maria Blecich che era mia capoclasse in terza e quarta classe, non vorrei dimenticare ma ci sono tanti… tanti insegnanti di cui conservo un ricordo molto piacevole. E per quanto riguarda il Liceo beh, sai, tu vivi in questo ambiente, diciamo così, periferico fiumano e poi ti cali in città, ti senti anche più adulto, ti senti più maturo, ti senti anche più responsabilizzato e… diciamo che i genitori non ti seguono tantissimo come ti potevano seguire alla Gelsi. Era un ambiente che ricordo particolarmente bene. (Faccio solo una domanda sulla capoclasse perché in Italia era una funzione che non c’era, era più del sistema jugoslavo. Cosa facevo? Qual erano le funzioni? Magari non proprio nel dettaglio ma in generale cosa si ricorda?) Ho avuto quattro capoclassi, due anni per… ogni capoclasse e cosa facevano? Praticamente coordinavano il lavoro delle altre insegnanti, erano responsabili di quello che facevamo, anche della nostra condotta. Anzi, ti posso dire un aneddoto, in terza classe della scuola elementare ho avuto il massimo dei voti, sempre cinque, per quanto riguardo la condotta avevo il 4. Ero un po’ monellaccio, ero un po’ vivace e praticamente la capoclasse Maria Blecich, purtroppo scomparsa non troppo tempo fa, è stata costretta a darmi il quattro che poi… il quattro veniva descritto come voto “molto buono” e mio padre allora diceva a mia madre e alle insegnanti, “ma come, dite che mio figlio le combina di tutti i colori e poi ci sta scritto quattro e molto buono. E allora se è molto buono dategli il cinque.” Per punizione, quell’estate lì, era l’estate dunque del ‘67, mia madre mi ha punito e non potevo mangiare gelato per tutta l’estate. Bravo sì, hai tutti cinque ma di condotta hai quattro e dunque ti punisco, niente gelati. Allora me li comprava di nascosto mia nonna Lina e mio padre però io soffrivo da matti e infatti la quarta classe… (Quindi mi diceva che la nonna era anche…) … la nonna e il mio papà me li acquistavano di nascosto e anche qualche zio e zia. Però guai a dirlo alla mamma che mi avevano acquistato il gelato e, invece, finita la quarta classe avevo ottimo anche in condotta e dunque gelati in volontà in estate. (E per i gelati, perché a me interessa sapere anche questi luoghi particolari, c’era una gelateria in particolare che si ricorda, un posto dove si andava?) Beh, c’era qua giù, ai Giardini Pubblici, in Mlaca, c’era nel caseggiato una pasticceria dove potevi acquistare il gelato ed era un gelato artigianale ma fatto davvero bene e… ed era buonissimo. (E come si chiamava? Se lo ricordo?) Non mi ricordo come si chiamava la pasticceria ma era una pasticceria molto frequentata ed era gestita da uno di nazionalità albanese ma in pratica qui le gelaterie, le pasticcerie, tutti quegli anni lì, erano gestite da cittadini di nazionalità albanese ma magari erano kosovari o della Metohija e così via… ed erano specializzati in paste, pasticcini e gelati. (Ok grazie mille per questi ricordi…) Ma non era l’unica pasticceria, ce n’erano anche lungo il Corso… una volta si andava molto a piedi. Noi non avevamo l’auto in casa. L’auto in casa era un lusso e ti posso dire che fare 15-20 min, mezz’ora a piedi, o un’ora a piedi era mica un problema. Anzi si stava bene, si camminava, si ciacolava, come si dice, in compagnia e si andava in Corso. Si andava sopra verso Scurigne, verso vari posti. Noi avevamo parenti nel rione di Belvedere e per andare da Belvedere qua in Monte Nero, facevi 20 minuti, mezz’ora ma era una cosa tranquilla. La prima vettura nella mia famiglia Marsanich è venuta appena nel ‘77, una di quelle famose FIAT 750, noi la chiamavamo Fićo e io avevo 20 anni. Fino ad allora un po’ di monopattino, qualche bicicletta, mio padre il motorino. Aveva la Lambretta, le vespe ma tanto, tanto camminare. (Un paio di domande su questo perché secondo me è molto interessante. La FIAT 750 si comprava altrove o in Jugoslavia?) Si comprava a Fiume ma potevi comprare anche… c’erano concessionari e potevi comprarla. Si produceva a Kragujevac in Serbia… però mio padre era l’unico che lavorava, mia madre era domestica, lavorava al Cantiere 3 Maggio, era tubista ed era un cantiere dove si parlava tantissimo fiumano. A un certo punto era uno stabilimento dove lavoravano 6-7 mila persone, non gli 800, 750 di oggi giorno. C’era… si parlava tanto fiumano ed era l’unico lui che lavorava. Mia madre non lavorava, mia sorella ed io andavano a scuola e le condizioni economiche erano quelle che erano… però comunque non eravamo poveri, non vivevamo in ristrettezze perché i prezzi erano quelli che erano, soprattutto per gli alimentari ma diciamo che acquistare una macchina non era facile. Però, nel ‘77 a vent’anni finalmente era giunta la prima macchina in famiglia. (E invece anche la Lambretta prese sempre in una concessionaria qui?) Ma questo si comprava in Italia, a Trieste e così via. Poi c’era un mercato di seconda mano che tu acquistavi la Vespa, la Lambretta, l’acquistavi tra noi, la rimettevi a posto, e così via. (Ma questo mercato era, come dire, parallelo all’economica socialista o era inquadrata in un certo senso? Era una roba informale?) Ma era una roba, diciamo, inquadrata nel senso che potevi acquistare… (Cioè non era in ero?) No, no, tu andavi là, pagavi la dogana… Tutto inquadrato, pagavi la dogana, le varie tasse, la portavi qui la Vespa o la Lambretta perché… noi siamo sempre stati legati all’Italia in tutti i sensi anche in senso motoristico. Compravi la Vespa perché era una cosa che ti dava tanta soddisfazione, magari avevi anche poi una scalata sociale, c’ho la Vespa, come maschietto ti pavoneggiavi un po’ con le signore, con le donne, con le ragazze. (E quindi, ecco, facciamo un salto indietro e poi ci caliamo profondamente nella sua storia più recente. Mi diceva di suo padre, quindi tubista al 3 Maggio, invece i nonni paterni?) Guarda ti dico così. Mio nonno paterno è morto nel ‘54 e dunque io non l’ho conosciuto, mio nonno si chiamava Attila, Attila Marsanich, nato nel 1908 a Fiume, era veramente un personaggio straordinario. Uno che aveva imparato l’inglese, era autodidatta da solo con il “Reader’s Digest,” leggeva quel periodico e da lì ha imparato da solo l’inglese, non a scuola. Ed era una cosa fantastica per l’epoca, ti parlo dal ‘45 in poi. E poi era caduto in disgrazia a causa del Cominform, mio nonno era comunista e a un certo punto è giunto il problema tra Unione Sovietica e Jugoslavia e lui, diciamo così, gli avevano chiesto: “Ma tu sei per Stalin o per Tito?” E aveva risposto: “Non sono assolutamente contro Tito ma sono anche per Stalin.” Era caduto in disgrazia, aveva perso il posto di lavoro dove lavorava all’azienda portuale fiumana, si era ammalato durante… soprattutto durante i lavori forzati in Gorski Kotar. Era tornato deluso, deluso da questa tragica esperienza perché aveva avuto problemi con l’Italia fascista perché, per l’appunto era comunista, e gli davano del lavoro in maniera saltuaria… (Ma lui faceva parte del… ovviamente illegale il movimento… era nel Partito Comunista italiano? Si ricorda in quale partito militasse?) Penso il partito comunista italiano, solo che non so questi dettagli qui. Non ti saprei dire perché di queste cose qui e del Cominform non si è tanto parlato… Era un ricordo doloroso, un po’ anche taciuto in famiglia, però quello che ne emerge è la figura di un uomo molto, diciamo così, coraggioso… che… un uomo che non faceva mai del male alle persone, un uomo che si batteva sempre strenuamente per la propria famiglia e un uomo che se n’è andato in punta di piedi, deluso dal sistema socialista jugoslavo, a cui aveva creduto profondamente dopo aver trascorso gli anni dell’Italia fascista ed era caduto più in disgrazia nella Jugoslavia comunista che nell’Italia fascista. Il paradosso di queste cose qui. (Però lui non fu internato a Goli Otok?) No, non fu internato a Goli Otok ma fu messo ai lavori forzati qui nelle vicinanze di Fiume, se non sbaglio in una località che si chiama Fužine. È li che gli facevano fare delle cose molto umilianti, trasportare delle pietre, prenderle qui, metterle là, è tornato molto malato. (Mi permetto di chiedere queste cose perché in Italia non sono conosciute benissimo e dei dettagli che hanno impattato le vicende familiari…) Sì, è tornato qua ed è tornato diciamo malato. Se ne è andato per problemi cardiaci diciamo nel ‘54 e dopo tre anni, mia nonna, cioè la vedova, e i due figli, figlio e figlia più giovani se ne sono andati a vivere in Italia. Qui sono rimasti mio padre e suo fratello, lo zio Paolo che è ancora vivo. È del ‘31 e dunque ha 92 anni. E mio padre è del ‘36, purtroppo poco tempo fa se n’è andato il fratello più giovane, zio Rino, mentre è viva la sorella, la zia Lalla. La nonna è morta a 98 anni, nonna Carmela ed è morta ad Alessandria in Piemonte. (La famiglia esattamente come si è divisa ad Alessandria e altri luoghi d’Italia?) Ad Alessandria poi giù in Liguria, il mio defunto zio a Chiavari. (L’ultimissima cosa su suo nonno, lui fu anche partigiano?) Ma lui fu nel movimento della resistenza, proprio partigiano, no ma fu nel movimento della resistenza qui a Fiume… fu un momento sicuramente molto ma molto difficile per la famiglia… però, ecco, finita la guerra si credeva che con il nuovo sistema socialista che ne avrebbe approfittato la famiglia… che si sarebbe vissuto meglio rispetto l’Italia e invece era andata ben peggio. (E dei ricordi invece precedenti, del fascismo, o addirittura l’Austro-Ungheria, in famiglia cosa veniva raccontato intergenerazionalmente?) Ma guarda, siccome mio nonno e mia nonna paterni erano dell’otto, proprio tanto non si era mai parlato dell’Austro-Ungheria ma per quanto riguarda l’Italia, si sapeva che lui non poteva ottenere un lavoro fisso. Non voleva iscriversi al partito fascista. E allora non gli davano un lavoro in pianta stabile e allora era costretto a fare lavori saltuari e aveva sulla groppa la moglie, mia nonna che era domestica e c’erano quattro figli da sfamare però ce la faceva. Erano giù in Città Vecchia, erano proprio fiumani de Zitavecia perché quelli di Citta Vecchia, dicono con la “z”. Zitavecia, zento lire e così via… anche mio padre ancora oggi dice zento euro o prima zento dinari. (E invece di nuovo i rapporti con l’oltreponte, i due lati…) Oltreponte tra qui, Fiume, e Sussak? (Sì. In famiglia c’erano dei ricordi? Si andava? Che si faceva?) Ma, guarda… (Perché quando lei è nato era già tutto integrato…) … sotto l’Italia, sotto l’amministrazione italiana c’era quel confine naturale rappresentato dalla Fiumara e… non ho ricordi di quello che dicevano i miei nonni. Non si andava tanto in Jugoslavia, anzi si diceva anche dopo, in Jugoslavia, “ma cosa vai a vivere oltre il ponte?” Anche se eravamo tutti in Jugoslavia. Questo “oltre il ponte” ha assunto il significato di… “ma non resti più a vivere a Fiume. Vai a vivere in un’altra città, a Sussak, vai a vivere in un altro paese.” C’era una mia zia materna, che poi è andata a vivere a Bologna. Si è spenta qualche anno fa, Zia Elena che diceva quando viveva qui a Fiume e andava oltre il ponte… e diceva: “Quando vado oltre il ponte, quando vado a Sussak, mi duole tanto la testa, mi vengono delle emicranie.” Tanto per dire che qui… insomma per i miei familiari, per i miei parenti Fiume stava qua. Oltre il ponte non c’era Fiume. (Forse, mi permetto di dire, forse Tersatto quello era un elemento che univa…) … E univa un po’ anche per quanto riguardo, diciamo, la mia famiglia… la mia parte materna perché diciamo avevano il cognome Materljan e avevano dei parenti originari di Tersatto. E dunque, ogni tanto, facevamo la scalinata di Tersatto e c’era una casa, adesso magari mi sono dimenticato anche dopo, ma diciamo a metà scalinata dove si andava da certi lontani parenti che parlavano il croato perché Materljan è un cognome tipicamente di “oltre il ponte.” Diciamo così. (E invece riguardo questo mini pellegrinaggio, le scale che si facevano… Durante la Jugoslavia si ricorda se ci fosse un’ostilità da parte delle autorità o era permesso?) Ma guarda, ti posso dire, che sia per quanto riguarda andare lì per la Madonna, come si diceva, il 15 agosto, si andava tranquillamente. Si andava normalmente, c’era sempre tantissima gente, la mia mamma e la mia nonna materna andavano sempre in pellegrinaggio quel giorno, nonostante la ressa e così via. Ma ti posso dire che anche andare qua a messa non c’era nessun problema. Poi magari se dicevi di essere fortemente religioso nel posto di lavoro e beh qualche problema in quanto ad avanzamento nel posto di lavoro lo potevi avere. Ecco, però diciamo che c’era anche questo pellegrinaggio nel mese di maggio, nella chiesa dei Salesiani, portavi proprio lì nel campo dell’oratorio dei giocatori famosi, uno di quelli che ha giocato qui, in questo oratorio dei Salesiani, è Ezio Loik, fiumano, che ha giocato per il grande Torino ed è morto nella tragedia di Superga, nel ‘49. E si faceva il giro del campo, dell’oratorio con sulle spalle la statua della Madonna, Maria Ausilatrice ed era una cosa che non ti impedivano. Io non ho mai visto lì intorno quando c’era questo pellegrinaggio, questo corteo, non ho mai visto, come li chiamavano allora, i milicijoneri con la stella rossa. Si poteva farlo normalmente. (Lei prima menzionava, vabbè questa è roba da mularia, dei croati che un po’ prendevano in giro chi non conosceva bene per l’appunto la lingua croata. Invece l’uso pubblico dell’italiano? Com’era parlare in pubblico a Fiume al di là degli ambienti del Circolo?) Ma sì per quanto riguarda gli anni ‘60, ‘70, si parlava tranquillamente in fiumano. C’era, ogni tanto, qualcuno che ti diceva, ma proprio raramente, “ma perché parli l’italiano? Vallo a parlare in Italia?” Ma era proprio una cosa rarissima. Lo potevi tranquillamente parlare in negozio, allo stadio, lo potevi parlare per strada, per non dirlo cimitero di Cosala, dove ancora oggi senti parlare il fiumano. Lo potevi parlare nei mercati, qui in piazza, non c’era nessun problema, negli stabilimenti balneari… noi fiumani avevamo un luogo proprio nostro, il “Bagno Riviera,” nel rione di Cantrida, dove la maggioranza dei bagnanti parlava il dialetto fiumano, non solo perché venivamo noi qui dai vari rioni di Fiume ma c’era tanta gente, tanti fiumani esuli che trascorrevano le vacanze a Fiume, venivano a trascorrere le vacanze a Fiume e, per quanto riguarda la nuotatina in mare, venivano al “Bagno Riviera” e dunque tu al Riviera, che putroppo non esiste più, sentivi parlare il dialetto fiumano tranquillamente a ogni metro quadrato di stabilimento balneare. (In questi anni, perché secondo me è un elemento interessante da sviscerare, gli esuli, e questo termine che poi può essere molto problematizzato, e i rimasti… poi c’arriviamo anche agli anni contemporanei, ma in questi anni che commenti facevano quando arrivavano? Che si diceva? Cosa si commentava? Si ricorda?) Eh, è una cosa di cui dovremmo parlare ore e ore. Dipendeva anche molto dai rapporti familiari, all’interno di una famiglia. Qui, diciamo, la famiglia del mio padre, i Marsanich, c’era un clima, diciamo così, tranquillo, tranquillissimo. Arrivavano qui, ti portavano dei pacchi di giornali intanto, non so… “Gioia”, “Intimità”, “Confidenze”, ti portavano “Tex Willer,” “L’intrepido,” “Il Monello,” “Borotalco.” Ti portavano varie cose che qui non potevi acquistare e si parlava tranquillamente. E si diceva come si vive in Italia e come si vive in Jugoslavia. Noi, molte volte, diciamo così ci lamentavamo perché avevamo la RAI e vedevamo un maggior tenore di vita e anche un po’ più di democrazia in Italia e mi ricordo puntualmente sia, dica sia i parenti dalla parte materna che da quella paterna, ci dicevano sempre: “Oh, calmi, voi vivete qui benissimo. Anche se avete una situazione economico-finanziare più debole rispetto alla nostra, ma qui vivete bene. Vivete tranquillamente. C’è qui una sicurezza per le strade e in tanti posti, può tranquillamente una ragazza andare per strada alle undici di sera, a mezzanotte, all’una, può tranquillamente camminare da sola verso casa, mentre da noi in certi rioni a Milano, a Torino e in altre città, presentarsi da solo o da sola in certi luoghi non è sicuro.” Poi c’erano anche i parenti dalla parte di mia madre, un po’ politicamente, diciamo impegnati, e qui avevamo… i miei parenti certi diciamo un po’ più di sinistra, e un po’ più lì diciamo centro, centro-destra e allora qualche volta nascevano delle discussioni ma mai delle liti furiose. Si parlava… si parlava… si discuteva la Jugoslavia, l’Italia però anche se qui c’era un poco diciamo di contrapposizione politica, si veniva volentieri qui. Si veniva dalla mamma, cioè da mia nonna, che cucinava sempre alla maniera fiumana, con i pasti tipici dei fiumani… (Mi diceva dei piatti tipici…) Ma sì, le famose sarme, la yota, la pasta e fasoi, gli uccelletti, il gulash… (Gli uccelletti con la polenta?) Gli uccelletti con la polenta, sì. Con la carne di vitellone e riempiti, farciti. E poi non so il gulash, il sugo… e poi qui, siccome è una famiglia dall’una e dall’altra parte… sia i Marsanich che i Materljan siamo pescatori, naturalmente dilettanti, qui non è mai mancato il pesce, qui non è mai mancato il pesce. C’erano mio padre, suo fratello, dall’altra parte i miei zii. Avevano le barche, si andava a pescare. Qui c’era sempre del pesce e allora venivano i parenti italiani, qui si parlava del buon pesce, pesce fresco e così via. E anche magari a due bicchieri di vino, dicevi “sì, qui si sta così, sì, qui si sta colì… Ma da noi c’è più democrazia, da voi meno però comunque ogni estate si veniva qui.” Ed io ero contento di poter riavere l’abbraccio dei miei parenti materni e di quelli paterni. (A sua volta lei andava in Italia?) Ma si andava poco. Devo dir la verità si andava poco… si andava ma non come i nostri parenti dall’Italia a Fiume. Ma sono stato… sia dalle sorelle di mia madre, sono stato dal fratello e dalla nonna paterna, dalla zia, sì. Ma non tanto come loro, puntualmente in estate si presentavano. (E a Trieste, in particolare, c’erano collegamenti?) Ma sì, a Trieste si andava tranquillamente a fare la spesa, a fare shopping, c’erano cose che qui convenivano di più. Magari trovavi altra cosa… soprattutto indumenti, caffè, ne avevi anche qua ma c’era questo “andiamo ad acquistare i jeans,” le “traparice” e così via. Andiamo ad acquistare le scarpe, andiamo ad acquistare altre cose e si andava lì e c’era da fare questa fila al confine a Kozina. C’erano questi controlli ma sia andava sempre volentieri a Trieste. Trieste era la mecca dei consumatori jugoslavi e dei consumatori fiumani… io ricordo, praticamente, andavo ogni mese una volta. Prendevo lo stipendio e si andava. (Quindi lei andava con la sua autovettura privata?) No, andavo anche prima fino a che… non avevo un’autovettura privata si andava con il pullman, tranquillamente. (C’era proprio una linea Fiume-Trieste?) Fiume-Trieste era proprio una linea… andavi lì, sapevi che dovevi presentarti al pullman alle ore 17, alle ore 18, andavi lì con i dinari e andavi là al cambiavalute e acquistavi lire… e facevi la tua spesa e tornavi sempre un po’ preoccupato “e adesso lì al confine, a Kozina, mi controlleranno, non mi controlleranno.” I controlli erano da parte jugoslava, ben intesi, e poi se la passavi franca veniva a casa contentissimo. “Che bello.” (Solo un paio di cose su questo. Una è proprio se la stazione era proprio a Žabica, dove è oggi?) Dove si partiva? (Sì.) Sì, da quanto ricordo, si partiva sempre da Žabica. (E si ricorda il nome della linea?) La linea era Fiume-Trieste. (Si ricorda il nome della compagnia?) Ah… c’era, c’era una compagnia triestina ma adesso non mi ricordo… ma sì, sì, ma andavi con compagnie anche fiumane, jugoslave… Sì, si andava in parecchi. Poi a un certo punto ho acquistato l’auto e si andava tranquillamente. (E con le guardie di frontiera com’erano questi controlli?) Beh, c’erano. C’erano questi controlli. Certe volte erano anche molto dettagliati e certe volte c’erano anche delle scene umilianti in cui tu dovevi, praticamente, scaricare la tua… il tuo acquisto lì nei cassonetti dell’immondizia perché non li potevi portare a Fiume. (Cosa in particolare non si poteva?) Ma… di tutto. Di tutto. Se ti prendevano che avevi un qualcosa di valore, superiore a quanto potevi arrivare… portare a Fiume… non te lo facevano portare a Fiume ed eri costretto a lasciarla lì quella roba là. (Va bene, ora andiamo strettamente alla sua esperienza. Allora un accenno al Liceo, il Liceo…) Per i nonni ci fermiamo qui? (Per i nonni penso, cos’altro, penso abbiamo detto tutto? O c’è qualcosa?) Abbiamo detto di mio nonno ma ti posso dire veloce… (Ah, l’altro nonno forse...) È morto in guerra, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il nonno materno, lui è morto durante la Seconda Guerra Mondiale e, invece… (Come si chiamava lui?) Si chiamava Branko Materljan… invece la vedova, mia nonna, è morta nell’89. Pasqualina “Lina La Tramviera” perché lavorava nei tram e lavorava per l’azienda qui municipalizzata “Autotrolej” e… è andata in pensione nel ‘65 ed è morta nel 1989 ed era personaggio straordinario… quando è morto suo figlio, che viveva con lei, io sono venuto a vivere qui nel 1978 per non lasciarla solo, perché ero molto ma molto affezionato, le volevo molto bene. (Il nonno nella Seconda Guerra Mondiale…) È morto da militare italiano… Sì, sì, da militare italiano. Da quanto ricordo era sommergibilista ed è morto durante un attacco delle Forze Alleate. (Ma in quale teatro di guerra?) E non ti saprei dire. Forse lo saprebbe… ma non si parlava di questo… era una tragedia… molto dolorosa… Ecco, so che mia nonna aveva anche ricevuto la pensione italiana, grazie a questo tragico evento qua. (Ma tutti i nonni frequentavano la Comunità? Cioè chi è restato, ma anche qui…) Ma era rimasta solo mia nonna perché l’altra nonna se n’era andata nel ‘57. (Fino a che restarono, frequentarono un po’ la Comunità?) Ma mia nonna non la frequentava, ma mia nonna leggeva “La Voce del Popolo” ed era regolarmente informata di tutte le attività che… che avvenivano in seno alla Comunità degli Italiani. Diciamo che i miei genitori hanno frequentato a lungo e assiduamente la Comunità degli Italiani, il Circolo, come lo chiamavamo noi, grazie soprattutto alle serate sociale, alle serate d’intrattenimento, di riviste varie… e grazie diciamo ai balli mascherati. Balli mascherati per bambini per noi… (Li facevano in tutti i momenti dell’anno o in qualche occasione particolare?) In tutti i momenti dell’anno. Era veramente un luogo che ti aggregava, che ti univa, dove andavamo con i nostri genitori, adulti e piccini. (Lei è cresciuto quindi da bambino in Circolo?) Sì, quella era la mia seconda casa perché andavi lì proprio con gusto, con volontà. Non sono mai stato un grandissimo dirigenti, anzi ho fatto anche attività ma anche i miei genitori non sono stati dei dirigenti però frequentavano la Comunità degli Italiani con veramente grande piacere. (Ci sono delle figure che lei ricorda con particolare piacere che lei ricorda e che le sono rimaste nella memoria?) Ma c’era Fulvio Criso, che ricordo con piacere, c’era Stenio Vrancich, bah, ci sarebbero tantissimi… Ettore Mazzieri, ma tante figure di spicco Argeo Turcovich… poi ci sono nomi che mi sfuggono… sai la memoria… ricordo assolutamente il personaggio ma non so… ti posso citare anche… mi sfuggono i nomi ma ce ne sono tantissimi… (Ci si batteva, comunque, per la preservazione…) Agnese Superina… Madonna Sacrosanta… Antonio Glavina, Ennio Machin, tantissimi, tantissimi personaggi… persone e personaggi che frequentavano la Comunità e tenevano alto il nome della comunità. C’erano tantissimi attivisti pluridecennali, Bontempo, Giulio Bontempo, madonna, quai dimenticarlo che tenevano alto il nome della Comunità e grazie ai quali… in quegli anni anche difficili la Comunità andava avanti, il Circolo andava avanti… un Circolo che rischiava anche di spegnersi ma grazie anche al lavoro, all’attività, al volontariato di questi personaggi la Comunità è rimasta in piedi. Dobbiamo davvero ringraziarli in modo eterno. (Allora, Liceo… mi sembra che non abbiamo trattato… in quanti ne eravate prima di tutto?) Ma, il massimo, nella seconda classe eravamo in 24 ma diciamo c’era una media di 18 alunni, come ti dicevo, che parlavano tutti il fiumano. Sono quattro anni splendidi. Sono quattro anni che ricordo molto volentieri. Abbiamo allacciato dei rapporti che durano tutt’ora, dei rapporti più che quarantennali, cinquantennali quasi perché dal ‘76… dal ‘72 al ‘76 sono già cinquant’anni. E ci ritroviamo regolarmente, sia ogni cinque anni come classe, per fare la cena insieme e rivangare vecchi ricordi ma anche per ritrovarci qualche gruppo ristretto ogni paio di mesi e andiamo in qualche pizzeria e così. E ce la raccontiamo, questi aneddoti, questi ricordi, i nostri vecchi professori che praticamente ormai non ci sono più… (Chi si ricorda in particolare?) La mia capoclasse, Maria Iliassich, il suo… marito, il suo consorte che era il nostro preside, Corrado Iliassich, che poi c’ha anche un aneddoto proprio intorno a questo cognome Iliassich, la via Iliassich è qui sopra, nel rione di Monte Grappa. Allora… (Tutt’oggi?) Tutt’oggi. Perché si chiamava via Iliassich? Perché il papà di questo preside, il papà del mio preside si chiamava Corrado Iliassich e dunque ha avuto dei meriti durante la Seconda Guerra Mondiale e gli è stata intitolata questa via. Dunque lui Corrado Iliassich, suo figlio, Corrado Iliassich, e Corrado Iliassich ha avuto due figli: Tullio e Corrado Iliassich. Tre generazioni di Corrado… Allora c’è un aneddoto, Corrado Iliassich il più giovane, e tutti e due avevano naturalmente anche frequentato il Liceo, torna a casa… non so ore spicciole e hanno la casa qui sopra e il milcijoner, cioè il poliziotto, lo ferma e gli dice: “Dai, nome e cognome!” “Ma in questo momento non ho la carta d’identità, le dico che mi chiamo Corrado Iliassich,” “Bene” Il poliziotto scrive… “Come si chiama tuo padre?” “Corrado Iliassich.” “In quale via vivi?” “via Corrado Iliassich.” “Vieni con me… Mi stai raccontando delle bugie.” (Bellisima questa…) Ma questa è una cosa che è forse anche successa ma diciamo sessant’anni fa… Ma molti dei miei amici… molti dei miei amici la sanno, se la ricordano. (Il Liceo quindi sono anni bellissimi. Un’ultimissima cosa sul Liceo, sono forse anche gli anni in cui l’UPT inizia a fare dei programmi specifici, scambi, ma lei si ricorda di questi eventi?) Ma io mi ricordo, intanto, in quanto… allora si chiamava l’Unione Italiana dell’Istria e di Fiume, assieme all’UPT, c’erano queste prime colonie… alla fine della sesta classe elementare ho fatto un mese di colonie a Forni di Sotto, in Italia. Erano colonie gratuite e… e sono rimasto amico con alcuni istriani, allora avevamo dodici anni e mezzo… e sono rimasto amico ancora oggi. Farei il nome di uno di Gallesano, Fulvio Delcaro, nei pressi di Pola con cui sono rimasto amico ancora oggi… (Non è però parente della Alida Delcaro?) Sarà qualche lontanissimo parente perché essendo di Gallesano ed essendo il padre di Alida Delcaro anche di origini gallesanesi… (Quindi, mi scusi, era anche un’occasione un po’ per conoscere altri membri della cosiddetta comunità nazionale italiana? Era anche un bel modo per avere un’identità comune perché è un trascorso simile, seppur Istria e Fiume hanno le loro specificità…) … Hanno le loro specificità ma in quanto a scuole, ci frequentavamo anche in delle gare d’italiano, facevamo delle gite in Istria, avevamo degli appuntamenti culturali in cui conoscevamo i nostri coetanei istriani. Era una cosa bellissima ed è una cosa bellissima e si parlava esclusivamente l’italiano. Noi parlavamo il dialetto fiumano, loro parlavano il loro dialetto istroveneto e naturalmente ci capivamo benissimo. Naturalmente c’era qualche parola un po’ ma ci capivamo benissimo. (Mi dispiace fermarla perché c’è tanta ricchezza in quello che dice e dunque per questo devo continuare a fermare. Prima di tutto, e poi torniamo anche alla questione istroveneto-fiumano, delle gare di italiano, anche brevemente se insomma, in cosa consistevano?) Beh, ti davano un componimento, un tema e tu dovevi scriverlo e poi c’era una giuria che valutava lo scritto dal punto di vista, come componimento, dal punto di vista grammaticale e così via. Oppure ci facevano domande, chi ha scritto questa poesia, chi ha scritto questo libro… Io mi ricordo di aver fatto una gara d’italiano a Rovigno e vedendo alcuni amici che avevo conosciuto un anno prima a Forni di Sotto, a queste prime colonie di un mese. Ci abbracciavamo contenti, perché proprio avevamo trascorso un mese stupendo e c’erano poi queste gite, questi incontri comuni in cui conoscevamo benissimo. Poi io leggevo “La Voce del Popolo,” sono sempre stato un affezionato lettore de “La Voce del Popolo,” dove ho lavorato poi 14 anni e guardavo la lista dei promossi delle varie scuole elementari, istriane e vedevo, diciamo, io ho finito la quinta… (Ah, quindi venivano anche pubblicati i nomi…) Sì, c’erano i nomi di ogni scuola elementare, naturalmente fiumana, ma anche istriana, tu potevi leggere in santa pace chi frequentava… chi era il tuo coetaneo. E poi vedevi… ecco io qua l’ho visto e l’ho conosciuto a Forni di Sotto. Adesso leggo il suo nome è… tra gli ottimi, fra parentesi cinque, il suo profitto alla fine e il cinque. Così, insomma, la “Voce del Popolo” è sempre stata importantissima in questo senso qua. (E un’ultimissima cosa su questo, lei parlava di una giura. Era una giuria mista? Diciamo… Era soltanto dell’UIIF o era UIIF-UPT?) Beh, questo adesso non te lo saprei dire ma probabilmente era una giuria mista da parte dell’UPT che dell’UIIF e dell’insegnanti di queste scuole elementari ma, sai, non vorrei addentrarmi in quest’argomento perché io, allora, ero un bambino, uno scolaretto e… non saprei dire con precisione. (E prima aveva menzionato anche questo rapporto linguistico, qualche piccola differenza, in cosa consiste, magari anche includendo il rapporto tra triestino e fiumano?) Ma, diciamo, che il triestino è praticamente identico, secondo me, all’istro-veneto. Le differenze sono men che minime proprio tra il fiumano, l’istriano e il triestino. Uno dice… noi diciamo “mi go detto” e l’istriano e il triestino diranno “mi go dito.” Uno dirà in una maniera più veneta, “Ma guarda se te prendo mi te masso” diranno gli istriani e noi diremmo: “Mi te mazzo” come io t’ammazzo… ma non nel senso proprio… così se ti prendo… E ci sono… sì, un avvertimento. Diciamo l’istriano dice: “Noi non savevino.” E noi diciamo “noi non sapevimo.” Ma queste sono differenze proprio trascurabili. (Però da un punto di vista proprio identitario, di parte di una cultura, c’è una grande vicinanza culturale?) Sì, una grande vicinanza culturale. Ho tantissimi amici in Istria. Anzi mi sono sposato due volte. Il mio primo compare di matrimonio era di Pola, Claudio Moscarda. Amici. Siamo rimasti amici, lui viveva a Isola, in Slovenia, ma siamo rimasti amicissimi e appena abbiamo l’occasione ci vediamo, ci contattiamo al telefono, oppure io vado giù a Pola a trovarlo. Lui parla il suo istriano… C’era qualcuno, diciamo lì, di Gallesano, o soprattutto di Rovigno, che tra loro parlavamo l’istrioto, parlavano l’istrioto e quello non lo capivi tantissimo bene… però appena ti univi a loro, cambiavano registro automaticamente e passavano all’istroveneto. Anche adesso, siccome mia sorella è sposata con un Delcaro, e vive giù a Gallesano, sento ogni tanto i fratelli parlare in istrioto. Lo parlano in maniera sciolta però quando vengo nei loro pressi, nelle loro vicinanze, tac, cominciano a parlare l’istroveneto e io parlo loro in fiumano e stiamo bene insieme e ci capiamo benissimo perché non c’è differenza. (Lei finisce il Liceo quindi nell’anno?) ‘76. (E la decisione che matura… che prende nel settore del giornalismo e…) … Appunto già da prima… (Quindi inizia stesso nel ‘76?) Ho cominciato nel ‘76 in ottobre, sono andato a “La Voce del Popolo.” Mi hanno preso per un periodo di prova… praticantato che è durato due anni. Dopo questi due anni si è riunito il collegio redazionale per decidere “resta o non resta.” Hanno deciso che io restassi e ho ricevuto il lavoro in pianta stabile e praticamente da allora ecco… che sono proprio in pianta stabile nel mondo del giornalismo. (Quindi mi dice che poi ci fu questa decisione del collegio, si ricorda per caso da chi fosse composto?) Beh, c’erano sicuramente, nel 78, Ettore Mazzieri… c’era Paolo Lettis, c’era Mario Bonita, ah c’era la Turcinovich, la Giuricin e altri nomi, colonne storiche de “La Voce del Popolo,” che dissero: “Beh, questo ragazzo qui, possiamo puntare su di lui” e da quel momento sono partito dal gradino più basso. In due anni avevo la paga più bassa e il 70% di questo stipendio perché ero in periodo di prova… perché ero in periodo di prova due anni? Perché non avevo una laurea, avevo solo la licenza media, sennò avrei fatto sei mesi di prova, di praticantato… invece sono stato avventizio due anni… (Mi permetto di chiederle una cosa proprio perché interessante… Quindi c’era bisogno… per entrare dalla via maestra, la porta principale, c’era bisogno di una laurea in giornalismo? Che tipo di laurea? Come funzionava?) Ma credo qualunque laurea… qualunque laurea e invece siccome avevo la scuola medie e avevano sempre bisogno di quadri giovani, di gente che avrebbe portato avanti il discorso de “La Voce del Popolo…” “Hai la scuola media, sì, fai due anni di avventizio e vedi un po’ se hai voglia di frequentare qualche facoltà e di avere anche un titolo di studio…” Ho tentato alla facoltà di turismo, ad Abbazia ma, sai, lo dirò onestamente, in quel momento lì lavorare e studiare… ero giovane con tutte le tentazioni, con tutte le compagnie… Una volta non si stava a casa. Non si stava davanti il computer. Non si stava davanti la TV, davanti il cellulare… erano cose che non esistevano, c’era solo la TV. Stavi fuori, andavi fuori e se avevi ancora qualche dinaro in tasca, qualche soldo in tasca, andavi al ristorante o con sempre dei bei gruppi. E allora vivevi quella vita lì non pensavi allo studio e anche i miei amici, molti coetanei, hanno fatto così, hanno avuto la scuola media e si sono messi a lavorare. Però credo che come qualità in campo giornalistico qualcosa l’abbiamo data e qualcosa l’abbiamo detta. Anche senza titolo di studio… (Lei ha lavorato nella stessa redazione nel corso del tempo?) No, ho cominciato nelle cronache cittadine e cronaca fiumana. Avevo quale responsabile, quale capo il leggendario Paolo Lettis, a cui è intitolato il premio di Istria Nobilissima, premio per il giornalismo “Paolo Lettis.” (Conserva dei ricordi particolari riguardo di questa esperienza in redazione?) Beh, lì ti impari a lavorare perché la cronaca cittadina è la madre del giornalismo. La cronaca spicciola. Ti mandano nelle riunioncine, ti mandano giù in città a scrivere, non so, qual è l’attività degli esploratori, qual è l’attività dei giovani e così via. Ti mandano ai mercati cittadini e lì, comincia la base e da lì parti. E ho fatto tre anni di cronache cittadine, devo ringraziare questi tre anni perché è lì che ho piantato le basi. Poi ho fatto il servizio militare quattordici mesi, ho fatto il servizio militare per quattordici mesi, qui nelle vicinanze di Zagabria a Dugo Selo e poi sono tornato, sempre a “La Voce del Popolo.” (In che anno siamo?) Siamo nel ‘79-’80, proprio l’anno in cui muore Josip Broz Tito… Era molto movimentato essere in quel momento lì. (Faccio un salto ormai ne ho fatti tanti di questi salti… quindi fa quest’esperienza del servizio militare a Dugo Selo, come, in quest’esperienza, vedevano la sua fiumanità? Il parlare italiano… in quanti ne eravate che parlassero italiano?) Ti dirò subito, c’erano pochissimi italiani. C’era uno di Pirano, aveva il cognome Pov e c’era uno di Pola, Zuliani, con cui parlavamo tranquillamente l’italiano, il dialetto, e… noi di Fiume, all’epoca, in Jugoslavia, eravamo molto apprezzati perché gente normale, gente non nazionalista, gente che accoglieva persone da tutta la Jugoslavia senza alcun problema. E così venivamo anche trattati durante il servizio militare. Se eri una persona tranquilla, se eri una persona normale facevi amicizia con tutti e anche la mia italianità, la mia fiumanità non è stata mai disprezzata, anzi… c’è stato… proprio all’inizio della Naja, chiamiamola così all’italiana, c’era stato un piccolo problema perché io ricevevo la “Voce del Popolo” ogni giorno, da Fiume me la mandavano a Dugo Selo, che si trova a una ventina di chilometri da Zagabria. A un certo punto, l’ufficiale per la sicurezza, mi chiamava nel suo ufficio e mi dice: “Ho sentito che tu scrivi per dei giornali italiani… che ricevi dei giornali italiani un po’ sospetti.” Mi mandavano ogni tanto la “Gazzetta dello Sport” e mi mandavano ogni tanto, non so, il “Corriere della Sera” e così via. E allora gli dico: “Ma quali giornali sospetti? Quali giornali italiani?” “Ecco qui.” E mi mostra “La Voce del Popolo.” E gli dico: “Caro mio ufficiale, questo è il giornale degli italiani che vivono in Jugoslavia. È il nostro portavoce ufficiale ed è il giornale degli italiani.” A quel punto non ho mai avuto più problemi. Ha detto: “Ah non lo sapevo. Grazie della spiegazione, tranquillo, ricevilo pure ogni giorno.” Ma sì… (Era più un’ignoranza bonaria…) Bonaria… è caduto lì… (Perché immagino l’ufficiale forse anche serbo…) C’erano giornali… tu parli… (Dico l’ufficiale era di etnia serba… all’epoca erano tutti jugoslavi ma… forse non aveva molta conoscenza della…) … ma sicuramente era serbo. Lo so che era serbo, non aveva la conoscenza di questa “Voce del Popolo.” Non appena gliel’ho spiegato in una maniera così… tranquilla e semplice ha accettato… (Va bene, quindi… finisce nell’80… ah, ecco, la seconda cosa importante, muore il Maresciallo Tito, ecco, che ricordi conserva personalmente e come fu vissuto quest’evento a Fiume?) Ma guarda siccome io ero militare proprio a Fiume-Fiume me lo facevo spiegare dai miei genitori. E beh c’era tanta preoccupazione. Sicuramente Tito era un personaggio importante, non solo per la Jugoslavia, era un personaggio molto… carismatico anche nel mondo. Infatti ai suoi funerali è venuto più che mezzo mondo, le autorità più alte in quel momento. C’era, invece, tanta, tanta preoccupazione durante la leva. Si mormorava: “Adesso i russi ci avrebbero attaccato. Avrebbero attaccato la Jugoslavia e così via.” Ricordo che prima di morire, per tre mesi, noi avevamo dei continui allarmi nella nostra caserma. Ci facevano svegliare durante la notte, indossare tutta quanta l’attrezzatura militare… (Era in un battaglione specifico?) Io ero nella fanteria e dopo dovevi correre con il fucile, con tutte queste cose qua ed erano cose che succedevano ogni terzo-quarto giorno. (Quindi erano i russi…) … erano i russi la grande paura. Poi dovevo dormire a un certo punto con i richiamati, i riservisti, gente civile che doveva stare con noi in caserma e così via ed era una cosa durata tre mesi, da quando si era saputo che era malato. Morto lui, e io nel momento della sua morte, quando era stata annunciata ufficialmente, mi trovavo allo stadio Maksimir a Zagabria a guardare una partita di calcio, Dinamo -Želježnicar di Sarajevo, a un certo punto la gente è cominciata ad alzarsi, si è sparsa la voce, “Tito je umro” “Tito è morto”… noi, in divisa grigioverde di soldato jugoslavo, siamo partiti verso 20km fin Dugo Selo… siamo partiti con un taxi, c’era a bordo con me un amico bosniaco che piangeva a dirotto. Io ero solo preoccupato, “cosa sarebbe successo?” Due giorni dopo mi hanno mandato a scavare trincee a Darovar, in Slavonia perché c’era questo timore, ecco, di questa invasione, che poi era un timore assolutamente infondato però, sai, durante il servizio militare te le dicono di tutti i colori e tu devi credere o non credere. Sono stato a Darovar un mese, finito di scavar trincee e vivevo in una tenda… (Quindi il timore è che dall’Ungheria poi le truppe…) Probabilmente dall’Ungheria o dalla Romania, dalla Bulgaria, venissero… dai paesi del Patto di Varsavia… (Quindi non proprio da nord…) Proprio da nord, no, più da est. Naturalmente non è successo nulla, è finito quel mese lì, sono tornato a Dugo Selo e tranquillamente da allora. Era il mese di giugno e mi sono fatto ancora cinque mesi, ne dovevo fare quindici e c’è stato… un decurtamento… un taglio del servizio militare di un mese… invece di tornare a Fiume in dicembre, sono tornato in novembre… e abbiamo fatto una festa. Un mese di servizio militare in meno è un qualcosa di incredibilmente gioioso e sono tornato a Fiume a “La Voce del Popolo.” (E quindi cambia redazione in questo periodo?) No, ho lavorato praticamente ancora un anno nelle cronache cittadine, alla cronaca fiumana e poi, su mia richiesta, perché ero sempre appassionato di sport, ho cominciato a lavorare nelle cronache sportive, dirette da Bruno Buontempo. (Quindi ‘81?) ‘81. (Parliamo di questa sua passione, prima dell’attività professionale. Da dove deriva questo suo interesse? Se ci può parlare un poco di questo…) Deriva, sicuramente, dalla famiglia. Sia dalla famiglia Marsanich che dalla famiglia Materljan. Gente molto sportiva, gente a cui piacciono vari sport, in primis il calcio ma io ho avuto, diciamo, parenti dalla parte della mamma che praticavano il pugilato e soprattutto il canottaggio. (Al circolo canottieri di Fiume?) Sì, al circolo canottieri di Fiume. Poi c’era dalla parte di mia madre, il suo fratello minore, Ivo Materljan che era una bravissima ala destra. Giocava per il Silurificio o Torpedo, giocava a calcio. Mio padre giocava a calcio per il Cantiere 3 Maggio e… uno zio… era proprio, non voglio dire un asso nel motociclismo, quello che ha 92 anni ma era bravissimo. Faceva gare di motocicletta, di moto ed ha partecipato alla prima gara mondiale, svoltasi nel circuito di Preluka. E grazie a lui ho conosciuto Silvio Grassetti, Giacomo Agostini, andavo nei box… e ho anche delle foto… adesso dovrei cercare tre ore però ho anche delle foto con Silvio Grassetti, avevo anche foto con Giacomo Agostini. Quando l’ho visto, perché ero abituato a vederlo alla TV, quando l’ho visto ho detto: “Madonna quanto è piccolo.” Poi mi sono detto: “Ma certo non può essere due metri.” (Siamo in moto che in Formula Uno devono essere…) Mingherlini… e mi ricordo c’era questa gara di 50 di cilindrata e mio zio correva per la Tomos, che era la fabbrica che produceva motori, era una fabbrica slovena, la Tomos… (Che era situata dove?) Era il Slovenia comunque… a un certo punto si trovava tra le prime posizioni e purtroppo ha avuto dei problemi meccanici, ha dovuto ritirarsi ma ha vinto per esempio due volte il Giro di Tersatto. Era proprio molto popolare mio zio come motociclista. E… poi c’era lo zio Rino… purtroppo molto poche settimane fa, a cui piaceva giocare a calcio e che viveva ad Alessandria. Lui ha conosciuto, ed ha giocato a calcio, con Gianni Rivera, quando Gianni Rivera era un dodicenne-tredicenne perché Gianni Rivera è alessandrino. È di Alessandria e giocavano nel campo dell’oratorio. Mio zio era venuto lì a vivere… (Dove giocava suo zio?) Mio zio amava giocare a centrocampo da quanto io ne sappia. Sì, chiacchieravano, ciacolava, e a un certo punto lui ha cominciato a giocare nella prima squadra dell’Alessandria, “i grigi” ed è finito al Milan, diventando pallone d’oro, vincendo titoli, coppe dei Campioni e così via. Però ogni volta che si vedevano, si salutavano. Dunque Gianni Rivera si ricordava di questo mio zio, Rinaldo Marsanich. (Ora le faccio una domanda personale, ma quando c’erano proprio queste competizioni nazionali, lei per chi faceva il tifo? Per la Jugoslavia e l’Italia?) Una domanda semplice-semplice per me. Per l’Italia. Quando giocavano a calcio, pallacanestro, non so quale altro sport, pallanuoto, tutti i miei amici lo sanno benissimo, ho sempre tifato per l’Italia anche adesso che c’è la Croazia che giocano la Croazia-Italia in vari sport, io tifo per l’Italia ma, ben inteso, la Croazia o la Jugoslavia, simpatizzo per loro quando che la Jugoslavia, non so, giocava con la Germania o l’Inghilterra, non tifavo per l’Inghilterra, non tifavo per la Germania… però l’Italia è sempre stata così, il primo amore per quanto riguarda le nazionali… (Potrei sbagliarmi ma forse la finale del ‘68… fu tra Italia e Jugoslavia…) Eh, me la ricordo, due finali. La prima finì 1 a 1… e la Jugoslavia vinceva fino a pochi minuti dal termini e poi Domenghini, che all’epoca giocava per l’Inter, segnò un gol su punizione e la partita si rigiocò. Non ricordo se il giorno dopo o due giorni dopo e l’Italia vinse per due a zero, con gol di Anastasi e se non sbaglio Riva e io festeggiavo insieme a mio padre ma non facevamo tanto rumore perché tutti i vicini lì… però loro sapevano benissimo… (E alla Comunità degli italiani si parlava di questo?) Si parlava anche con i parenti. Praticamente certi parenti, quelli un po’ più di sinistra tifano più per la Jugoslavia e gli altri tifavano per l’Italia. Ma non c’è mai stata una lite in questo senso. (Sì, ma è per sport…) … è per sport appunto però non tutti, neanche della mia generazione tifavano per l’Italia negli incontri Italia-Jugoslavia, Italia-Croazia… ci sono certi… c’è anche un mio amico, adesso non farò il nome, che era un tipo un po’ particolare, nel senso che se giocavano a calcio Italia e Jugoslavia, lui teneva per l’Italia, se giocavano a pallacanestro, lui teneva per la Jugoslavia… (Forse tifava per il più forte…) … credo di sì… ma sì, era più forte a pallacanestro che l’Italia. (E invece per quanto riguarda la squadra di calcio locale? Quando inizia a frequentare lo stadio?) Lo stadio di Cantrida… lo inizio a frequantare fin da piccolo con mio padre che mi portava in spalla e dunque quando avevo tre anni, quattro anni e… naturalmente qui se puoi scegliere, magari inconsapevolmente, per quale squadra italiana tifare, qui non si sceglie per quanto riguarda la squadra locale, siamo tutti in maniera compatta per il Rijeka perché non esiste un fiumano, non l’ho mai conosciuto che tifi per l’Hajduk Spalato o per la Dinamo Zagabria o per la Crvena Zvezda o il Partizan di Belgrado… (Forse, al massimo, l’Orijent…) Ma per l’Orijent tifano quelli “oltre il ponte”… i fiumani non tifano, possono simpatizzare per l’Orijent, come il sottoscritto, a me facevano piacere i risultati dell’Orijent quando era nella seconda lega jugoslava e ha avuto le qualificazioni per l’ingresso in prima lega… però tutto qua… simpatia.. (E nei gruppi… magari… perché per la sua professione immagino sappia anche questi svolgimenti, il tifo organizzato, c’eran… non so qualche comportamente fiumana dei fiuman, per quanto riguarda il periodo jugoslavo non nel periodo odierno?) Mah, ti dirò così, che… appunto i fiumani erano tutti dalla parte del Rijeka e si andava volentieri a Cantrida non è che fossero organizzati in modo tale da andare in trasferta. Non si andava in trasferta. Raramente… forse qualcuno prendeva la macchina e andava a guardare a Zagabria, Dinamo-Rijeka… però, diciamo così, non si tifava in una maniera italiana. Cioè che non vedevo scritte in lingua italiana, ce ne sono state da quando, praticamente, è nata l’Armada che è il gruppo ultrà del Rijeka. (Che nasce il?) Nell’87 con grida tipo: “Forza Fiume,” con cori in cui si cita la parola Fiume e così via. E in questo senso qua, loro si sono ri-aggrappati alle radici di questo nome, alle radici di questo tifo perché, a un certo punto, qualcuno dice: “Non puoi dire che il Rijeka è erede della Fiumana, quando si tratta di un altro paese, di un altro campionato,” ma io dico, a tutte queste persone, che in fin dei conti la Fiumana giocava a Cantrida, i tifosi erano fiumani e poi quando che… si giocava in Italia ma quando che è giunta la Jugoslavia, lo stadio è rimasto lo stesso, i tifosi che tifavano per la Fiumana, quelli che se ne sono andati hanno cominciato a tifare per il Rijeka… e dunque siamo rimasti sempre là… (E dunque ecco, dicevamo del tifo e lei nella veste di giornalista sportivo quindi segue sia la Lega jugoslava del tempo ma anche la serie A. Com’era questo lavoro?) Ho seguito il Rijeka per sette anni e sono andato con il Rijeka, come giornalista, ovunque in Jugoslavia. L’ho seguito a Belgrado, a Niš, a Skopje, l’ho seguito a Zagabria, a Spalato, a Sarajevo e così via con grosse soddisfazioni personali e giornalistiche. Grosse soddisfazioni. E ho sempre seguito la serie A. Sono tifoso del Milan, non mi vergogno a dirlo, anzi sono… da quando esiste il Milan Club di Fiume e dintorni, sono… (Da quando esiste?) Esiste dal 2002 e ne sono il presidente… (Anni d’oro anche…) Sì, appunto ed è una squadra seguitissima qui a Fiume, in Istria, nei dintorni… con tantissimi tifosi, tantissimi iscritti. Noi in tutti questi anni più di mille persone sono passate attraverso questo Milan Club, lo chiamiamo in maniera bilingue Milan Club Rijeka-Fiume, è una cosa accettata sin da quando è stato istituito questo gruppo di amici. (Una seconda domanda scomoda, quando il Milan e il Rijeka si sono incontrati…) … hanno giocato… (Per questo le chiedo… in Europa League se non erro..) … Europa League nel 2017, bravo. (Lei per chi ha tifato?) Eh tifavo per il Rijeka perché tutti mi sanno, io sono un grandissimo tifoso del Milan ma tutto resta lì. Sono legato alla squadra… per quanto riguarda il Rijeka, si tratta del mio stadio, si tratta della mia città, si tratta della mai gente, io a un certo punto quando gioca il Milan non è che impazzisco per Milano, non è che impazzisco per i lombardi, sono tifoso del Milan. Ma quando si tratta del Rijeka non riguarda la sola squadra.) (E può dire… cioè non è che può parlare per gli altri… ma pensa che sia lo stesso per gli altri fiumani-milanisti insomma?) Beh, ci sono stati fiumani e anche riječani, cioè… gli abitanti di Fiume croati che hanno tifato Milan. (Ok quindi era molto individuale…) … Molto individuale la cosa. Ma, sai, tifi Milan ma non è che sei contro il Rijeka. Io tifavo per il Rijeka però non è che in quel momento ero contro il Milan e urlavo contro il Milan però mi ha fatto piacere che il Rijeka abbia vinto, qui a Rujevica 2 a 0 e lì era finito 3 a 2 a Milan. (E lei seguiva principalmente il calcio o altri sport?) Ma io seguivo principalmente il calcio e poi, quando serviva, andavo a seguire altri sport… Non sono ho seguito qua lo slalom dell’Adriatico, qui sul Platak, sci alpino. Ho seguito anche pallavolo, varie gare. Ho seguito anche i giochi sportivi dell’Unione Italiana. Insomma, noi eravamo lì onnivori dal punto di vista sportivo. Poi soprattutto ricordo con piacere andare in Istria con Romano Farina e fare dei servizi sullo sport in Istria. Era una cosa meravigliosa. (E ultima domanda sul tifo, ci si anche incontrava magari al Circolo o privatamente per guardare la serie A insieme?) Ci sono state partite che abbiamo guardato alla Comunità degli Italiani, il Milan, ma abbiamo avuto anche tante riunioni del Milan Rijeka-Fiume in Comunità ma anche festicciole, alla fine dell’anno… (Ok e allora, ecco, transitiamo verso il post-Jugoslavia e repubblica di Croazia, secondo lei come questa nuova statualità ha impattato anche la Comunità degli Italiani di Fiume?) Beh, guarda, avevamo dei diritti prima, ne abbiamo alcuni anche adesso. Sicuramente sotto la Jugoslavia, io non la definisco tanto comunista, quanto Jugoslavia socialista, c’erano dei diritti che magari adesso sono stati anche negati. C’era il diritto di esporre durante le varie festività… il diritto di esporre il tricolore italiano. Aveva la stella rossa però era il tricolore italiano. In Croazia, purtroppo, questo diritto è sparito. Tu non vedi la bandiera italiana fuorché nelle istituzioni come la Comunità degli Italiani, sul balcone di Radio Fiume, scuole elementari, scuola media e così via in occasione delle festività. (Ad esempio il 1 Maggio… in questa date…) … il 1 Maggio, il 29 Novembre che era il Giorno della Repubblica… (Anche in ricordo del Battaglione Pino Budicin?) Qui non ci celebrava il Battaglione.. però c’erano tutte queste varie festività, l’8 marzo se ricordo bene, la giornata del combattente, la giornata dell’indipendenza e così via. Si esponevano le bandiere, non so, del partito comunista jugoslavo, croata e quella italiana. Questa cosa qua è sparita in Croazia. In Croazia c’è bisogno di combattere strenuamente e continuamente per la tutela dei diritti acquisiti. Assolutamente coloro che ci rappresentano come comunità nazionale italiana hanno un… un… compito per nulla facile, un compito complesso anche se, diciamo così, alcuni diritti si sono mantenuti… abbiamo sempre le nostre istituzioni e così via… però certe cose te le devi conquistare o riconquistare. In questo senso qua abbiamo anche dei dirigenti validi… abbiamo dei dirigenti che si adoperano fino in fondo. Da parte mia li ringrazio ma c’è sempre tanto da fare. C’è sempre tanto da fare perché se possono, magari inconsapevolmente o consapevolmente tendono a ridimensionare questi diritti, tendono… certe volte a toglierteli. Ecco, secondo me, ecco… la redazione italiana di Radio Fiume, che eravamo in quattro per decenni, adesso sono solo in due. Ci sono stati interventi anche da parte del nostro consolato, da parte dell’Unione Italiana ma non se n’è fatto niente. (C’è stato anche un rischio di chiusura della radio?) Un rischio di chiusura, no, ma se sei in quattro o se sei in due ne risente la qualità… poi non abbiamo avuto questa sfortuna ma metti che due di loro prendono l’influenza? Chi fa il programma? Eh insomma il rischio è notevole e comunque bravi a questi due che sono rimasti, alla redazione di Radio Fiume che sono Selina Sciucca e Gianfranco Miksa… (E invece un momento critico per la minoranza? Un rischio?) Mah, momenti critici ma no… momenti critici proprio brutti, tragici, no. Ci sono stati anche dei momenti difficili, ci siamo battuti, purtroppo finora, inutilmente per l’acquisizione del doppio voto, cioè poter votare per il tuo rappresentante al Sabor, che è da tanti anni Furio Radin, e poter votar anche il voto politico, perché uno esclude l’altro adesso. Tu se voti per il tuo voto etnico, non puoi votare politico, non puoi votare per un partito e in questo senso c’è stata una battaglia per anni ma non ha portato a buon fine. (E invece riguardo il bilinguismo visivo a Fiume lei che idea si è fatto?) Mah, secondo me è insufficiente. Secondo me è insufficiente… (Mi scusi mi diceva del bilinguismo visivo, un po’ insufficiente è il suo giudizio?) Qualcosa si sta facendo con queste targhe, gli antichi toponimi ma secondo me è ancora poco. Si dovrebbe fare di più ma dipende soprattutto dalla maggioranza croata. Le nostre richieste sono là. Non c’è una tabella con l’indicazione Fiume, è una cosa davvero deficitaria perché tu per sapere che da italiano vai a Fiume, dove la vedi? La vedi lungo la “ipsilon istriana” perché è un territorio bilingue l’Istria o la vedi nel capodistriano che ti scrive “Reka-Fiume” o in Istria che ti scrive “Rijeka-Fiume” ma qui, proprio a casa nostra, non vedi la scritta “Fiume.” Ed è una cosa che ci stiamo battendo, soprattutto in nostri rappresentanti si stanno battendo da anni ma purtroppo il comune, in questo senso qui, fa un po’ orecchie da mercante. (Magari andando anche oltre poi la Città Vecchia, anche in quartieri come questo e Belvedere…) … sarebbero benvenute le scritte bilingui. Assolutamente, ma purtroppo ci siamo fermati lì e non è assolutamente una colpa nostra. (Certo per quello che uno può si fa il massimo… Ok, forse penultima domanda… Quindi, a partire proprio da questo, e sono domande molto generali e mi scuso per questo, quale futuro, quale prospettiva vede per la Comunità degli Italiani di Fiume?) Beh, io non sono né ottimista, né pessimista, sono realista. In questi, diciamo così, 55-60 anni in cui capisco qualcosa della vita… ho visto, semplicemente, un drastico calo del numero di fiumani, del numero di italiani. Diciamo che il censimento del 2011 aveva evidenziato, se non erro, sui 2400 connazionali, il bilinguismo del 2021 ne ha registrato mille in meno. Siamo 1340… (E lei quale motivo adduce?) Beh, il numero uno, sicuramente, il nostro declino naturale. In questi dieci anni dal 2011 al 2021 ne conoscono, purtroppo, tantissimi d’italiani che se ne sono andati. Tantissimi. C’è poi tra le ultime generazioni sicuramente quelli che magari hanno il sangue italiano. Hanno i nonni italiani, hanno i genitori ma che si dichiarano di nazionalità croata ed è un’assimilazione naturale che sta avvenendo non solo a Fiume… che sta venendo anche in Istria, che sta avvenendo nei comuni italiani in Slovenia, cioè Capodistria, Isola e Pirano, poi ti dirò anche di una cosa particolare. Diciamo che negli ultimi due-tre censimenti, c’è stato un aumento degli italiani nei comuni contermini tipo di Castua, di Mattuglie, di Viskovo ma sono italiani che se ne sono andati a vivere lì. Non è che sono italiani venuti dall’Italia… Anche perché… non solo c’è un minor numero di connazionali ma c’è un minor numero di fiumani a Fiume. All’ultimo censimento ne aveva registrato 130 mila, adesso siamo… (Un calo demografico che investe tutto il paese…) Siamo 108 mila ma molti se ne sono andati a vivere in un luogo… fuori città, fuori dal luogo urbano, fuori dal gran traffico, dalla confusione e così via. Molti hanno mantenuto il posto di lavoro qua, ma molti sono andati in queste zone industriali… imprenditoriali… che esistono qui nei comuni vicini e dunque questo è il motivo, semplicemente nei matrimoni misti nascono un figlio e due… e si tende a parlare sopratutto il croato e uno che ha la madrelingua croata, quando arriva il momento, ogni dieci anni, o prima i genitori, o dopo lui… quando arriva nell’età della ragione, si dichiara croato. (In ultima battuta, e mi perdoni se può apparire un po’ come una domanda da “Libro Cuore,” come si suol dire, cosa significa per lei essere fiumano?) Per me essere fiumano significa, intanto, appartenere a questa realtà molto complessa, molto variegata, molto plurilinguistica, plurinazionale. La mia anima è italiana però… non rinnego niente e nessuno dei miei vicini di casa e così via. Sono orgoglioso di essere fiumano perché credo che i fiumani siano veramente gente… tollerante, tranquilla, piena de morbin, desiderosa di divertirsi, di divertirsi in compagnia… di gente che essendo una città portuale, accoglie tutti… gli uomini di buona volontà in maniera normale, tranquilla. Infatti ne ho sentito di storie di persone, arrivate da varie parti della Jugoslavia ma anche dall’Italia dire: “Ma qui si vive bene. Qui c’è un clima sereno. Qui c’è un clima che mi piace. Resto a vivere qui. Qui hai il mare, ha le isole, ha l’Istria, ha il Gorski Kotar, dove puoi andare anche a sciare. Hai l’Italia che ti è qui vicino ma è un luogo ideale. Poi Fiume c’ha i suoi problemi, sicuramente problemi apparsi anche negli ultimi decenni. Non li nega nessuno ma sono contento di essere fiumano e di vivere a Fiume.” (Va bene, la ringrazio.)