Il 28 giugno 1948 il Cominform — l'ufficio di coordinamento dei partiti comunisti europei dominato dall'Unione Sovietica — pubblicò una risoluzione che espelleva la Jugoslavia di Tito dall'organizzazione, accusandola di deviazionismo e nazionalismo. La rottura tra Josip Broz Tito e Stalin segnò uno spartiacque nella storia della Jugoslavia socialista e, più in particolare, nella vita delle comunità di confine come Fiume/Rijeka, dove convivevano comunisti fedeli a Mosca (gli ibeovci, dal nome del Cominform chiamato anche «Informbiro») e il nascente apparato del partito titista.
🧭 Il contesto fiumano
Fiume era, nel 1948, una città appena integrata nella Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia dopo anni di regime italiano, occupazione tedesca e incerta definizione territoriale. La comunità italiana rimasta — chi non era ancora partito per l'esodo — era spesso composta da antifascisti, operai e intellettuali che avevano abbracciato il comunismo come prospettiva di emancipazione. Molti di loro guardavano all'URSS con simpatia o con fedeltà ideologica esplicita. La risoluzione del Cominform li mise davanti a una scelta impossibile: restare fedeli a Stalin significava diventare nemici dello Stato jugoslavo.
La risposta del regime titista fu rapida e brutale. I sospetti simpatizzanti del Cominform — denominati «stalinisti» o «cominformisti» — furono sottoposti a sorveglianza, interrogatori, espulsione dal partito, arresti e, nei casi più gravi, deportazione nei campi di lavoro forzato.
⛏️ Goli Otok: il campo dell'isola pelata
Il simbolo più cupo della repressione cominformista fu Goli Otok («Isola pelata»), un arcipelago di roccia brulla nell'Adriatico settentrionale trasformato in campo di rieducazione forzata. Tra il 1949 e il 1956, vi furono deportati tra i 12.000 e i 16.000 prigionieri politici, tra cui molti italiani di Fiume, Istria e Dalmazia.
Le condizioni a Goli Otok erano durissime: lavori fisici estenuanti — trasporto di massi, costruzione di strade, lavori portuali — in condizioni climatiche estreme, con razionamento alimentare e soprattutto con il meccanismo della «rieducazione» attraverso la confessione pubblica e la denuncia dei compagni. Chi non cedeva era sottoposto a ulteriori violenze da parte degli altri prigionieri, in un sistema progettato per spezzare la solidarietà e produrre autocritica.
«Papà aveva incontrato ad Ustica antifascisti fiumani e aveva seguito quella che chiamavano la scuola di partito. Ma dopo il '48 tutto cambiò. Chi era rimasto fedele all'Unione Sovietica era un nemico.»
— Irene Mestrovich, testimonianza raccolta nell'ambito del progetto "L'Archivio della Memoria"
🧑⚖️ La storia di Attila Marsanich e i lavori forzati
La storia di Attila Marsanich è emblematica delle vicende di molti fiumani italiani colpiti dalla repressione cominformista. Operaio e militante comunista, Marsanich fu arrestato dopo il 1948 con l'accusa di simpatia per le posizioni del Cominform. Come molti altri, non aveva fatto una scelta esplicita a favore di Stalin: era semplicemente un comunista di vecchia data che non aveva dimostrato abbastanza entusiasmo per le nuove direttive titiste.
I lavori forzati a cui fu sottoposto — come quelli di molti detenuti fiumani — avvenivano in condizioni di isolamento totale dalla famiglia e dalla comunità. Le lettere venivano censurate, le visite scoraggiate, la durata della detenzione spesso indefinita. Al rilascio, molti ex detenuti erano bollati come «nemici del popolo» e faticavano a reinserirsi nella vita sociale e lavorativa della città.
La sua esperienza è raccolta nella testimonianza audio disponibile in questo archivio, voce tra le tante che permettono di restituire profondità umana a una pagina storica a lungo rimossa dalla memoria pubblica jugoslava — e poco conosciuta anche in Italia.
Testimonianza audio sui lavori forzati — Archivio Digital Adriatic
📚 La dimensione italiana della repressione
Per la minoranza italiana rimasta a Fiume dopo il 1945, la crisi del Cominform si sovrappose a dinamiche già complesse: la pressione all'assimilazione, la riduzione degli spazi culturali italiani, le partenze continue verso l'Italia (l'esodo). Molti italiani erano stati tra i più attivi nel sostegno alla nuova Jugoslavia socialista, convinti che la militanza comunista garantisse loro un posto nel nuovo ordine. La repressione del 1948-1956 li colpì in modo sproporzionato, distruggendo fiducie costruite in anni di antifascismo comune.
Il silenzio su Goli Otok fu quasi totale per decenni. Solo dalla fine degli anni Settanta, e poi più apertamente con la dissoluzione della Jugoslavia, le testimonianze iniziarono a emergere. Oggi restano una delle pagine più dolorose e meno elaborate della memoria adriatica del Novecento.
🔗 Per approfondire
- Leggi la testimonianza di Irene Mestrovich — figlia di un antifascista fiumano coinvolto nella repressione cominformista
- Leggi la testimonianza di Leonardo Bressan — che menziona il Cominform nel racconto della storia familiare
- Esplora i Percorsi della Memoria — tra cui il confino politico di Gino Kmet sull'isola di Ustica
- Esplora la mappa interattiva con i luoghi legati alla repressione e ai lavori forzati