Storia · Repressione · 1949–1956

Goli OtokL'Isola Calva

1949. Nel Quarnero, a pochi chilometri dalla costa croata, c'è un'isola senza alberi. Il vento di Bora l'ha spogliata. Si chiama Goli Otok — l'Isola Calva. Tito la sceglie per costruire il suo gulag.

Dopo la rottura con Stalin del 1948, Tito inizia ad arrestare chiunque mostri simpatia per l'Unione Sovietica — operai, intellettuali, militanti. Molti sono italiani di Fiume e dell'Istria. Molti non hanno mai fatto nulla.

Una notte. Un bussare alla porta. Uomini in uniforme. E poi il silenzio.
Irene Mestrovich · Adalbert Lulić · Leonardo Bressan · 1949–1956 · Fiume → Goli Otok
Tappa 1 · Fiume, luglio 1949

La notte dell'arresto

Luglio 1949. La polizia segreta di Tito — l'UDBA — arriva di notte. Senza mandato, senza spiegazioni. Prelevano il padre di Irene Mestrovich, che ha due anni e mezzo. Suo fratello è nato pochi mesi prima.

«La polizia segreta, UDBA è arrivata di notte, come faceva di solito… Di notte hanno prelevato mio padre, l'hanno portato in via Roma, lo hanno interrogato e la cosa più facile era ammettere tutte le colpe di questo mondo.» — Irene Mestrovich
Irene Mestrovich racconta l'arresto del padre Fiume, 1949 — la notte dell'UDBA
Tappa 2 · Fiume, Via Roma

Il messaggio nascosto

La nonna di Irene corre ogni giorno in via Roma a portare biancheria pulita al figlio detenuto. È l'unico contatto. E attraverso quello scambio silenzioso, il padre riesce a nascondere un messaggio.

«Mio padre è riuscito a infilare… a scrivere un brevissimo messaggio per suo padre su quella carta velina che si facevano le sigarette… "Non parlare con nessuno. Fai attenzione. Ti affido i miei piccoli." E l'ha nascosto nel colletto. Questo la nonna l'ha conservato e adesso ce l'ho io.» — Irene Mestrovich
Tappa 3 · Goli Otok

L'Isola Calva

Goli Otok è spazzata dalla Bora. Nessun albero cresce su questa roccia. I detenuti spaccano pietre tutto il giorno. Ogni colpo di martello deve essere accompagnato da una frase: «Živio Tito, živio partija».

La sera vengono "rieducati" con lezioni dei secondini. Un lavaggio del cervello. Molti escono distrutti. Alcuni non escono affatto.

«L'isola è proprio "calva" per via della Bora, che è tremenda lì. Spaccare le pietre per fare le costruzioni e ogni pietra che battevano, dicevano: "Živio Tito, živio partija…" Poi, finite le ore di lavoro, venivano rieducati.» — Irene Mestrovich
~16.000 detenuti stimati a Goli Otok tra il 1949 e il 1956, di cui una parte significativa di italiani istriani e fiumani
Altra testimonianza · Adalbert Lulić

Cinque anni, dossier bianco

Adalbert Lulić racconta della sorte del nonno. Condannato a cinque anni di lavori forzati — prima a Lepoglava, poi a Mileća, infine a Goli Otok. Graziato per il giorno della Repubblica. Tornato a casa. Ma il sistema aveva già devastato la famiglia.

«Era stato condannato a cinque anni di lavori forzati. Prima era a Lepoglava, poi era a Mileća e poi era a Goli Otok. E da Goli Otok è stato graziato per il giorno della Repubblica, il 29 novembre. Nel suo dossier non è stato mai condannato, mai accusato… però in quel periodo quando lui è stato chiuso, la mia nonna ha perso il lavoro. Li hanno sfrattati.» — Adalbert Lulić
Adalbert Lulić racconta il nonno internato Goli Otok — il dossier bianco
Altra testimonianza · Leonardo Bressan

Sparito sul treno

Lo zio di Leonardo Bressan era un partigiano decorato — aveva comandato il battaglione Pino Budicin che liberò la regione. Eppure neanche questo bastò. Sotto pressione dell'UDBA, prese il treno per Belgrado. Sparì.

«Salito sul treno, sparito. Circa un mese e mezzo dopo… un generale è venuto a casa dei genitori di mio zio per fargli visita e li ha trovati in lacrime. E si viene a capire che è stato portato sull'isola di Goli Otok. Questo generale riesce a farlo liberare immediatamente nell'arco di 24 ore e mio zio, distrutto, psichicamente, abbandona Fiume.» — Leonardo Bressan
Il ritorno

Il dossier bianco e i silenzi

Chi tornava da Goli Otok doveva tacere. Il sistema lo imponeva: il dossier risultava vuoto, "mai condannato, mai accusato". Come se non fosse successo nulla. Come se non ci fossero stati anni di lavori forzati, umiliazioni, rieducazione forzata.

Il silenzio si sedimentava nelle famiglie. I figli crescevano con un padre diverso — segnato, chiuso, impossibile da raggiungere. Le mogli perdevano il lavoro. Le famiglie venivano sfrattate. La punizione non finiva con la liberazione.

Irene Mestrovich
Figlia di un internato a Goli Otok · Fiume
Adalbert Lulić
Nipote di un internato · cinque anni di lavori forzati
Leonardo Bressan
Nipote dello zio deportato · partigiano, poi esule a Napoli
Epilogo · La memoria

Un risarcimento che non risarcisce

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la Croazia ha cercato di riconoscere le vittime di Goli Otok. Un "benefit" attraverso la pensione. Il padre di Irene ha fatto domanda da solo — non con le associazioni, perché alcune avevano "messo lo stemma ustascia".

Goli Otok oggi è un'attrazione turistica. Si organizzano escursioni in barca. I muri delle celle sono ancora in piedi. I turisti si fanno selfie.

Le pietre sono ancora lì. E chi le ha spaccate urlandone le lodi al regime — spesso non ne ha potuto parlare per decenni.

«A un dato momento la Croazia ha voluto riconoscere… un benefit… di dargli una specie di compenso attraverso la pensione… mio padre ha inoltrato la richiesta e l'ha fatta da persona singola, non è andato dalle associazioni perché a questa nuova associazione diceva "M'hanno messo lo stemma ustascia, non voglio aver da fare con loro."» — Irene Mestrovich