C'è una storia senza deportazioni, senza guerre, senza frontiere che si spostano. È la storia di un bambino innamorato di un tram — e della città che quel tram attraversava ogni giorno.
Silvano Bontempo ricorda il tram di Fiume come altri ricordano le persone più care. Con quella precisione dei dettagli che hanno il profumo dell'infanzia: i due dinari, le giardiniere aperte d'estate, il capolinea di Cantrida.
Ogni domenica mattina il padre portava Silvano al garage dei tram a Scoglietto — dove oggi c'è il deposito degli autobus. Lì il bambino guardava le riparazioni, contava i tram, li studiava. Era la sua chiesa.
Il tram non andava veloce, e i ragazzini di Fiume avevano imparato a saltarci sopra al volo — un'arte che i forestieri non padroneggiavano. Chi non sapeva farlo rischiava le dita sotto le ruote.
A Mlaca c'era un gelataio. Il biglietto del tram per andare a Cantrida costava due dinari — lo stesso di un gelato. Una scelta impossibile per un bambino, e un compromesso netto: il gelato o il tram di ritorno. Non entrambi.
Cantrida, il capolinea. D'estate il tram diventava "giardiniera" — vagoni aperti, senza finestrini, per arrivare ai bagni sul mare. Il vento tra le sbarre di legno, il sole, il rumore dei binari.
Nel 1952 il tram di Fiume venne soppresso. Al suo posto arrivò la filobus. I tram furono mandati a Osijek — in Slavonia — dove la rete era ancora attiva. Silvano era disperato.
Non è una storia di guerra o di esodo. Eppure è una perdita reale, concreta, che Silvano porta con sé per decenni con la stessa intensità con cui altri portano le perdite più grandi. Forse perché il tram era Fiume — il suo ritmo, il suo suono, il suo modo di attraversarsi.