Interview with Sandro Damiani made by Gianfranco Miksa, Vanni D’Alessio, and Mirko Soldano (May 9, 2021). Transcribed by Angelo Massaro (February 8, 2022). Mi chiamo Sandro Damiani, battezzato: “Alessandro Vittorio Damiano.” Nel ’68, compiuti diciott’anni, ho cambiato il mio nome. Nel senso che sono stato convocato dall’anagrafe di Fiume e m’hanno fatto un ragionamento che mi sembrava strano all’epoca, però funzionale, intelligente. Dice: “Lei si chiama Alessandro come suo padre, potrebbe avere dei problemi con i documenti, un domani. Sarebbe il caso di cambiare nome.” “Cambiare come?” “Come le pare. Sandro, Aleksander, Saša, Alessio, Aljoša. Quello che vuole.“ Io lo cambiai in Aleksander perché Sandro non mi piaceva. Aleksander era la versione greca, se vogliamo, ellenica di Alessandro e da qui è stato Alessandro. Tra l'altro, contemporaneamente, quindi parlo del ’68… dato che da bambino ho vissuto a Roma, fino alla fine del ’63, quando i miei genitori sono venuti via da Roma nel ’65-’66, loro, come dire… è rimasta aperta la loro residenza romana perché pensavano che un domani non si sa mai, si ritorna. E, quindi, nell’appartamento in cui stavano a Roma in Via dei Banchi Vecchi, loro erano rimasti residenti a Roma. E residente anch’io. Cosa è successo? Nel ’69-’70, quando per a prima volta c’è stata per la prima, diciamo così, computerizzazione del computer che erano delle stanze, dell’anagrafe romano. Il computer molto intelligentemente che cosa ha visto scritto? Alessandro Damiani, Olga Damiani, Alessandro Damiani. E ha eliminato il secondo Alessandro Damiani. In pratica io, fino al 1984, non esistevo per l’Italia quale cittadino italiano. Perché io sono nato cittadino italiano, essendo mio padre italiano anche se in Jugoslavia. E quindi, per esempio, che cosa ha significato questo per me? Ha significato che quando sono andato a vivere in Italia come studente a Trieste, e poi a lavorarci, ogni volta dovevo fare i permessi di soggiorno. Permessi di soggiorno per motivi di lavoro nel mondo teatro erano molto ridicoli perché i permessi di soggiorno tu ce l’avevi solo in due casi come attore: o perché venivi preso in considerazione dalla compagnia teatrale, dall’impresario perché dovevi esprimerti nella tua lingua d’origine , del tuo paese; o perché non c’era concorrenza e quindi eri l’unico che potevi affrontare quel ruolo. Fatto sta che per alcuni anni, io sono stato… ho avuto la residenza italiana come jugoslavo e come attore. Poi, quando ho smesso di fare l’attore, come giornalista, quindi come inviato di varie riviste teatrali, culturali, in genere. E alla fine, quando mia famiglia aveva già quattro anni, quindi nell’84 finalmente… no, nell’85, finalmente, hanno alcuni amici avvocati hanno risolto la mia situazione sulla cittadinanza… nel modo più semplice. Perché, tra l’altro, si meravigliano tutti quando andavo a chiedere spiegazioni, dicevano: “No, lei non esiste.” “Ma io c’ho il passaporto del 1963 verde, italiano, cittadino italiano. C’era il nome Alessandro Damiani, figlio di Olga…” “No, però, lei non risulta.” Alla fine, queste persone, molto intelligentemente, hanno detto: “Se lei è nato, sebbene in Jugoslavia, da cittadino italiano, lei è automaticamente italiano.” Allora, in pratica, si son fatti questi… accertamenti e finalmente mi hanno riconosciuto la cittadinanza italiana. Nel frattempo, siccome io e la mia compagnia avevamo una figlia, per motivi legati alle leggi italiane, se io da cittadino straniero, quindi prima che mi venisse la cittadinanza italiana… se io da cittadino straniero avessi riconosciuto mia figlia, sua madre non avrebbe avuto su di lei nessun potere, nessun diritto. Quindi avrei potuto prendere mia figlia, andarmene e, a quel punto, per una questione anche di correttezza, decidemmo che nostra figlia si sarebbe chiamata con il cognome della mia compagna, Ruocco. Dunque Saša si chiamò Ruocco per cinque anni. Poi, nel momento in cui riacquistati la cittadinanza italiana, subentrò il Damiani. Tanto più quando poi io e Marcellina, la mia ex moglie, ci sposammo. Questa è la storia del mio nome. Anche perché, molto maliziosamente, alcuni nostri connazionali con i quali sono in polemica tirano fuori pubblicamente, anche sui giornali, non mi danno del Sandro Damiani, ma il “Signore Aleksander Damiani.” Il che, tra l’altro, mette in luce una loro stupidità, una loro forma di razzismo, ma questo è un altro discorso. E quindi, niente, son nato qui, in questa casa, battezzato quando avevo tre o quattro mesi. Forse papà e mamma dovevano mettersi ancora d’accordo se battezzarmi. Mia madre ci teneva, non che fosse una credente, però ci teneva a tutto questo armamentario, diciamo così, culturale della chiesa cattolica. Quindi il battesimo, la cresima, la comunione. Ci teneva a queste cose. (Mamma Olga?) Mamma Olga. Olga Stančić Damiani. (Vogliamo parlare un po’ di mamma Olga e della famiglia della madre. Come arrivano a Fiume?) No, mia mamma, dunque è nata a Fiume nel ’16. Quindi nasce cittadina ungherese nell’Impero Austroungarico. (Di cognome?) Di cognome Stančić. La mamma… la mamma di mia madre era arrivata qui a Fiume… era del 1892. E arriva a Fiume nel ’99, bambina di sette anni, al servizio di una famiglia croata. Una famiglia croata che veniva da Segna, come lei. E questa famiglia croata erano i genitori del giovane scrittore Polić Kamov. E quindi lei ha fatto alcuni anni di… lavorava in casa da servetta in casa di questa famiglia finché poi, da grandicella, non ha conosciuto un metalmeccanico di Varaždin, era un cantierino, lavorava a Portore, a Kraljevica. Si son conosciuti, si son sposati, è nata mia mamma nel ’16, poi il patatrac, ecc. ecc. Suo padre, è arrivato d’Annunzio, è dovuto andare da Fiume come alcune migliaia di croati e di non Italiani. Ogni tanto si faceva vedere, mi ricordo, ci raccontava a me e ai miei fratelli. Eravamo con la nonna e ogni tanto si faceva rivedere. Però poi siccome era un attivista politico, sindacalista, ecc., si è fatto la sua esistenza nel Regno di Jugoslavia. Perché, per l’appunto, era tra l’altro anche comunista, quindi… In epoca monarchica-jugoslava non è che fosse salutare essere comunista. (Quindi la Olga…) La Olga è cresciuta qui con sua madre… (Sa in che zona?) Sì, in Città Vecchia. Era nata… era nata… infatti, ogni volta che ci passavo, me lo faceva vedere. In un edificio ad angolo, quando si viene verso il Grattacielo, c’è l’angolo, la strada che scende dal Liceo al Grattacielo, poi c’è via Ciotta, ecco, quella casa ad angolo. Era nata lì. Era nata in casa nel ’16. Il 14 febbraio del ’16, nel giorno di San Valentino. E niente, con gli anni mia nonna ha conosciuto un giovane, più giovane di lei di nove anni, Michele Signorelli, della famiglia dei Signorelli, nobili, fiumano-albonesi, di origini toscane. Ha conosciuto questo giovane e si sono messi insieme, si sono sposati poi, mi pare nello stesso anno in cui si sposarono i miei genitori, nel 1950. Perché? Perché appena finita la guerra nel ’46… si è fatto vivo Stančić, che nel frattempo aveva fatto la guerra anche da partigiano, si è fatto vivo, “Cara Cattina, sono, qua con la famiglia a Zagabria. Vedo che tu c’hai una qui” e si son… felicemente divorziato. Le sorellastre e i fratellastri di mia mamma… Il nonno Micelin è morto nell’85, sempre da convinzione di essere suddito austro-ungarico, nonostante non sapesse né austriaco né ungherese, né tantomeno il croato. Mamma è morta nel ’95, nonna nel ’66. E la nonna, niente, nei primi anni fino al ‘22/’23, aveva una sua… osteria in Città Vecchia. La stradina, non so come si chiamasse all’epoca, che porta all’Arco Romano, lì sulla destra… (La nonna?) La nonna. (E sa che lingua parlavano in famiglia?) Sì, allora, dunque, nonna ci son cresciuto. È morta nel ’66, io son del ’50, la nonna parlava il fiumano, non posso dir l’italiano, l’ungherese, un pochino il tedesco e il croato. Naturalmente il croato, sia lei che mia madre, l’avevano in pratica dimenticato. Perché, praticamente, finché Fiume è stata sotto amministrazione italiana, il croato in strada e in luoghi pubblici non si doveva… non che si parlava non si doveva parlare. E quindi l’hanno dimenticato, alla fin fine, mamma aveva fatto le scuole croate inizialmente, in epoca… quei due-tre anni di Stato Libero a Sušak perché gli scolaretti attraversavano il ponte da una scuola di là. (Lei non sa perché aveva fatto questa scelta la nonna di mandare la figlia a fare la scuola a Sušak?) Qui non c’erano scuole croate, neanche in epoca ungherese. Poi loro con l’Italia e la cultura italiana non avevano niente a che fare. Tutto questo è avvenuto… questa acquisizione culturale e linguistica è avvenuta sotto l’Italia. (Anche con il compagno della nonna, giusto?) Lui era italiano. Il compagno Signorelli, sì. E mia madre niente… mentre sempre diceva, per farci capire più che altro quanto fosse ingenua da giovane, di aver scoperto di non aver essere cittadina italiana, appena nel ’38, nel’ 38 che aveva 22. Nel ’38 lei vince un concorso organizzato dall’EIAR, la RAI dell’epoca, che riguardava Trieste, Pola e Fiume. Insomma, la Venezia-Giulia. E il grande patron di questo concorso in ambito locale era Bruno Picco, che è stato poi giornalista de La Voce del Popolo, Tiziana Raspo era sua figlia e, questo concorso lo vinsero: Olga Stančić, per quel che riguarda il canto; Clara Scrobogna, per quel che riguarda… la parte attori; e si aggregò, lei non aveva vinto, però si aggregò alla cosa, la più bella di tutte e tre che si chiamava Giuliana Kellerman. E andarono a Roma al concorso nazionale. Arrivano al concorso nazionale e mia madre, le bloccano subito… “Lei non può perché lei non è cittadina italiana.” Cioè mia madre, come tanti a Fiume in epoca pre-italiana, non hanno mai ottenuto la cittadinanza italiana. E non sono mai stati censiti. Si parla di migliaia di persone. Questo anche per dire la falsificazione del discorso di percentuale quanti erano gli italiani, quanti gli ungheresi, quanti i croati… erano invisibili, come per venti anni sono stati invisibili ventimila bosniaci in Slovenia fino a un paio di anni fa. Però pagavano le tasse, infatti mia madre, da grandicella, era da prima era stata garzone di bottega di un parrucchiere, qui dietro l’angolo e poi, quando loro hanno deciso di andare in pensione, le hanno lasciato questo… salone Olga si chiamò dal ’38 in poi. In pratica, veniva solo quando faceva la cantarola, veniva solo a riscuotere. Una volta al mese. Anche perché aveva avuto il suo primo figlio, Silvio. Fatto sta… dicevo del concorso… questa è interessante. Al concorso lei non può partecipare alla finale fra le campionesse regionali, però siccome era molto ma molto brava. Aveva un orecchio incredibile. Niente, trova lavoro. Erano gli anni il ’39, ’40, ’41, una delle canzoni che andava più di moda, anche se non era di quell’epoca, era di qualche anno prima, era “Se potessi avere mille lire al mese.” Lei guadagnava 400 a settimana, cantava al Gran Caffè Camillone a Piazza Zedra, lì non c’era il complessino come a Fiume nelle fotografie, 4-5 persone, era un’orchestra di quindici elementi. E quindi cantava per le colonne sonore… (Ma il suo nome d’arte era sempre?) Olga Stančić. Dovrei avere anche qui un ritaglio di giornale incorniciato. E, non solo, lei aveva anche doppiato Marlene Dietrich in un paio di film, non come attrice ma come cantante, perché venivano doppiate anche le canzoni. Non a caso, noi italiani, quando canticchiamo le canzoni, non so, dei cartoni animati di Walt Disney, sappiamo le parole italiane, non sappiamo l’originale inglese che conoscono in tutto il mondo meno che noi. E quindi niente, lei non può. E Clara Scrobogna, non vince il concorso però bella, di talento, e diventa, artisticamente parlando, Orietta Fiume. E Orietta Fiume, in quei tre o quattro anni prima del disastro completo, della guerra, gira una serie di film, i famosi “telefoni bianchi” quindi anche con De Sica e con quelli che erano i mostri dell’epoca. La più bella di loro tre, la Jucci Kellerman, si innamora… e lui si innamora di lei, di Mario Soldati e diventa la moglie di Mario Soldati… gli dà tre figli. Mario Soldati all’epoca è uno dei registri cinematografici emergenti, dopo Blasetti e Camerini è il più importante in quel periodo, prima del neorealismo. Come scrittore è già famosissimo, Soldati rimane uno dei grandi dieci scrittori italiani del Novecento, e… Jucci io poi naturalmente l’ho conosciuta perché era una delle poche fiumane che mia madre, quando vivevamo a Roma, aveva dei contatti quasi quotidiani. Viveva tra Roma e Milano. E Jucci, appunto ha fatto anche lei un paio di film, ma poi si è dedicata alla famiglia, a Mario, ai figli. Io ho conosciuto, ovviamente, il più piccolo perché mio padre è del ’51, quindi da piccoli ci capitava di giocare assieme. Nel frattempo, mio madre a Roma conosce un giovane compositore di musica leggera, paroliere, si chiamava Emilio De Nisco e De Nisco sarà colui che scoprirà e lancerà un bravissimo cantante romano. È morto recentemente, cantava soprattutto canzoni romane, bello, moro, alto. Famosissimo, il più famoso cantante romano di canzoni romane degli anni ’60, ’70, ’80… altro buco di memoria. E con De Nisco nasce Silvio, nel ’40, e appunto dicevo Olga quanto era ingenua, era talmente ingenua dopo che giorni ch De Nisco non si fa vivo, quando io col bambino esco dalla clinica, trova una lettera nella quale, in poche parole dice “arrangiati.” Nel ’40 essere donna madre, madre singola, insomma non è facile. Niente, se ne viene a Fiume e sta per un certo periodo naturalmente a Fiume. A Fiume approfitta del fatto che già aveva un nome come cantante nell’ambiente. Poi vivaddio c’aveva questo negozio di parrucchiere che andava bene e niente torna a Roma. Ritorna a Roma e dopo un paio d’anni conosce un’altra persona, un altro ragazzo giovane, eccetera… Gasbarrini e nasce il secondo mio fratello, a metà del ’42. Toni Gasbarrini, quindi ecco siamo in tre. Poi c’è il ’43 di mezzo, quindi l’8 Settembre, eccetera, se ne ritorna qui a Fiume con i due bambini e niente. E qua, nel ’46, quando mettono in piedi il teatro, questo teatro stabile, col Dramma Italiano, il Dramma Croato, eccetera, dato che nella… nel direttivo ci sono anche fiumani che conosco… quindi mia madre, eccetera… poi il vice… il vice sovraintendente è Ramous. Sovraintendente invece era Rošić, sua figlia poi è stata una grande attrice jugoslava e croata. E a mia madre le offrono di entrare nel coro come sa, anche nel coro ci sono voci primi, voci seconde, mia madre era sempre una grande individualista, no per carità, non voleva avere a che fare con nessuno, e allora questo il ’46… lascia perdere… nel ’47 qualcuno si ricorda di lei, ma credo sia stato Ramous stesso, non mi pare che mia madre ce l’abbia mai detto. Fatto sta che mia madre nel ’47 entrò nel Dramma Italiano come suggeritrice. Ed è stata la prima suggeritrice di prosa del Dramma Italiano, per dieci anni, fino al ’57, finché con papà non sono andati a vivere a Roma. E niente, va al Dramma Italiano come suggeritrice… Nel ’48 conosce Damiani, Alessandro Damiani, che c’ha 20 anni, viene fresco, fresco dalla Calabria. Per molti anni, mia madre non saprà nulla della famiglia di mio padre, lo scopre nel ’56, quando insieme a me, andiamo in Calabria a conoscere i parenti. E scoprì questa meraviglia di famiglia, eccetera. Ma andiamo per ordine. Mio padre arriva qui e si ferma per caso. Perché insieme ad alcuni giovani diciottenni-diciannovenni decidono, ancora in Calabria, decidono di aggregarsi al movimento partigiano che in Grecia sta combattendo contro… diciamo contro il tradimento di Stalin. Stalin si era messo d’accordo con Churchill che la Grecia sarebbe appartenuta al fronte occidentale. E lui, come tanti altri giovani, tra l’altro in quell’epoca, la Jugoslavia era lo stato che riforniva armi ai partigiani greci e volontari. Naturalmente in accordo con Stalin, ovviamente, il grande capo del movimento era lui. E quindi vengono qui nel giugno del ’48, vengono subito accampati, non fanno nemmeno in tempo a imbracciare un fucile per capire come si spara e “contrordine compagni.” Stalin e Tito, metaforicamente, si menano a morte. La Jugoslavia per timore di… di rappresaglie, chiude i confini con la Grecia, quindi smette di aiutare la Grecia. E al tempo stesso rinforza il confine con Romania, Bulgaria e Ungheria, perché la situazione con l’Unione Sovietica è tale che la Jugoslavia si aspetta, da un momento all’altro, un’invasione. E a questo punto, si chiude. Quasi tutti i giovani, all’80%-90% arrivavano dall’Italia, dalla Francia, dall’Austria, se ne ritornano a casa. Mio padre resta qui perché, nel frattempo, non dico avesse chiusi i rapporti con la famiglia… ma mio padre è sempre stato così nelle scelte della vita, quando sceglie una cosa la porta fine in fondo. Dice: “non si può andare. Se vado, mi ammazzano. E resto qui.” E per un mese e mezzo-due mesi è al seguito di queste brigate di lavoro volontario che costruisce strade… cose assurde, giuste anche. E alla fine, quando non sa più cosa fare, quando è terminato anche questo impegno e si è anche stufato, viene a sapere, per l’appunto nulla sapeva lui della Jugoslavia, della lotta partigiana, sapeva soltanto questo discorso che in Grecia c’era questa volontà rivoluzionaria, e lui si aggregava. “E guarda, se vuoi rimanere in Jugoslavia, vai a Fiume. A Fiume c’è una comunità italiana, c’è il bilinguismo.” E se ne viene a Fiume. Per venti giorni-venticinque giorni, neanche un mese, va… di porta in porta, va a offrire quello che può offrire, un po’ cultura, intelligenza, collaborazione, eccetera. E poi scopre su La Voce del Popolo che al Dramma Italiano cercano un aspirante attore. E questo è il novembre del ’48. (Quanti anni aveva?) 20 anni. 20 e qualche mese. Lui si presenta, naturalmente non ha la più pallida idea di cosa significa recitazione, però era un ragazzo di… culturalmente molto attrezzato, quindi lui sciorina a memoria Leopardi, Foscolo e… apprende insieme a qualcuno del Dramma Italiano che probabilmente che questo era nella prassi… qualche dialogo. Fatto sta lo prendono, e nel frattempo, naturalmente, eventualmente entri in scena la “cena è servita” e impari il mestiere. Il direttore del Dramma Italiano fino al ’52 era un triestino d’Austria, Piero Rismondo, della famiglia Rismondo. I Rismondo erano dei… navigatori. Avevano una compagnia di navigazione a Trieste. Lui era venuto a vivere qui con la moglie ebrea nel ’46-’47. Era regista teatrale, una persona in gamba, molto intelligente, tant’è che poi, quando rientra in Austria, nel ’53, Rismondi , in breve tempo, diventa uno dei più importanti critici viennesi, e quindi austriaci. Traduce un grandissimo numero di autori italiani in tedesco. È il primo a tradurre in tedesco per l’Austria, Italo Svevo, poi traduce Fo, traduce Prisco, traduce Goldoni, Pirandello. Viene insignito del premio più importante letterario austriaco che è la medaglia Robert Musil. Nel ’67-’68, il presidente Saragat gli conferisce il commendatorato… di qualcosa. Un bel personaggio. E nella commissione ci sono appunto, che pigliano Damiani nel ’48, c’è lui e c’è Ramous. E da qui nasce anche la vecchia amicizia con Ramous. Dimmi. (Osvaldo Ramous?) Osvaldo Ramous. Certo. Osvaldo Ramous. (Ecco, ci interessa capire l’incontro tra papà e mamma, immagino al teatro?) Incontro allo Zajc, che all’epoca di chiamava “Teatro del Popolo,” Narodno Kazalište… Si incontroò lì, lui giovanissimo aspirante attore, lei suggeritrice di prosa, tra l’altro poi mia madre è stata, quasi subito, nel ’49-’50, per il tipo di carattere che aveva, era un carattere mica male… quando si dice di uno che ha un brutto carattere, perché altrimenti… ed è stata subito accorpata nel consiglio artistico. All’epoca il Dramma Italiano, come tutte le compagnie teatrali, aveva un consiglio artistico, che coadiuvava il direttore. Ma soprattutto si occupava delle cose non artistiche. Il consiglio artistico era quello che, insomma, prendeva in mano la situazione quando c’erano problemi. Ad esempio, un grandissimo problema si presentò nel ’56, quando elementi del Circolo Italiano di Cultura decisero che si poteva fare a meno del Dramma Italiano. E loro proposero al sovraintendente dell’epoca Drago Gervais, scrittore, di chiudere il Dramma Italiano. E Drago Gervais fece, nel giro di 24 ore, una lettera di licenziamento per tutto il Dramma Italiano. Mio papà non c’era, stava facendo il militare in Jugoslavia nel ’55. Mia madre faceva parte del consiglio artistico, lei… questo lo so perché di recente, ho visto i documenti… Lei, Gianna Depoli, Nereo Scaglia, non mi ricordo ancora, credo Ercole … (30:12?), ed era tutta gente nota che aveva un pessimo carattere. Furono loro a spronare perché Osvaldo Ramous, del quale si può dire… e non sarebbe giusto… ma non che fosse una persona mite. Era la mitezza in persona, il pio bove, pascoliano o carducciano. Questo non lo ricordo mai. E loro convincono Osvaldo Ramous ad andare a Zagabria per salvare la situazione. Lui va a Zagabria… va prima a Belgrado, a Belgrado… Una questione che riguarda la Croazia… e da Zagabria arriva la telefonata del “mammasantissima” dei comunisti croati, Bakarić, che telefona al capo del Komitet di Fiume e dice: “Ma qua a Fiume siete impazziti a toccare il Dramma Italiano?” Dal giorno dopo, tutti rientrano a lavoro, tra l’altro, si raccontava sempre Scaglia che era il più spiritoso di tutti al Dramma Italiano, sempre diceva: “Ma, secondo me, quelle lettere non le ga mai rotte, le tiran in qualche cassettin.” E quindi mia madre e mio padre si incontrano lì, si incontrano in palcoscenico. Poi, io, ovviamente ho vissuto fino al ’57, quando i miei genitori sono stati a Fiume, ho vissuto in pratica in teatro. O si viveva in strada, oppure noi, figli di teatranti, avevamo questa fortuna… quindi io, le figlie di Scaglia, in parte anche Diego Brumini, il figlio di Raniero. Diciamo io ero più avvantaggiato, per quanto riguarda il rapporto col teatro, perché ci lavoravano sia mio padre che mia madre. Gli altri che avevano il papà a casa, o la mamma a casa, insomma il bambino era con loro. Insomma, io ero sempre lì, mi ricordo da bambino saltavo sulle ginocchia di gente che poi è rimasta nella cultura teatrale jugoslava e croata. Non so, Matačić, Strozzi, Papandopoulo, eravamo lì, si viveva lì. E mi ricordo… questo mi dicevano… io non mi ricordo personalmente… mi dicevano che molto spesso, quando c’erano gli spettacoli del Dramma Italiano, io stavo con mia mamma nella buca del suggeritore. C’era la buca sul proscenio, e che si ricordavano quando entrava mio padre, sentivano una voce: “Papà, papà!” [ride]. E interrompevo lo spettacolo. Tra l’altro, a Petrali dissi, un paio di anni fa, “Ma ti sa Bruno, quando xe stada la prima volta che te go visto?” “No” E lui si è messo a ridere, ma con quel sorriso… lui Petrali m’ha visto nascere… e questa è bella. Perché questo me lo ricordo come fosse oggi, veramente. Il Dramma Italiano, era il ’56 o il ’57, dava “Il Ventaglio” di Goldoni. In scena quindici-diciassette attori in costume, eccetera. E ci recitavano tutti ed era uno dei primi… forse il primo, questo Petrali non se lo ricordava, non sapeva se era il primo o uno dei primi spettacoli a cui prendeva parte anche lui. E, a un certo momento, vedo a entrare in palcoscenico un giovane moro, bello, e “papà, papà.” Ed era Petrali. Perché da giovane assomigliava molto al mio papà. Immagini come figura, moro, non basso, non altissimo, un bell’uomo, sa, quando uno entra in scena, sono dieci-quindi metri. Poi un ragazzino di sei anni… nel semibuio avevo scambiato Petrali per mio padre. Mio padre faceva invece la parte del ciabattino, quindi con la parrucca che cammina tutto tremebondo. Così ci siamo fatti questa risata: “Bruno, t’ho scambiato per mio padre.” E poi Bruno, poverino, ha continuato a venire fino all’ultimo a trovare mio padre. Pensa, Bruno aveva già 90 e passa anni e si faceva i cinque piani di casa sua, i tre nostri e veniva a trovare mio padre due volte alla settimana. Stavano assieme qui a chiacchierare… (In questa casa?) In questa casa. E poi questa casa, ecco, nel periodo degli anni ’50, ci son passati… dunque per molti anni qui ha vissuto nella sua casa, in questa stanza, Otello Damiani, Otello Damiani è stato per molti anni prima viola del teatro di Pola. Sua figlia poi, la professoressa Ingrid Damiani era a capo della cattedra di italianistica a Zagabria. (Comunque non imparentati?) No. Nessuna forma di parentela. I due Damiani si volevano molto bene, tra l’altro, pazzi per la filosofia entrambi. Parlavano quasi solo di filosofia di solito. Poi mio padre aveva una bellissima pubblicata già negli anni ’60 a Otello. Quindi Otello è stato qui per molti anni da noi. E tra l’altro voi avrete visto sulla porte c’è il coso… (Damiani…) Non è nostro, era suo [ride] (Vogliamo dire quest’appartamento dove si trova? In una casa storica.) Sì… (In un palazzo storico, anche.) Sì, il palazzo storico perché è l’unico palazzo cosiddetto “della massoneria.” Infatti, ci sono anche dei segni che chi lo sa, contraddistinguono l’architettura massonica e, quando ero piccolo, c’erano fino agli anni ’60, in entrata, quando si entrava in portone, in alto, c’erano appunto tutti i segni della massoneria, il compasso, l’occhio, il triangolo, tutte queste cose strane. E, all’altezza delle cantine, dove c’era il club di pingpong ed è stato anche, negli anni ’50, il primo club/discoclub della Jugoslavia, Husar si chiamava, “Pirata” e quell’altezza c’era la loggia, che c’è ancora, la loggia massonica Sirius, poi quando si dice il karma, nel ’46, fra le varie cose che chiesero e pretesero gli alleati… dalla Jugoslavia, per quel che riguardava Fiume, chiesero che… imposero… che Fiume avesse anche… perché c’era la sinagoga, per quanto fatto saltare in aria, però storicamente gli ebrei c’erano a Fiume, c’era la chiesa serbo-ortodossa, greco-ortodossa, cattolica, dissero “però vi manca una realtà protestante. Sarebbe bene che Fiume avesse anche…” E hanno trovato un pastore, non ero un pastore tedesco, era un pastore di qua. Dove l’hanno trovato? Se fosse veramente un prete protestante o meno, fatto sta, trovarono un tizio e gli dettero questo spazio, giù alla loggia per fare il suo altarino, la chiesa evangelica. Gli evangelisti li avevamo in casa e mi ricordo era sabato o domenica, si sentiva sempre cantare… il palazzo si riempiva di gente strana che andava giù a messa e niente… E per anni è stato così finché non hanno costruito la chiesa evangelica a Fiume, mi pare dalle parti di Zamet… vicino alla… (Alla rotonda. Al cimitero…) Sì, ancora non è finito. (Però questa casa qui è particolare perché l’architetto è Giovanni Rubinich.) Come no. (Ucciso subito dopo il ’45…) Sì, è uno di quelli che… sa, entrare nel merito di queste faccende non… è complesso, non è che non si debba parlare, ci mancherebbe altro. È complesso, vedi, legato anche a questa casa, se vogliamo al clima. In quest’appartamento ho vissuto, per molti anni, scappando poi nel…neanche nel ’43, nel ’44-’45, Temistocle Testa, che era il prefetto di Fiume. La peggiore bestia fascista che ci fosse a Fiume, viveva qui, questo era il suo salotto. E, tra l’altro, questo galantuomo pare che sia stato lui a passare le informazione che Palatucci… Palatucci, poverino, due-tre mesi prima della fine della guerra ha fatto la fine che ha fatto ad Auschwitz. E qui viveva Testa. Tra l’altro, per molto tempo, fino alla fine degli anni ’50, in questa stanza, in pratica, sembrava… uno spazio di quelli delle associazioni del Settecento, dell’Arcadia, con amorini, cavalieri, cigni, alberi, laghetti, tutta la stanza. Mentre la stanza che poi era la cameretta dei bambini aveva di queste dimensioni… tutta la stanza i puppolotti che erano i personaggi del “Corriere dei Piccoli” e quindi Pluto, Topolino, Paperino, Stanlio e Ollio, Charlot, e c’era mi ricordo soprattutto di un personaggio che non ho visto nei giornalini dell’epoca né più tardi, un personaggio che non aveva le gambe ma aveva le ruote… una ruota, come se fosse un motorino. Era un personaggio del Corriere dei Piccoli degli anni ’30 e quello era la stanza dei bambini. Le altre camere, non ricordo che avessero dei puppolotti e dei dipinti su pareti. Tra l’altro mia madre questa casa la ricevette nel ’46, mia madre viveva qui all’angolo, si chiamava via 30 ottobre, questo angolo dal quale poi si entra in Città Vecchia. La casa ad angolo, al primo piano stava lei con sua mamma, il suo patrigno e Silvio e Tonino, i due fratelli, e al piano di sotto c’era il Salone Olga, questo salone di parrucchiera, che ora c’è un tattoo, uno che fa tatuaggi e che ne so. 42:25 (Come arrivò a questa casa, diciamo, la mamma?) Quella di Fiume? (Questa qui.) Ah questa qui. Questa qui perché il bombardamento del ’45 degli americani… schegge di bombe, che ne so, beccarono sia il tetto di quella e di questa… e distrussero quasi totalmente questa ad angolo. La casa che c’è qui ad angolo, nessuno lo sa ma proprio nessuno, è stata costruita nei primi anni ’50. Prima era la gemella di quella che sta di fronte coi due balconcini ai lati, avete presente quest’altra qua? I due balconcini ai lati per ogni piano. E lo si vede in qualche filmato… ci sono dei filmati di epoca dannunziana, quando i fiumani vanno su ad ascoltare D’Annunzio al Palazzo del Governo e si vede quando salgono, sulla destra, vede queste… infatti le chiamavano le gemelle perché erano proprio uguali… lo stesso architetto… fatto sta… (Anche questa via…) Oggi si chiama via Dežman e quella si chiama via Frana Supila. Una volta si chiamava via 30 ottobre e questa si chiamava via Crispi. (E questi due palazzi stavano…) Esatto, via Crispi, che in un breve periodo, nel ’46-’47, cambiò nome in via dei Pionieri. E dopo le dettero il nome via Ivan Dežman. Dežman è stato un poeta croato di Fiume e librettista anche di Ivan Zajc. Gli ha scritto una-due opere. (E come i Damiani poi arrivano qua dunque ce lo deve dire…) No, mia madre arriva qui perché, bombardata quella casa, resta senza casa, ce ne sono molte di libere, però le affidano… le danno un villino dalle parte di… all’inizio di Pećine, c’è quella piramide… avete presente quella specie di piramide? Poi, dopo qualche decina di metri, uno dei primi villini, se non che mi madre dopo un po’ di tempo dice: “voglio tornare in centro.” Era troppo abituata a stare qui, oltretutto, se guardiamo da un punto di vista meta-storico, mia madre, qui quando stava in via Frano Supilo, in via 30 ottobre, aveva le finestre fuori le mura e la porta di casa, il portone, dentro le mura. Perché le mura di Fiume erano qui. Queste erano le mura di Fiume fino a giù, fino al mare. (Le mura medievali?) Le mura medievali, certo. E quindi io entro, sono a Fiume, però guardo fuori Fiume. E rimase non so 10-15-20 giorni, non so quanto, forse anche di più, fatto sta lei chiese… in comune c’era ovviamente… c’erano fiumani, italiani, non solo i nuovi… (Questo quando era più o meno?) Nel ’46. Sì, certo perché dopo il bombardamento, per un certo tempo, rimasero in quella casa perché… e poi lei non voleva stare, le dicono: “guardi c’è questa qui che non è ridotta male però le stanze sulla strada sono inagibili, per ora, perché il tetto è stato squassato dal bombardamento.” Tra l’altro, non è che il bombardamento avesse tanto squassato, per l’appunto, il tetto, quanto il timpano. Il palazzo aveva un timpano enorme da un lato all’altro con le insegne della massoneria, quindi il grande triangolo, e dentro il triangolo del timpano, il sole, l’occhio, il compasso e tutte queste cose. Io c’ho una foto di questo palazzo e quindi una foto che risale, al massimo, al ’44. Purtroppo, non si vede la strada e quini le eventuali macchine per capire esattamente l’anno o il periodo, però, dato che è stato bombardato nel ’45, è prima. E quindi, niente, le hanno dato quest’appartamento, sono venuti qui, avevano a disposizione questo salotto che era una grande camera, la camerina vicino la cucina e un’altra stanza di là. (Che erano la mamma Stančić…) I nonni e due miei fratelli. Dopo un paio d’anni, nemmeno, hanno messo apposto il tetto. Dato che non c’era mancanza di case, di appartamenti a Fiume, le hanno lasciato quest’appartamento. È interessante perché tutti gli altri appartamenti di quest’edificio sono stati invece divisi. Questo edificio aveva soltanto… tre… sei… [calcola]… sette… sette famiglie. Sette nuclei familiari… Sette appartamenti. Invece tutti gli altri sono stati divisi e noi siamo gli unici ad averlo completo, come era in origine, con le due entrate, questa dalle scale e quella dal balcone. Che poi i balconi, questa è una caratteristica tipica, mi pare, dell’architettura italiana dell’epoca, sono… benché questa sia stata costruita in epoca ungherese nel 1903, sono le famose case “Riviera.” E quindi non è un balcone ma un passaggio che sarebbe a vantaggio di tutti però, alla fine, questi passaggi sono diventati balconcini a vantaggio di chi ci viveva. Non so quanto ancora valido ma pare di sì. E questa è la storia di quest’edificio, stranissimo, bello, io ci sono nato qui, sono cresciuto. Qui quando si aprono tutte le… ho imparato ad andare in bicicletta in questa casa. Sono 21 porte, se le apri tutte, passi da tutte le parti. (E qualche memoria di quel periodo, prima che siete andati a Roma? Perché dal ’50 al ’56…) Dal ’50 al ’57 i miei genitori sono qui. Io fino al ’59. A memoria, io personalmente, mi sono fatto la… l’infanzia e la prima giovinezza a teatro e in strada. In strada parlando croato, a teatro parlando fiumano e croato, e le prime due classi alla scuola Dolac, la prima e la seconda elementare. Poi nel ’59 mi sono aggregato anch’io. Mia padre, in un certo momento, decise di tornare in Italia perché era molto molto deluso dalle pieghe che aveva già da tempo preso… però sai, l’idealista ci mette un po’ a capire come stanno le cose… dice: “mah, migliorerà, migliorerà, ora sono al governo magari persone poco affidabili, poco preparate.” Però, visto dopo alcuni anni che veramente… erano gli anni duri della Jugoslavia: “no, io non ci voglio più vivere qui.” Oltretutto, c’è da dire questo. Purtroppo, a scapito della mia comunità nazionale, che se si esclude il suo rapporto con il Dramma Italiano, e con chi lavorava al Dramma Italiano… grandissimi amici, io ricordo che almeno una volta alla settimana s’andava tutti assieme, famiglie intere a (.. 50:45) ed era il papà di Giorgio Siura, anche teneva all’epoca ad Avinas (?). Era un’osteria all’aperto, sopra Cosala, sopra il cimitero. Aveva le bocce, si giocava a carte, ma veniva tutto il teatro, tutti assieme, Dramma Croato, ballerini, l’opera, i tecnici… (Questo sempre negli anni ’50?) Sì, negli anni ’50. Quindi, si era molto assieme. Ci si frequentava moltissimo. Non c’era la televisione. L’unica televisione che c’era, ce l’aveva la… ce l’avevano al teatro e nessuno doveva toccarla se non il capo dei tecnici Popović che accendeva e spegneva, eventualmente dava i pugni, quando si presentava la neve, dava i pugni per far funzionare il televisore [ride], dava i pugni sopra, no? Tipo la radio… (Insomma, c’era una socializzazione forte negli anni ’50…) Fortissima… (Tra l’altro, tre le varie componenti italiana, croata…) Sì, quando Gervais fece questa stupidata… il sovraintendente di fare le lettere di licenziamento, ci fu una sollevata di scudi da parte di tutto il teatro, nonostante il Komitet… poi, quando da Zagabria arrivò il “siete matti,” ha fatto marcia indietro… (Ma non ci furono pressioni anche a Belgrado?) Mi pare che lui andò anche a Belgrado, Ramous. Però era di competenza della Croazia, a Zagabria. Il che non significa che se Zagabria avesse detto qualcosa che a Belgrado non piaceva, Belgrado sarebbe intervenuta ovviamente. Tra l’altro, io ho qui… la tengo qui perché se no mi si perde, c’ho una foto ed è la fotocopia, perché l’originale non so dove l’ho messa, è la fotocopia della copertina di un mensile belgradese, si chiamava “Duga”, non so se esiste ancora. Fino agli anni ’70-’80 esisteva. “Duga” significa arcobaleno questa è del ’51, sono mio padre e Gianna Depoli in una scena di uno spettacolo di Shakespeare, quando il Dramma Italiano, per la prima volta, andò a Belgrado e appunto nella copertina di questo… era un quindicinale o settimanale “Duga” misero questa foto di Damiani e della Depoli, abbracciati così… (A Belgrado c’era Sequi?) A Belgrado c’era Segui… C’era già Sequi perché qui ai nostri connazionali ha detto: “cosa sto qua a far solo cultura.” Lo cacciarono. Fiume è stata tremenda. Perché mio padre, poi, uno dei motivi… non posso dire sia uno dei motivi scatenati per cui ha mollato Fiume e la Jugoslavia… certamente non si trovava bene perché, al di fuori dei rapporti umani e di lavoro con i proprio colleghi e degli ottimi rapporti che aveva con Capodistria e con Pola, infatti scriveva per… e collaborava con la “Nostra Lotta” che era un giornale di Capodistria, con alcune testate polesane; poi collaborava con la radio di Fiume anche. Scriveva delle scenette e delle cose così. Ma poi, a “La Voce del Popolo” non lo volevano proprio, forse perché parlava troppo bene l’italiano. Scriveva troppo bene l’italiano. Ma così è stato quando è rientrato. Quando mio padre è rientrato nel ’66, dopo che a Roma non aveva fatto… cioè lui va a Roma come attore, ma non per far l’attore, oramai a quel punto gli interessa il teatro come scrittore, come critico, e infatti grazie alle conoscenze che già aveva mia madre e quelle di alcuni parenti di mio padre… Mio padre viene a contatto con il mondo cinematografico grazie ad Alessandro Blasetti che era amico di mia mamma e c’ho qui, tra l’altro, perché l’ho promesso a un giovane scrittore romano che sta facendo un libro su Petri, in contatto con me dice: “Ma tuo padre quando era a Roma?” Sì, mio padre quant’era a Roma nel ’60-’61 ha intervistato Petri e ho trovato qui un’intervista con Petri, Monicelli, Fellini, eccetera… e gliela devo mandare. Quindi lui arriva e a Roma, in pratica, fin da subito comincia a lavorare come giornalista. Collabora con “L’Osservatore Romano,” pur sapendo, il direttore… il responsabili de “L’Osservatore Romano” si chiamava Raimondo Manzini, suo fratello era ambasciatore, pur sapendo che mio padre era comunista… significa poco e niente. Era marxista, comunque, di ispirazione marxista… esistenzialista, sotto il profilo filosofico. Non solo, ma siccome era veramente un grande, ma grande, conoscitore del latino, grazie ad alcune conoscenze di mia madre, di croati che stavano a Roma, intraprende rapporti con uno dei segretari particolari del Papa che si chiamava monsignor, era sloveno, credo sia ancora vivo sui novanta e passa anni… E monsignor Jesernik, dopo che ha appurato quanto mio padre era culturalmente e linguisticamente preparato, gli affida la cura di “Alma Mater.” “Alma Mater” è un mensile di lingua latina del Collegio Urbano VIII, dal Collegio Urbano VIII usciva la casta dei cardinali più importanti del Vaticano. Quindi lui lavora su questi campi… (A Roma… e sta dieci anni a Roma?) Nove anni sta a Roma… (Quindi giornalismo, critica…) Giornalismo, critica e giornalismo cinematografico, questo è il discorso con l’”Alma Mater” che è durato due o tre anni poi, insieme ad amici come capita quando sei giovane, entusiasta, hanno messo in piede anche un paio di rivistine, ce ne ho una che si chiama “Salamandra.” Sono quelle riviste che vivono tre-quattro-cinque numeri poi non trovano finanziatori, chiudi e non se ne parla più. (Quindi, il papà lascia la carriera d’attore che aveva iniziato a Fiume e a Roma si dedica completamente alla scrittura e ha diverse collaborazioni… con giornali e con… e addirittura fonda anche delle riviste?) Esatto. Sì, dunque, papà lascia Fiume e il teatro, e affronta il giornalismo a Roma, grazie all’amicizie di mamma eccetera. Insomma, nel giro di un paio d’anni, lui si sistema come freelance, tra l’altro, in ambiti abbastanza diversi e diversificati. Per esempio, è lettore e curatore del mensile del Vaticano “Alma Mater” che è in latino. Lui da buon latinista, insomma, legge e studia gli interventi in latino e fa le dovute correzioni sia di contenuto che linguistiche. Collabora con una rivista, con questa rivista… scriveva da tre o quattro anni, principalmente di cinema ma anche di altre cose. Si chiamava il “Pensiero Nazionale.” È una rivista strana perché, innanzitutto, è l’unico periodico dell’epoca che è quindicinale. Quindi né settimanale né mensile. Il quindicinale è una cosa strana, infatti non esistono più da decenni, i quindicinali. E lì si occupa di cinema in una rubrica che si chiamava “A riflettori spenti” e va in cerca, soprattutto, di giovani registi alle prime armi, intervista, fa servizi, non solo sul cinema appunto inteso dal punto di vista artistico, ma anche quelle che sono le problematiche dell’industria cinematografica. Infatti, molto spesso, è a contatto con Ponti e De Laurentiis, ho da qualche parte una lettera di De Laurentiis che dice: “Caro Alessandro, nei prossimi giorni ti informerò quando avremo una conferenza stampa. Viene Michelangelo, Federico, per presentare la prossima annata. Se ce la fai, vieni.” [ride] Parlo delle fotografie di mio padre con i suoi colleghi ai primi ciak. C’ho una bellissima quando sono fuori Roma. Si girava il… un film con Anthony Quinn, “Barabba” e c’era l’eclisse. Allora aspettavano l’eclisse per far la scena della crocifissione. E si vede tutti questi 15-20 giornalisti di tutto il mondo vengono scelti loro per venire a scrivere di questa cosa. Una bellissima fotografia. E quindi ecco si occupa di cinema, si occupa anche di altro perché il “Pensiero Nazionale” era una rivista strana. Il direttore del “Pensiero Nazionale” è un signore piccolino piccolino, Stanis Ruinas che in epoca fascista fu ovviamente un grande giornalista, molto apprezzato dal punto di vista del mestiere, della professione, era stato per molti anni il direttore del “Gazzettino di Parma” che contava molto, anche fuori Parma. E poi ha avuto un ruolo importante nei due anni di Repubblica Sociale a Salò. Faceva parte di quella schiera, dopo la guerra, dei cosiddetti fascisti di sinistra che erano stati contatti dalle truppe di Togliatti anche. Perché era gente che non andava assolutamente d’accordo con il Movimento Sociale Italiano e aveva la concezione del primo fascismo. Il fascismo ancora proletario, ancora non sporcato, diciamo così, dal potere e dalla violenza. E così Stanis Ruinas era un bravissimo giornalista, infatti mio padre ha sempre detto che il mestiere l’ha imparato lì e tra i collaboratori c’erano, di teatro scriveva Elsa De Giorgi che negli anni ’30-’40 fu una grande attrice di teatro e di cinema e poi divenne critico teatrale. C’era… come si chiamava il grande linguista che è stato anche ministro della pubblica istruzione… eran due fratelli, uno dei due è stato ucciso dalla mafia perché indagava sull’assassinio, sulla morte di Enrico Mattei, e l’altro, appunto, è stato 15-20 anni fa ministro dell’istruzione. Suo figlio è il direttore di “Internazionale,” il settimanale di politica internazionale. Tra l’altro, ma guardo che non me ricordo… ah ecco, è stato… è stato professore di Christian Ecker… Tullio De Mauro. Tullio De Mauro, lui scriveva, collaborava con questo “Pensiero Nazionale.” Ed era un giornale che in pratica… dato che era sovvenzionato da Mattei e quindi dall’ENI, aveva questa linea politica di… in politica estera, la politica di Mattei, quindi a favore del Terzo Mondo per quello che riguarda la politica economica internazionale, i paesi produttori di petrolio… tutti i motivi per cui Mattei ha fatto la fine che ha fatto… e quindi ha scritto tre o quattro anni per il “Pensiero Nazionale.” Collaborava con altre riviste, una addirittura insieme ad alcuni colleghi la fondò e poi la affondarono perché dopo 4-5 numeri non trovarono più finanziatori. Ma questo poi è capitato anche a me negli anni ’80-’90 a Firenze. I finanziatori si trovano sempre poco e male. E a un certo momento, niente, io… loro sono rientrati… probabilmente sarebbero rimasti anche se mio padre poi, col tempo, visto che doveva frequentare il mondo letterario, il mondo cinematografico e non è proprio che una persona come lui era… moralmente molto… direi addirittura… non dico rigido ma non è che si trovasse bene in questi ambienti. (In questi ambienti romani?) Sì. Poi come persona mio padre era abbastanza chiuso. All’interno del mondo degli amici, no, e della famiglia, però, con l’esterno era un po’ riccio. (E tu, intanto, eri a Fiume?) No, io dal ’57 al ’59, inizio a Fiume ad andare alla prima e seconda elementare e poi la terza, la quarta, la quinta e parte della prima media. Poi sono scappato di scuola, neanche io volevo vivere più a Roma e sono rientrato qua e quindi poi quattro anni ho vissuto a Roma e… dicevo per quanto riguarda mio padre, vengo a me, ai miei anni scolastici, mio padre rimane un po’ così… da un lato è un po’ deluso dalla situazione romana, da un altro lato sono io che… già un mio fratello, il fratello più grande, Silvio, che viveva a Roma, faceva al tempo… non faceva ancora il giornalista ma era musicista, pianista, e aveva un suo gruppo con il quale giravano l’Italia, l’Europa, eccetera… e una volta arrivati in Germania, finita la tournée, invece di tornare a Roma, telefona a mia madre: “Mamma mi non torno a Roma, vado a Fiume.” Quindi già un fratello, un figlio, se ne torna a Fiume. (Ma perché torna a Fiume?) Silvio torna a Fiume perché non si sentiva a suo agio a Roma. Sai, venire… andare a vivere in un’altra città a vent’anni, dove non conosci nessuno, è difficile farsi degli amici. Te li fai nel tuo ambiente di lavoro ma quando il tuo ambiente di lavoro non è un ambiente stabile come quello dei musicisti o degli attori. È una cosa molto saltuaria, lavori due mesi con una band, lavori un mese con un’orchestra… non te li fai gli amici. Quindi Silvio nel ’62-’63, a 23 anni, decide di tornare a Fiume. (Ma allora lui era musicista?) Lui era musicista. (Quindi Fiume in quel momento era una città in cui si poteva andare e tornare. Uscire entrare ed essere europeo in maniera tranquilla. Cioè, nel senso, che lui suonava fuori Fiume, suonava in Europa, quindi per lui Fiume era semplicemente una base? Non era un posto dove stare fisso? Quindi stiamo già in una Fiume diversa, in una Jugoslavia diversa. Forse a metà degli anni ’50…) Metà degli anni ’50 sono gli anni più duri, ovviamente. No, negli anni ’60 già cominciano ad aprirsi in certe situazioni. Per carità, con calma, con cautela, però, forse sul… anzi, sicuramente, sul momento, nessuno li vede questi cambiamenti. Ma sai, con l’occhio del poi, ti rendi conto che, in effetti, tanta strada diversa si è fatta. Niente, lui era qui. Quindi mia madre si ritrova con un figlio, figliastro se vogliamo, ma i rapporti sono stati sempre meravigliosi tra mio padre e i due fratellastr… fratelli. Interessante, entrambi finché vivevano a Fiume lo chiamavano Damiani, sai, lui entra in questa casa nel ’48-’49, che c’ha 21 anni, mia madre ce ne ha 33 e due figli: uno di dieci anni e uno di otto. È difficile per loro chiamarlo papà. È quasi coetaneo. Una volta che poi si viene a Roma, quando sono già grandi, lo chiamano papà. E hanno continuato… Ha avuto dei rapporti stupendi, si volevano un bene, una comprensione incredibile. Negli anni del liceo, quando entrambi andavano al liceo, lui li ha aiutava moltissimo. Per quel che riguarda ovviamente le materie letterarie, non le scientifiche, quindi letteratura, storia, filosofia, eccetera. E quindi lui si ritrova con un figlio che scalpita “io, papà, non voglio più star a Roma, voglio tornar a Fiume” perché, in effetti, negli ultimi sei-sette mesi della mia vita romana non mi son sentito bene dal momento in cui ho cominciato a frequentare la prima media.” Perché finché facevo le elementari, le elementari erano nel mio mondo di quartiere, con ragazzini che ritrovavo in oratorio, in strada, si giocava. La prima media, perché mi toccò quella prima media, non un’altra, era la prima media “Virgilio” della borghesia romana. (Media inferiore?) Esatto. Io andavo in classe con il figlio di Andreotti. E c’avevan la puzza sotto il naso, ma non solo nei miei confronti, anche fra di loro, che era un’aria irrespirabile. Mi toccava andare lì perché era quello il quartiere, perché mio padre era giornalista e quindi apparteneva a una classe superiore… Dopo due mesi… tre mesi… due messi e mezzo, io ho deciso di non andare più a scuola. (Ma come ti consideravano a scuola? C’era una percezione di te… Com’eri considerato?) In oratorio, mi chiamavano “il milanese” perché parlavo un italiano con l’accento fiumano, comunque del nord. Quindi “er milanese” mi chiamavano. Poi, vabbè, tra ragazzini, per lo meno a Roma c’era l’abitudine di darsi dei soprannomi. Io mi ricordo… son rimasto amico finché non è morto pochi anni fa, ci sentivamo, così… con Mauro Rosicarelli “er cinese” perché aveva gli occhietti à la cinese. “Er cinese” dal ’62 fino al duemila e passa… (Ma il fatto che fossi o fiumano o jugoslavo…) Jugoslavo, ma questo o milanese, in quegli anni, per i ragazzini di quindici anni non contava. A parte che mi son ritrovato nella condizione, negli anni ’90, quando qui c’era la guerra, nel ’92, con giornalisti non operatori ecologici, cioè spazzini, che mi chiedevano: “ma Capodistria è in Italia o in Jugoslavia?” La Jugoslavia già non c’era perché nel ’92 avevano riconosciuto sia la Slovenia che la Croazia, giornalisti, ragazzi.. de “La Nazione” di Firenze che in precedenza, magari, lavoravano a “L’Unità.” Un’ignoranza… tra l’altro mi ricordo, una volta, eravamo da… perché la mia prima moglie era attrice, aveva lavorato con Zeffirelli e un’estate ci trovammo in Costa Amalfitana, Marcellina aveva dei parenti, ogni estate c’andavamo… e qualche mese prima aveva girato con Zeffirelli “Un tè con Mussolini” e quindi eravamo giù a Salerno, eccetera, e Marcellina telefona a Zeffirelli e dice: “probabilmente è a Positano.” Gli telefona, lo trova, “maestro, sono qui con mio marito…” “Venite. Venite a pranzo domani.” E andiamo a Positano a pranzo da Zeffirelli in questa villa che fu di Eduardo De Filippo e tra le altre persone c’è una signora, non mi ricordo il nome, e forse non dovrei neanche dirlo se mi ricordassi, che scriveva… libri vari e stava scrivendo una biografia, da quello che mi ricordo, su … che era presente sulla grande ballerina italiana… quella che fece poi quel film la moglie di Verdi, la moglie del regista Beppe Menegatti. Madonna, la più grande ballerina italiana… come si chiama non Liliana Cosi… (Carla Fracci?) La Fracci. E fatto sta si parla… siccome pochi anni prima, Zeffirelli aveva fatto, mi pare, una regia operistica a Belgrado, allora… eravamo nel 2000… io ero già a Fiume, 2000-2001, ero già a Fiume, come direttore del Dramma Italiano. E mi chiedi com’è la situazione del Dramma… e “A Fiume” dice Zeffirelli, “com’è… Com’è finita poi la guerra?” E c’è questa signora di sessanta e passa anni, una che scrive, che legge, mi guarda e fa: “Fiume non è più italiana?” E Zeffirelli, fiorentinaccio, gli fa: “Da boh, eh…” [ride] (A Roma, rapporti con i fiumani?) Rapporti con i fiumani, mah, dunque… mia madre, nel frattempo, ha rapporti con tre fiumane: Jucci Kellerman, quindi Giuliana Soldati; Orietta Fiume, tra l’altro suo figlio, il figlio di Orietta, Federico Scrobogna, portava il cognome della madre, ebbe un periodo di grande notorietà quando era bambino perché era il bambino coprotagonista del film “Pane e Cioccolata”, il figlio della tizia con cui Manfredi vive in Svizzera, e poi è il figlio di Mariangela Melato nel film “La classe operaia va in paradiso” con Gianmaria Volontè. È Federico Scrobogna che poi non ha fatto la carriera cinematografica, non so perché, anche perché poi l’ho perso di vista, fino agli anni ’70 ci sentiva ogni tanto. E quindi con Orietta Fiume, Jucci e l’unica famiglia, diciamo così, che poi famiglia… era lei… penso di fiumani, di profughi, era la Bianca… non mi ricordo da sposata… la Bianca Stipanov, zia del pittore, Mauro Stipanov, sorella di Ida Stipanov, Paolo e il terzo che non mi ricordo come si chiamava dei tre fratelli Stipanov, pittori e musicisti. Solo con loro aveva rapporti, anche perché, appunto, mia madre è fiumana nel senso che è nata a Fiume ma non c’entra con la Fiume italiana. Certo, c’è il suo negozio di parrucchiera, poi diventa cantante famosa, le vogliono bene eccetera, però, in qualche modo, non ha mai legato chissà che con il mondo di Fiume. Infatti, quando poi rientra, quando rientriamo da Roma, lei l’unico rapporto che ha con i fiumani italiani è quando va a teatro, quando si incontra con loro. Non frequenta il Circolo, anzi non frequenta nessuno, se ne stava a casa poi era abbastanza grande. E sempre diseva: “Chi vol venir a trovarme che venghi qua, può dormir, può magnar, ma mi non vado da nessun.” (Ma lei c’ha però detto di una grande socialità sia negli anni ’50 che quando tornano tra i lavoranti del Dramma e i lavoranti della compagnia croata. Parlaci un po’ dove si vedevano?) Innanzitutto, si vedevano al teatro, si viveva [enfatizza] al teatro. Si viveva al teatro… Tieni presente poi che, vabbè, questo negli anni ’60 già non più, ma da prima uno dei pochi televisori presenti a Fiume, era nel buffet del Teatro. Quindi ci si trovava anche lì per guardar la televisione che si guardavano poi i programmi italiani nel ’56, ’57, ’58, non esisteva la televisione jugoslava. (E quindi fino agli anni ’60 si guardava la televisione italiana già?) Eh, si guardava quello. E per quel che riguarda… poi si incontravano dopo, dopo il ’47, ’49, ’50, la gente si incontrava… i teatranti, diciamo così, chiamiamoli intellettuali, gli artisti, si incontravano al Caffè Zora che era all’inizio del Corso subito dopo la banca, che è quel locale bellissimo che fallisce ogni tre o quattro mesi, ristorante cinese, bar, che ne so, e quello era il locale Zora, si incontravano lì, si incontravano al Caffè Bar dell’Hotel Bonavia, il teatro e il Caffè Centrale. Poi il sabato e le domeniche andavano, andavano su da Vinas… E mi ricordo una cosa bellissima di questo periodo… del periodo prima di andare a Roma, quindi fino al ’59. Mi ricordo, per esempio, che i miei fratelli, Silvio e Toni, avevano… loro frequentavano il liceo italiano, i loro amici, il gruppo in cui stavano, c’erano fiumani italiani e fiumani croati, o di Sušak o di Fiume stessa, o di altre parti della Jugoslavia che però vivevano qui. E ricordo come se fosse oggi che quando parlavano, cioè non è che per i croati traducessero, loro capivano, quindi io col croato parlavo croato, col fiumano parlavo fiumano, era, non so, saranno state mosche bianche, però mi ricordo di queste… (Di queste mescolanze…) Di queste mescolanze. Come mi ricordo tutte queste mescolanze, dopo negli anni ’60 al Circolo Italiano di Cultura, alla comunità degli italiani. Venivano tantissimi croati a frequentare, a giocare a carte, a giocare a pingpong, a scacchi, io ho cominciato a frequentare il Circolo Italiano di Cultura nel ’64, rientrato da Roma, dato che avevo del talentaccio per dipingere e disegnare, mio fratello Silvio mi iscrisse al corso del professor Venucci e lì conobbi Gianfranco Miksa. (Parliamo allora di quest’ambiente, del Circolo…) Ecco, al Circolo mi ricordo che Gianfranco aveva molti amici croati con il quale parlava italiano, croato, senza problemi. Il Circolo era strapieno, certo, televisione c’erano due programmi, oltretutto in pochi avevano la televisione a casa. La televisione la si guardava in Circolo che poi con televisioni così piccoli da venti metri si guardavano le partite di calcio. Io mi ricordo cosa si vedeva. Ancora quando c’era il Festival di Sanremo sentivi cantare Gigliola Cinquetti, le finali di Coppa dei Campioni quando la vinse il Milan o l’Inter contro il Real Madrid. Eravamo lì in duemila, ma cosa vedevi a venti metri? Nella sala quella lunga, dove fanno le mostre. Eppure vedevamo, in bianco e nero… (Gli appuntamenti erano dei must praticamnte…) Sì, erano bellissimi. (Sanremo…) Sanremo era… mi ricordo un Sanremo come ci si dava un po’ le arie rispetto ai presentatori, i quali pronunciavano male i nomi dei… perché c’è stato un periodo che a Sanremo, le canzoni c’era la versione italiana, e poi la versione italiana ma da parte di artisti stranieri. Non so … questi grandi che noi forse conoscevamo più, noi di Fiume nella Jugoslavia, conoscevamo meglio e di più che non il pubblico italiano, i cui nomi venivano pronunciati anche male Pat Boone [pronunciato con doppia oo aperta] il famosissimo… È ovvio perché Sanremo, comunque, e la musica leggera italiana per noi in Jugoslavia, non solo per noi della minoranza italiana, era l’America. Il mondo italiano non seguiva la musica leggera internazionale, cioè se tu pensi che i più grandi cantanti francesi e americani, americani a parte Sinatra e alcuni grandi afroamericani, venivano in Italia… a incidere in italiano i loro grandi dischi americani perché non li vendevano. Charles Aznavour vendeva mille copie del suo disco in francese, poi lo incideva in italiano e ne vendeva duecento mila. Perché proprio il discorso della lingua non andava. Quindi Aznavour, Dalida, vabbè era italiana, incidevano in italiano per passare, per entrare nel mercato, altrimenti non entravano. E così Connie Francis, Frankie Laine… Frankie Laine, ancora oggi, tu via a guardare, nessuno ha venduto più dischi di Frankie Laine al mondo. Ma manco Sinatra e Bill Crosby messi assieme, in Italia chi era sto Frankie Laine? Che faceva ridire. Mi ricordo come oggi che dicevan: “Ah, imita Tony Dallara.” No, Tony Dallara è stato il primo a imitare Frankie Laine nel ’57, l’urlatore. Il capo degli urlatori è stato Frankie Laine negli anni ’50 in America, Tony Dallara lo imitava. (Essere italiano a Fiume allora, in questo senso, era anche avere una prospettiva, a volte avere qualcosa di meno, ma anche avere qualcosa di più a volte degli italiani?) Sì, a volte era di più. Io non ho mai amato il modo in cui i fiumani parlavano degli italiani e talvolta parlando delgi italiani, come se fossero una cosa altra. Non può essere una cosa altra. È cosa nostra, come cosa nostra è anche quell’altra. Cioè, quando anni fa ero ancora direttore del Dramma Italiano e un ambasciatore italiano dell’epoca mi disse: “Ma lo sa, Damiani, che si fa più promozione di cultura italiana a Zagabria, dove abbiamo un istituto e nulla di più, che non di quello che si faccia a Fiume o in Istria?” E io questo lo dissi al presidente dell’epoca… dell’Unione Italiana: “Senti, m’han detto così, così, così… che ti pare?” “Mah, se vol che presentemo la loro cultura che ne daghi più soldi.” “La loro cultura? Ma allora noi cosa siamo, bulgari?” Che xe la nostra cultura? E siamo talmente ricchi che ne abbiamo più di una. Cioè questo discorso non l’ho mai capito ma probabilmente è un discorso che riguarda più Fiume. (Ma tuo padre…) Sì. (Alessandro Damiani, dice, parla almeno, ho letto, del fatto che abbia parlato di un progetto storico di un’originale cultura degli italiani dell’Istria e di Fiume.) Sì, mio padre, lui intende, intende appunto la letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume del ’46 in poi che ha, ovviamente, le sue radici in epoca italiana, in epoca ungherese e prima. Ma è un’altra cosa rispetto alla letteratura italiana intesa geograficamente parlando. È un’altra cosa come tematiche, come atmosfere, come linguaggio. Ed è molto stimolante, molto interessante, però, sai, c’è questa cosa al mondo letterario… a quella piccola fetta di mondo letterario italiano a cui interessa, che butta un occhio sulle nostre cose… gli interessa soltanto se si scrive di esodo, di foibe, come se per le altre cose no. Tipo tu sei un giocatore di pallacanestro, ecco, per favore, gioca a pallacanestro e lascia perdere il calcio. E questo è il rapporto che le lettere italiane hanno con il nostro mondo. Allora se mi parlate di foibe siete interessanti sennò le altre cose no. Fortuna vuole che parecchi nostri autori scrivano anche di questi argomenti negli ultimi trent’anni. Prima né si poteva né forse si sapeva tanto e allora qualcuno è conosciuto, viene apprezzato, eccetera. Altrimenti, non so, per esempio, mio padre, come scrive Ecker nel suo saggio, è assolutamente sconosciuto al di fuori della nostra cerchia, la cerchia triestina. E anche qui è conosciuto poco e male o comunque non è valorizzato, dice Ecker, quanto dovrebbe. Viceversa, Damiani è all’altezza di un Pasolini e di un Calvino, dice lui. C’è qualcun altro che lo paragona a Sartre, è un altro discorso. Però voglio dire, ecco, mio padre non si è mai occupato di… nella letteratura di finzione cioè romanzi, racconti, teatro. Non si è mai occupato di questioni legate alla minoranza italiana, a parte il lavoro teatrale… “Album di famiglia” ma che è più un’autobiografia, con accenni ovviamente al mondo che gli sta intorno, che non un discorso sulla minoranza nazionale italiana, sul gruppo etnico. Si occupava del gruppo etnico con la saggistica, con gli interventi ai convegni internazionali, con gli articoli, su questo piano si è occupato. Perché riteneva più importante… Ma diceva: “C’è gente che può raccontare molto meglio di me perché l’ha vissuto sulla propria pelle o c’ha parenti che l’han vissuto. Io dovrei inventare. Se devo inventare qualche cosa, invento qualcosa che conosco meglio. (E Sandro Damiani figlio come vede Fiume e, in generale, la cultura italiana di questa zona chiamiamo adriatica, nord-orientale, rispetto al resto della cultura italiana? Qual è il ruolo? Quale avrebbe potuto essere o dovrebbe essere…) Dovrebbe… era e stava… sai, c’è da dire questo, i grandi scrittori del gruppo nazionale italiano sono quelli della prima generazione: Ramous, Damiani; e nei loro campi ovviamente, Scotti, Schiavato, c’è rimasta (1:28:05?) La seconda generazione ha dato più poeti che non romanzieri o autori di racconti, di novelle o di drammi. Perché? Mah, sembra una banalità però, purtroppo, è vero, quando sei in difficoltà tiri fuori gli artigli, ti dai da fare. Ci si è un po’ seduti, tutta la minoranza nazionale italiana si è un po’ seduta. SI è seduta forse anche con un occhi così, molto bizantino, molto fatalistico, “vabbè si è fatto quello che si è potuto fare, tra venti anni si chiude baracche e burattini, vediamo di vivere così…” Mi è stato detto anche da autorevoli nostri rappresentanti. “De più cosa potemo fare?” “Di più cosa possiamo fare? Possiamo fare tutto quello che non abbiamo fatto.” E abbiamo fatto tanto e si può fare altrettanto. Però non c’è volontà, non c’è capacità, manco gli strumenti probabilmente, e manca la volontà di farlo. Viceversa, si nuota nel danaro. La minoranza italiana c’ha tanti di quei soldi, ma tanti, che quando io leggo queste battaglie secondo me assolutamente controproducenti, sul bilinguismo… ragazzi, ma lo sappiamo benissimo. L’80% della gente a Fiume non vuole il bilinguismo, non pigliamoci in giro. A me mi pare di assistere alle stupidate di certa sinistra italiana negli anni ’70-’80 convinta di essere la maggioranza degli italiani. Quale maggioranza? Quando i quarantamila impiegati della FIAT sono scesi in piazza, ha aperto gli occhi a tutti. Non siamo maggioranza, siamo minoranza, rumorosa. Qui il bilinguismo, o per ignoranza o per malafede, o per nazionalismo stupido, non lo vogliono. Che significa? Che non bisogna combattere? Certo che bisogna lottare per il bilinguismo ma non priorità in questo modo. Cioè tu, il torero che scende nell’arena perché convinto che farà fuori il toro, mica è convinto che il toro farà fuori lui. Qui il toro ci fa fuori tutti. Perché sono tanti i tori e non lo vogliono. Allora noi dobbiamo fare un altro tipo di politica che non ci vuole mica tanto visto che i soldi li abbiamo. Mi chiedo: “Abbiamo mai fatto qualcosa per far conoscere i nostri pezzi pregiati delle arti e della letteratura, della musica, presso gli stati domiciliari? Abbiamo mai tradotto, noi, e quanto, qualcosa si è fatto, ma quanto? Ramous, Damiani, Schiavato, Pellizzeri, eccetera, in croato? Abbiamo mai… Siamo mai entrati in collaborazione con le case editrici croate e slovene per tradurre e pubblicare in croato i grandi nomi della letteratura italiana?” Parliamoci chiaro, quando uno dice: “Ma non sono molti i nomi della letteratura, delle lettere italiane, tradotti in croato, come mai?” Perché? Perché una casa editrice non se lo può permettere. O ha la certezza che tra università venderà duemila copie oppure non si può permettere di tradurre romanzi, per quanto belli o trattati scientifici o turistici o culinari di trecento-quattrocento pagine, chi glieli compra? Dove trova i soldi? Allora entriamo in collaborazione con questi editori, facciamo loro questa politica, a quel punto ti riconoscono: “Ah gli italiani di Croazia. Ah gli italiani di Slovenia cosa fanno.” Non solo, in Italia ci sono almeno 12 case editrici piccole che non vivono di questo, che traducono e pubblicano autori della ex-Jugoslavia, croati, serbi, bosniaci, eccetera. Perché noi non lo facciamo? In collaborazione con librai e case editrici italiane? Allora, a quel punto, tu diventi punto di riferimento e ti riconoscono. Quando qui la gente si chiede, perché ignorante o perché in malafede, o non mi importa per quale motivo, “ma cosa vogliono gli italiani? Quanti sono gli italiani a Fiume?” E non sanno nulla della nostra storia, eccetera, eccetera… Certo perché siamo invisibili. Mauro Stipanov, il maggiore pittore di Fiume, oggi, è uno dei più quotati pittori in Croazia. Non lo vedono come italiano di Fiume. Un pittore. Cosa abbiamo fatto noi per far meglio conoscere un pittore come Miksa? Un pittore come Romolo Venucci? Sì, qualcosa in ambito fiumano. Cristo, facciamo dei bei saggi, pubblichiamo in croato, andiamo a presentali a Zagabria. Andiamo in giro. Facciamo conoscerla tutta questa gente, tutte queste operazioni. (Ma anche in Italia.) Ma ovviamente. (Un ruolo di ponte tra Italia e Croazia e Slovenia e Croazia dall’altra.) Il ruolo di ponte… Quando io presi mano nel ’97 il Dramma Italiano con il mio programma. Tra l’altro, quando sono arrivato qui ho avuto… mi ricordo … per essere accettato, a parte dovevo avere il placet del sovraintendente, Gasparović, lo avuto ovviamente, poi dovevo avere il placet per avere un riconoscimento economico da parte dell’Unione Italiana. Io avevo contrari nella giunta: fiumani, rovignesi e polesani. Dalle mia parte erano i capodistriani, perché i capodistriani? Perché con Capodistria ho continuato ad avere rapporti, mi conoscevano, Fiume oramai, venivo ogni tanto a trovare papà e mamma se… interessante è capitato… capitava che ci fosse una prima teatrale, telefonavo a Ezio Mestrovich che era il direttore dell’EDIT o della Voce… dicevo: “Ezio, posso fare io la critica?” Ero critico teatrale, proprio questo era il mio marchio… “Sì, sì, grazie.” Andavo e scrivevo la critica dello spettacolo per Panorama o per la Voce del Popolo. Ma altrimenti non mi conosceva nessuno. Io quando ho presentato il mio programma che avevo assolutamente, ti dico, tutti contro. Dalla mia parte avevo: capodistriani, piranesi e izolani. Quindi, il mondo degli italiani della Slovenia e Pellizzera. Pellizzera, a quel punto, si è fatto nemici a causa mia in ambito rovignese e nell’Unione Italiana perché hanno visto il mio programma. E il mio programma cosa prevedeva? Prevedeva che il Dramma Italiano fossa la punta di diamante della minoranza nazionale italiana, fosse la finestra in Croazia, in Slovenia e in Italia. Ovviamente, per essere finestra, tu devi fare un certo tipo di prodotto e devi avere con te dei coproduttori di un certo peso, a livello di istituzione e al livello di persone. E una volta che sei sicuro di far un buon prodotto, perché poi il prodotto teatrale, come tutti i prodotti artistici, è un terno al lotto. Finché non si apre il sipario tu non sai cosa hai messo in scena, nessuno è sicuro della riuscita perché non dipende da te. Tu puoi fare un capolavoro ma se trecento persone che ti stanno a guardare, tra cui anche i critici, non gli piace… Sì, l’hai fatto, vi siete divertiti, avete faticato, però se non passa, non passa… E insieme a tutta questa operazioni, devi fare l’operazione di promozione indipendentemente dal prodotto qualcuno lo deve vedere e ne deve parlare. E allora invitavo giornalisti, critici, scrittori da fuori, tutta sta gente veniva e, infatti, nel periodo in cui maggiormente si è parlato del Dramma Italiano in Italia. (Che anni erano questi?) Dal ’97 al 2003. Ovviamente il primo anno non si è fatto molto. Però già il primo anno siamo andati una settimana a Roma con uno spettacolo grazie al… ma sai qui non è falsa modestia, intendiamoci, questo che ho fatto io almeno i primi anni, poi dopo delle cose più sostanziose, più difficili, ho dei meriti particolari ma, inizialmente, a me è riuscito perché la situazione era diversa. Tutto il Dramma Italiano poteva contare su dei finanziamenti maggiori, su un certo tipo di attenzione che prima non aveva, prima sia in epoca croata che precedentemente in epoca jugoslava. E poi anche perché non se ne sentiva il bisogno. Cioè la nostra comunità non sentiva questo bisogno di essere presente in qualche modo in Italia in epoca jugoslava. In epoca croata abbiamo cominciato a sentirla di più. Sai i nuovi stati quando nascono sono… sono molto soffocanti. Io so tanta di questa gente che oggi, feroci e costruttivi critici della società croata, ma venti anni fa, venticinque anni fa, non ne volevano sapere di critiche alla nascente Croazia. Per carità. (Questa parte del Dramma che secondo me è…) (Importantissima… molto importante, comunque ci ritorniamo. Vorrei solo capire un momento, tu ritorni a Roma da Fiume, immagino che è stato… eri quindicenne giusto?) Sì, quartordicenne. (È stato uno shock?) No. (Perché? Perché non lo è stato?) Ma, guarda, me lo son chiesto. Sono 40 anni che me lo chiedo. Non c’è stato questo… lo chiamerei shock culturale, cioè vieni qui e trovi, per esempio, le vetrine che sembrano delle… sono una cosa poverissima, niente, rispetto alle vetrine delle strade di Roma. Il modo di vestire mio, non solo quello dei miei coetanei, è di gente povera, dignitosamente povera rispetto ai miei coetanei di Roma anche se figli di operai… Il fatto di ritrovarmi, non so, con questo lo riscontravo e vedevo… sai Fiume, all’epoca, aveva sette cinematografi, sette cinematografi sempre pieni. Alle quattro iniziavano i film, alle quattro, alle sei, alle otto, sempre pieni. E poi il sabato al Cinema Beograd, qui Art Kino, c’era la pre-premiera, alle dieci di sera, mi ricordo. Per esempio, una grande pre-premiera, il “Gattopardo” di Visconti ’66-’67. Che tutti si andò pensando di vedere un film sull’Africa e i gattopardi. Non si capì un cazzo di nulla, vabbè. (Perché non ci fu questo…) Non lo so. Forse perché non ho mai dato importanza la fattore estetico, al fattore esteriore. Cioè non… quando ero a capo del Dramma Italiano, tutti “bisogneria fare, rifare, i muri, armadi…” Cazzo, me ne frega, anche questa casa se non fosse stato per Xenia, sarebbe nelle condizioni che era fino a quando era vivo mio papà. Il parquet era nero perché era quello il suo colore, diventato naturale, dato che dal 1903 non si era mai fatto interventi. Tutto è stato ridipinto, tutt… cioè questo ha voluto farlo Xenia, bene, però non… (Xenia, cioè la tua compagna?) Sì. Ebbeh, non ho mai sentito questo… ed ecco, casomai, un piccolo shock l’ho avuto inizialmente, arrivando a nove anni a Roma. Ma uno shock per modo di dire perché anche a Roma ero in strada a giocare con i bambini, parlando in italiano, il mio fiumano con loro invece che il croato perché in strada si parlava il croato. E quindi, ecco, quello fu uno shock perché mi trovavo, veramente, in un altro mondo linguistico. Nuova casa ma fuori… (Qual è il rapporto di Sandro Damiani con le lingue?) Pessimo. Pessimo, io non parlo nessuna lingua. MI arrabatto un pochino con l’inglese, nel senso che capisco molto quando leggo. Mi vergogno a parlarne perché… perché la dizione è penosa e poi… (E per quanto riguarda italiano e croato?) Ma sapessi il croato come l’italiano, sarei probabilmente l’editorialista del più importante giornale della Croazia [ride]. Io solo, per un breve periodo, ho collaborato con il “Novi List” anche articoli da terza pagina, importanti, ma perché? Perché io scrivevo nel mio croato povero e con molti errori, specie le declinazioni, e poi veniva corretto dalla Hribar o da altri della redazione culturale. (Svetlana Hribar?) Sì. (E con il dialetto fiumano?) Il dialetto fiumano… io sono, forse perché avendo vissuta a Fiume e a Capodistria, a Trieste, a Roma e a Firenze, io mi son fatto l’idea… un’idea che mi son fatto una ventina d’anni fa, trenta anni fa, non prima, bah, il dialetto non è solo una questione di struttura grammaticale e di lessico, di vocabolario, il dialetto è anche una questione di coloritura, di… di cantilena. Ogni dialetto c’ha la sua: il romano, il fiorentino, il veneziano, il triestino, il fiumano… Io non c’ho questa… avendo vissuto e avendo introiettato tanti modi di parlare, quando parlo il dialetto mi sento stonato. Lo so parlare, nel senso che so le parole perché qui, in casa, viva Dio, mio nonno parlava fiumano. Proprio il fiumano, fiumano, per cui l’armadio non era “armadio” ma era “sifonier” che vuol dir il sifoniere che è l’armadietto in lingua francese che quattro-cinque anni di Napoleone a Fiume hanno introiettato. Il sifoniere. El calorifero, el vintofer. Però, poi quando lo parlo, lo parlo in modo sbagliato. (Ma lo parlavi con tua madre?) Con mia madre parlavo fiumano. Con mamma parlavo in lingua… (Però quando ti ricordi di tua madre…) Sì… (Ti ricordi del dialetto, no?) E certo. Certo che mi ricordo del dialetto, ma non solo con tanti amici di Capodistria, di Pola, di Fiume, parlo il dialetto, lo parlo. Mi è più difficile di prima perché, nel frattempo, sono stato 25 anni fissi a Firenze, una-due volte all’anno che venivo qui per qualche giorno. E a Firenze non avevo a che fare né con istriani né con fiumani, quindi… (Invece, Damiani, ragazzino alla Gelsi dei giochi per strada…) (Alla Dolac…) (Ah sì, alla Dolac, al Liceo, era in fiumano?) Fiumano e croato, certo. Era fiumano… Mi ricordo al Liceo noi eravamo, per un paio d’anni, i nostri quattro anni del liceo, eravamo in tutto un’ottantina. C’era una ragazza che parlava croato, una unica, parlava anche l’italiano però il croato era la sua lingua. (Madre…) La lingua madre… Anche perché viveva con la madre che era croata, non col padre che era italiano che viveva altrove. Ed era la … (?1:45:53) e una ragazza che parlava l’italiano, pure essendo fiumana, che era Irene Curtini perché Irene, con suo padre il Curtini, ha vissuto per tanti anni a Napoli. Suo padre è stato campione italiano di pallanuoto, allenatore e primatista nel nuoto. Per il resto, tutti fiumani. Quando anni fa, la prima volta dopo tanti anni sono entrato al Liceo, e ho scoperto che nessuno parla né il fiumano né l’italiano, siamo matti? E mi ricordo che telefonai… parlo più di venti anni fa… immediatamente telefoni a quella che è stata ed è la più grande studiosa della linguistica, della sociologia, Nelida Milani, “Ma, Nelida, succede anche a voi a Pola che…” “ E, Sandro, putroppo sì.” “Ma xe un rimedio?” “Certo che xe un rimedio ma nessun vol ascoltar.” [ride] (Cioè?) Il primo rimedio è quelo di proibire di parlare il croato nelle ore di lezione. Non di frequentazione della sua ora, ma nelle ore di lezione, tra le classi. (Alle elementari si fa…) Al Liceo, no. (Si fa anche al Liceo, si fa.) Fra di loro, i ragazzi… (Durante le ore di lezione, sì.) Fra di loro? (Sì.) A me m’hanno detto… (Nei corridoi si parla in croato, putroppo…) Eh, certo. (Però, durante le ore di lezione, si parla solo ed esclusivamente l’Italiano…) Ma lo parlano male forte. Io ora ho visto questa pubblicità del Liceo italiano. Sai hanno fatto un video di dieci minuti, terrificante… I professori parlano con sfondoni grammaticali. E che cavolo… (Nelle elementari, nelle ore di gioco, fuori la struttura si… i maestri cercano di far parlare solo in italiano i ragazzini. Si arriva alla settimana, all’ottava, che la cosa diventa difficile perché i ragazzi sentono parlare in croato come una specie di… essere contro, di essere ormai più grande e si arriva al Liceo e… ed è una specie di bunt…) Una rivalsa. (Una rivalsa perché dalla prima invece c’è questo impegno forte che purtroppo non c’è all’asilo invece. All’asilo non c’è questo impegno di far parlare solo l’italiano ed è quello…) (Perché?) (Perché loro, le maestre dell’asilo, intervengo nella discussione, dovrebbero far finta di non capire il croato e non lo fanno perché non ce la fanno. Sono compromessi. Sono poche.) (Sono tutti bambini di matrimoni misti, non esiste più un matrimonio che provenga esclusivamente da genitori fiumani.) Alla seconda generazione del matrimonio misto, s’è perso un elemento. (Ok e quindi quale futuro per la nostra…) Il fatto è questo… Eh, senti, noi non siamo scomparsi anche perché, viva Dio, non molti, ma… parecchi della maggioranza e qualcuno veniva a vivere… diventava uno dei nostri… non so quale fosse il motivo di appetibilità per cui lo facesse. Oggi questo motivo di appetibilità non c’è, bisogna inventarlo. E come lo inventi? Lo inventi attraverso un discorso di crescita culturale, cioè la comunità nazionale italiana a da divenire una comunità culturale. Gli afroamericani non sono scomparsi perché venticinque ore su ventiquattro al giorno, studiavano, leggevano .. sono diventati presentissimi nel cinema, nel teatro, nella musica… non parliamo della musica. Gli ebrei non sono scomparsi, certo, ho capito, ma culturalmente… culturalmente hanno retto. Noi possiamo reggere solo culturalmente, diventiamo appetibili. Ed ecco che un croato viene a vivere tra di noi se vede che culturalmente gli diamo qualcosa. E diventa piano piano uno dei nostri… certo, non possiamo sperare, sognare, di tornare ad essere quello che eravamo. O che il circolo italiano diventi quella fucina di gente, di giovani dove si facevano corsi di ballo… capito? Perché le televisioni, il cinema, però se non si fa niente, si scompare. Cioè si diventa ciò che non siamo mai stati: una comunità alloglotta, non linguistica. Vogliamo questo diventare? Roma ci tiene che noi si diventi questo? E continuare a dare cinque milioni all’anno? (Comunque sono meno. Son meno di cinque milioni. Son tre e ogni anno diventano sempre di meno.) Non parliamo solo di soldi. E ciò che danno in altre forme? Non è solo una questione di soldi. Arriva anche in altre forme. Per esempio, inizialmente, dall’UPT cosa arrivavano? Possibilità di gite per liceali e per attivisti, libri, tutto questo costa. Dall’Italia a noi c’è arrivato, da quando sono iniziati i rapporti… quando l’Italia, diciamo così, si è ricordata di noi, sui duecentocinquanta-duecentosessanta milioni di euro. L’Italia si poteva comprare l’Istria con questi soldi. In qualche modo. [ride] Su spende malissimo e non si fa niente. Cosa si fa? Esiste un Dramma Italiano? Il Dramma Italiano è una compagnia di lingua italiana del teatro Ivan Zajc. Non va neanche in Istria e non fa neanche le tournèe e ricevano 130 mila euro dall’Italia. Io fra due anni mi ricandido alla presidenza della giunta e tra i programmi c’è quello di dare più nemmeno una lira al Dramma Italiano se non fanno quello che io metterò nel programma anche del Dramma Italiano. Non solo ma esigerò che si metterà in piedi una compagnia teatrale a Capodistria e una a Pola. Visto che questi qua non vanno neanche in tournèe e visto che abbiamo questo problema di assenza di italianità sia a Capodistria che a Pola. (Che cosa faceva a Capodistria, e più precisamente, a Tv Capodistria?) A Capodistria, nel periodo mentre in cui studiavo a Trieste, all’istituto di arte drammatica, c’erano un paio di studenti nostri, connazionali, c’era da Capodistria… arrivavano… c’era Silvio Dogaso, che lavorava nella redazione culturale di TeleCapodistria, più o meno nata in quel periodo, nel ’71 e Bruna Zanon che faceva la speaker a Radio Capodistria. Frequentavano, magari, per un discorso linguistico di apprendere a parlare meglio l’italiano. E da Fiume c’era Elvia Nacinovich. Quindi noi quattro eravamo lì. (Come?) Come allievi dell’accademia teatrale. E lì mi ricordo che Bruna Zanon, appunto, lavorava alla radio e: “Collaboreresti con Radio Capodistria?” E le lezioni all’IDAD, all’istituto, le avevamo il pomeriggio. Il pomeriggio e sera, le lezioni di regia, recitazione, mimica, scherma, musica, eccetera. E quindi la mattina ero libero e cominciai, così, alla fine del ’71, in pratica, a collaborare con la radio, come speaker. Nel giro di un anno, ho cominciato a fare delle mie prime trasmissione musicali, prendere parte ad altre trasmissioni, c’era una che in quegli anni andava fortissimo, veniva ascoltata in mezza Italia, “Weekend musicali” insieme a Majda Santini. Avevamo ospiti in studio, non so, nel ’72-’73, i “Pooh”, i “Nomadi” sta gente qua, i “Cugini di Campagna”, gli “Equipe 84”, questi erano gli ospiti delle nostre trasmissioni che curava Majda, però. E poi ho cominciato… quindi come speaker anche e quindi come sincronizzatore con la televisione, poi come conduttore di telegiornali. Nel senso di speaker non era come i conduttori di oggi che è giornalista. Ma come speaker, passavo le notizie e le leggevo. E questo l’ho fatto per alcuni anni però solo d’estate. Perché durante la stagione teatrale, quindi dall’autunno alla primavera facevo quindi l’attore di prosa in Italia, e nel periodo da maggio, grossomodo, fino a settembre ero a Capodistria. E poi, siccome eravamo in pochi, si doveva imparare anche cose, non dico che non ti interessassero, che però non erano tue. Allora, nel ’72, ci sono le olimpiadi, ci sono due-tre grossi bravi giornalisti che si occupano di… Sergio Tavčar di pallacanestro, altri di altri sport. Quegli sport che rimangono scoperti, allora: “Chi di voi se ne intende di…” Facevano un corso velocissimo di come si segue un avvenimento sportivo, che cosa c’è più o meno da dire, poi ti devi preparare sulla materia. Le regole di quello sport, la storia… e quindi, niente, ho fatto per molti anni, cinque-sei mesi all’anno, collaboravo, partecipavo anche a delle trasmissioni di… legati ai festival cinematografici di Pola o alcuni avvenimenti teatrali che avevano luogo… italiani in Jugoslavia o jugoslavi in Italia. E quindi andavo con l’equipe, con i tecnici, si facevano le riprese, le interviste, poi il montaggio della trasmissione, eccetera. Questo è stato per anni e poi, sempre con Capodistria, dal ’92, ’93, non mi ricordo bene, fino a quando non sono venuto a Fiume nel settembre del ’97, in quegli anni, ho fatto il corrispondente sia della radio che della televisione di Capodistria dall’Italia. Con servizi quotidiani per i due giornali serali e per un giornale radio quotidiano. (Sei stato anche commentatore sportivo?) Sì, commentatore sportivo degli sport appunto che nessuno… gli sport minori che però, se si parla di olimpiade, ci sono sempre, no? Lotta greco-romana, quando mai una televisione trasmetterà incontri di lotta greco-romana? Solo durante… in epoca olimpionica. Ho fatto anche il pugilato che non è uno sport di serie B, ma questo, diciamo, era così… la riserva di Bruno Petrali. Bruno Petrali è ancora oggi… si ricordano molti molti telespettatori o ex telespettatori di Tele Capodistria come grande telecronista di calcio. Infatti era molto molto apprezzato. Sai il calcio negli anni settanta, anche ottanta, in Italia, c’era mezza partita la domenica e basta. E poi il mercoledì di coppa, il Milan, l’Inter, la Juventus, era sempre lo che giocavano. E invece qui, Tele Capodistria, dava il campionato jugoslavo, le coppe europee… E Bruno Petrali era molto, molto, quotato. E poi faceva il pugilato. Era bravo perché, a differenza dei suoi colleghi, non solo italiani ma anche jugoslavi, Petrali aveva questo concetto sanissimo del telecronista. È inutile che io dico che il tizio ha dato un diretto, ha dato il crochet, fa movimento di gambe, lo si vede. E poi disturba, mentre questi si menano, uno che parla. Quando c’è la pausa, il minuto di pausa, dico, il mio parere su quello che è l’andamento tecnico-tattico dei due pugili. Poi quando se menano, se menano. Ed era molto bravo anche su questo. E mi ricordo, in un’occasione, ebbi l’onore, anche perché Tele Capodistria si ricordò di questa cosa, un’occasione anni fa, sarà stato nel 2014, sì, nel 2014 quando mio nipote, figlio di mio fratello Silvio, Arden Stančić, che è redattore sportivo a Tele Capodistria, si ricordò, forse avevano lì anche delle riprese, dei nastri, non so, in occasione del 40° anniversario dell’incontro mondiale a Kinshasa tra Foreman e Cassius Clay, Mohammed Ali, e quella telecronaca la feci io. E allora mi intervistarono in diretta, alla radio, parlando di questa cosa. E noi eravamo a Capodistria, era in quel periodo, appunto, il periodo più o meno estivo… (Che anno era?) Il ’74… e l’estate, appunto, io stavo a Capodistria. Vivevo da mio fratello Silvio quando lavorava lì. E mi ricordo che si aspettava perché la notte ci sarebbe stata la diretta, all’una, le due di notte… questo non me lo ricordo a che ora. E sapevamo, eravamo anche orgogliosi, perché sapevamo che la Rai non l’avrebbe trasmessa di notte ma il giorno dopo, in differita. Siccome sai... (Bisogna specificare. Perché la Rai interrompeva la programmazione alla notte.) Ah, questo non lo so. (Sì, all’epoca, la Rai interrompeva la programmazione a mezzanotte e quindi il match veniva seguito su Tele Capodistria da tutta Italia.) Sì, sì, infatti questo… (Ecco, prego.) E quindi non so come mai, mi pare molto sciocco, il fatto che la Rai… sai, vedere in differita un incontro di pugilato, una partita di calcio, quando sai già il risultato. Poi il pugilato… Dove si fa il tifo bestiale per uno dei due quando sai che quello le piglierà alla fine. E quindi eravamo orgogliosi, aspettavamo anzi, mi ricordo si chiedeva: “Ma ti resterà in piedi per guardar?” Mio fratello… “Ah non lo so, se non go so, non lo so perché no?” Me lo chiedeva anche perché io molto spesso la notte ero… amavo giocare a scacchi con gli uscieri, con i portieri di Radio Tele Capodistria. Eran bravi scacchisti loro, io no, perdevo sempre ma mi piaceva giocar con loro. Sai quando giochi, una, poi, due ca… sono passate quattro ore. E fatto sta, stiamo lì quando la sera dopo il telegiornale che avevo letto, il telegiornale serale… all’epoca si faceva un telegiornale soltanto alle sette e venti. Non c’era il secondo. E termina il telegiornale e Slavko Prijon (2:02:56) che era il capo della redazione sportiva, mi si presenta, io esco dallo studio: “Ciao mulo, Petrali non puol venire e ti fa ti la telecronaca.” “Come non può venire?” Eran le otto di sera, sette e mezza-otto, “No, dixe che non può venire.” Avrà avuto un impegno col Dramma Italiano perché all’epoca era attore e facente funzione del direttore del Dramma Italiano. O avrà avuto un suo concerto perché all’epoca ancora cantava. Avrà avuto il suo quintetto. Fatto sta, Petrali non c’è, io mi preparo alla svelta sui due… cosa avevano la telescrivente ancora… c’era che manda le notizie Ansa, Tanjug, l’Agenzia Italia, poi sapevo un po’ chi, cosa, dove, eccetera, e alle due-tre di notte mi metto lì. Non ricordo bene la telecronaca. Ricordo una cosa che facevo il tifo per Mohammed Ali, facevo un tifo, come i bambini, per lui. Credo che la telecronaca sia stata pessima. So che poi Arden Stančić mise su Facebook questa nostra intervista e che ci fu qualcuno che intervenne: “Io mi ricordo di quell’incontro…” (Da mezza Italia è stato…) Sì, infatti, tutti quelli che vedevano Capodistria, guardarono quell’incontro ed era un momento di grande notorietà. (Radio Capodistria ha ancora un ruolo per tutta il Friuli-Venezia Giulia…) Credo di sì, credo di sì. (Ma anche di più. Addirittura fino al Sud dell’Italia perché c’era una tecnologia che i privati… riuscivano a far…) Facevano i loro trasmettitori… (Fino al Sud Italia.) Perché? Perché il grosso dei proprietari di questi trasmettitori che costavano, evidentemente, poco, erano catene di negozi che vendevano questi apparecchi televisivi o, comunque, cose legate alla televisione. Per cui per loro era anche un ulteriore guadagno. Ma io mi ricordo che soprattutto con la trasmissione che facevo con Majda, con Majda Santini, come si chiamava… Ah l’ho detto prima, ora non ricordo, comunque per un paio di anni l’abbiamo fatti insieme, lei l’ha fatta dopo con anche altri bravissimi molto più bravi di me. E ci arrivavano le lettere e mi ricordo una, addirittura, da Cagliari che ci ascoltavano che ci seguivano. Poi c’era uno che ogni settimana ci scriveva, voleva le canzoni dei “Nomadi” e di quel bravo cantante che era dei “Nomadi” ora c’ha ottant’anni e ha scritto anche dei libri. Come si chiama quel cantante? Che si pensava sempre che fosse della sinistra proletaria, poi… (Guccini? Guccini?) Guccini, sì. E c’era questo… un tizio di Modena, non so di dove, che ogni volta scriveva le lettere: “Bravi, bravi, però dovete mettere…” E ogni volta bisognava mettere Guccini. [ride] Che poi i “Nomadi” furono anche i nostri ospiti in trasmissione. (C’erano molti ospiti?) Sì, tanti. (All’epoca, ti dico, c’era un bel passaggio. Ricordo anche un diverbio con Vecchioni rispetto… Vecchioni era un comunista, il cantante, e un diverbio sul discorso sui comunisti jugoslavi rispetto i comunisti sovietici. Tutte scemenze, ragazzi. Però mi ricordo che ci fu questo dibattito e io gli detti dello stalinista. “Ma io non sono stalinista.” “Beh, se sei contro la svolta di Tito rispetto a Stalin, sei stalinista.” Sarà stato, boh, il ’74, ’75, ’73, che ne so, bei tempi. [ride] (Sandro Damiani che ha avuto una vita tra Italia e Croazia. Un po’ da nomade e un da, insomma, attivista della cultura da una parte e dall’altra, a volte in contemporanea, il rapporto con Capodistria, ha avuto… ha sviluppato rapporti a volte anche grazie e con il padre con una serie di personalità della cultura in Italia e in Croazia. Alcune di queste sono fiumane, altre no. Dicci quali persone ci vuoi ricordare…) Mah, così per civetteria debbo dire che ho approfittato degli anni romani di mio padre quando faceva il giornalista e il critico cinematografico per conoscere e intervistare cineasti che lui aveva intervistato nei primi anni ’60. E quindi io mi presentavo, dopo una telefonata, con una copia dell’intervista di mio padre a Lizzani, a Monicelli, a De Sica, a Damiano Damiani, Petri, Rosi, eccetera. Mi presentavo con l’articolo per intervistarli a mia volta. Che poi guarda erano gli anni in cui facevo l’attore. A me interessava avvicinare questi registi appunto per… però non ho mai, mai, dico mai, non me ne pento perché, non essendo cattolico, non so cos’è il pentimento. Non ho mai avuto il coraggio di dire “faccio l’attore, mi può trovare una particina, una comparsata.” Mai. Mi presentavo con l’intensione, poi parlerò e poi vedrò. Sul cinema, su coso, sia per la “Voce del Popolo” che per la Radio Capodistria. Gian Maria Volontè, anche tra gli altri sul set, eccetera. E quindi, ecco, ho conosciuto tantissimi di questi personaggi. Il più carino, come dire, dal punto di vista anche familiare è stato Blasetti perché conosceva mia madre e poi, tra l’altro, è stato spiritoso anche lui. Blasetti, per i giovani che forse non lo sanno, è stato il papà per il cinema italiano. Papà nel vero senso della parola. E quando andai da lui la prima volta gli dissi: “Sa chi mi ha suggerito assolutamente venire da lei, di salutarla perché si vantava da sempre l’amicizia con lei?” “Chi?” “Bruno Picco.” “Bruno Picco, Bruno Picco…” “M’ha detto che vi conoscete…” “Mmm, no veramente Bruno… Sì, cinque-seimila giorni [ride] anche di più, ci conosciamo ai primi anni trenta.” Bruno Picco viveva a Fiume. (E chi era Bruno Picco?) Bruno Picco è stato il più bravo giornalista di cronaca nera, non solo de “La Voce del Popolo,” del giornalismo fiumano. Non sapeva una parola di croato. Bazzicava tutti gli ospedali di Fiume, la polizia, il tribunale e portava le notizie, pur non parlando in croato. Era bravo da morire, poi era attivista al Circolo Italiano, e a lui, quando nacque “La Tore” che ancora era sulla carta de “La Voce del Popolo,” io ce l’ho qui, per l’appunto, per vari motivi. (Una rivista di rappresentanza della comunità degli italiani di Fiume.) Sì, la carta de “La Voce del Popolo” era tremenda. Dopo un mese era illeggibile. E quando bisognava scrivere della Fiume degli anni trenta: “Bruno, la scrivi un po’…” “Sì, sì, faccio mi.” Triestino ma viveva a Fiume. Gli piaceva tantissimo Fiume. Bruno ha vissuto da noi per alcuni anni ed è stato… lui ha ereditato… dal ’45 al ’53 qualcosa ha vissuto da noi, però si è sposato ed è andato a vivere nel palazzo qui di fronte. Aveva la stanzina… lui ha ereditato il numero telefonico che fu di Testa e ricordo ancora come fosse oggi il numero di telefono. Era: “3121” il suo, ce l’aveva in camera sua, poi quando negli anni ’60, rientrati mio padre e mia madre sentirono l’esigenza di avere un telefono perché prima evidentemente non la sentivano, solo lui l’aveva, allora era “31212.” Fu il numero di telefono. Ah no “213212” perché … abbiamo 21312594. E quindi, Bruno Picco viveva da noi ma dicevo le persone conosciute. A Roma, ovviamente, ero bambino e quindi non ho mai avvicinato. Non sono mai stato avvicinato da… Una volta, mi ricordo, da un amico di mio padre che nell’ambiente romano era famoso. Si chiamava Davoli, come Zavoli, era un giornalista di “Paese Sera” e, all’epoca, era il fidanzato di Miranda Martino. E molto spesso mio padre e Davoli, che si trovavano, andavano, quando Miranda era occupato, eccetera, allora mio padre andava con lui, andavano a prenderla dopo spettacolo. Ingaggiai Miranda Martino nel 2000 per uno spettacolo qui, lì c’ho il manifesto, e una sera la invitati e le dissi: “Miranda devi venire a casa mia perché ci sarà una bella sorpresa per te.” “Ah sì…” Perché siccome nel frattempo avevo sondato il terreno e m’aveva detto che i suoi rapporti con l’ex marito… che nel frattempo era morto… eran sempre buoni… lei viene a cena, “Miranda, ti presento mio padre.” Mio padre la guarda: “È cambiata molto, molto, poco.” Figurati erano passati. Anzi di più perché dagli anni ’60 al 2000. “Ah sì ci siamo conosciuti?” “Eh beh, io e Davoli venivamo a prenderla dopo gli spettacoli.” Lei si è ricordata subito. “Sì, mi ricordo!” Ma come tuo padre… Ecco Davoli. Non Miranda Martino. L’ho conosciuta dopo quando l’ho ingaggiata. Poi no, la gente, così, di un certo nome, di una certa fama, l’ho conosciuta proprio qui col Dramma Italiano. Perché questo era un rifugio peccatorum. Cioè, alla fine delle prove o Maffioli o Macedonio o Dalla Porta Xydias o Nino Mango i primi anni. Ogni sera, nei primi anni, finché vivevo ancora io a Fiume fino al ’70, li vedevo anch’io. Poi dopo venivano per mio padre e per mia madre. Vedevo questa gente, li ho conosciuti. Per quanto riguarda i nostri connazionali, non ho solo conosciuto Borme, gli altri li ho conosciuti, molti li ho apprezzati. Con Silvano Sauro c’ho lavorato a Capodistria, tanti anni insieme, Pellizzer mi piaceva molto. Una persona molto molto seria. Molto legata alla nostra comunità. Dei fiumani, Valerio Zappia, una persona stupenda. È stato direttore dell’EDIT, è stato presidente della comunità degli italiani. Me lo ricordo quando fece… era il traduttore di Kardelj alla televisione lo si vide quando lesse in italiano la relazione di Kardelj al congresso e incoronazione di Berlinguer del partito comunista e la lesse Zappia. Zappia era una persona molto, ma molto, legata… anzi, Zappia, ecco, si deve a Zappia, Paolo Lettis, che è stato un bravo giornalista e bravo caporedattore de “La Voce del Popolo” e Nini Barbarich… si deve a loro tre se mio padre, una volta rientrato da Roma, è riuscito a rompere il ghiaccio ed entrare all’EDIT. Perché quando lui rientrò da Roma, sapendo, perché nel frattempo lui da Roma aveva contatti con Fiume. Pur loro sapendo che lui faceva il giornalista, e con era proprio l’ultimo arrivati, quando venne a Fiume, non lo vollero mica all’EDIT o a “La Voce del Popolo.” Dovettero arrivare a capo dell’EDIT e de “La Voce” tre persone. Lo chiamarono subito. Nel frattempo, in quei quattro anni, mio padre tornò al Dramma Italiano, però, ecco, era direttore Alessandro Petterin. Alessandro Petterin era un direttore d’orchestra della minoranza italiana, tutti lo hanno dimenticato. Vabbè ci sono i giovani che non lo sanno ma i vecchi l’hanno dimenticato. Petterin era il direttore del Dramma Italiano e si ricordava di Damiani e di mia madre perché lui era il direttore dell’opera, ancora alla fine degli anni ’40, ’50, quindi si conoscevano da prima, poi, avendo avuto quest’esperienza mio padre, lui sapeva che scriveva di teatro, era giornalista, lui, in pratica disse: “vabbè, noi ovviamente di dobbiamo inquadrare come attore perché non abbiamo posti di lavoro per altri profili professionali, però ti pregheremmo di inventare qualcosa.” E allora mio padre inventò l’ufficio stampa per il Dramma Italiano. Fino a quel momento, e dopo, l’ufficio stampa era quello del teatro. Lui fece da addetto stampa e invento la pratica delle matinée. In pratica, lui preparava, non so, lo spettacolo che si andava nel corso della settimana a presentare nei teatri dell’Istria, o ancora prima, con la prima a Fiume, lui faceva una sorta di sunto dello spettacolo, sceglieva, insieme agli attori e al regista, una o due scenette e gli attori che all’epoca, quando il Dramma Italiano andava in tournée in Istria, data l’impraticabilità delle strade, dato che non c’era la possibilità di utilizzare un pullman, eccetera… Si piazzavano in un albergo, di solito era a Parenzo, stavano lì sette-otto-nove giorni, e in quei nuovi giorni, ogni giorno, andavano la mattina in una scuola a fare la matinée e la sera a far lo spettacolo. E quindi, ecco, preparava questi matinée, i primi libricini, programmini del Dramma Italiano li fece anche lui. Erano cose molto semplici, otto, dieci paginette, poche parole sull’autore e sullo spettacolo, l’intervista con il regista, la distribuzione, tre-quattro fotografie e questo era. E dopo quattro anni, finalmente, si apre quest’opportunità e va all’EDIT e per prima cosa a “Panorama.” Mi pare si occupava di cultura inizialmente. Nella pratica, c’è solo un discorso critico, critica letteraria, critica cinematografica, critica teatrale e, addirittura, critica d’arte. Ho trovato anche… per quel che capisco io, anche delle buone critiche sul papà di Gianfranco, su Stipanov, su Venucci stesso, e poi dopo si è occupato anche d’altro ma soprattutto, questo voleva farlo fin dall’inizio, e gliel’hanno permesso, perché lui aveva trovato… come c’era stata già prima una certa scollatura tra il Dramma Italiano e l’Unione Italiana, così c’era una certa scollatura tra, nonostante la presenza quotidiana del giornale, ma con le realtà locali della minoranza italiana. Allora, quando ancora era al Dramma Italiano, lui fece entrare, per la prima volta dopo trent’anni, il presidente dell’Unione Italiana dell’Istria e di Fiume, che era Borme, con il direttore del Dramma Italiano. Questi non s’erano mai parlati. Proprio erano due mondi diversi. Perché il Dramma Italiano si sentiva parte integrante del Teatro e non voleva avere lacci e lacciuoli, anche perché la sua politica di presentazione, di promozione della cultura italiana era molto particolare attraverso gli spettacoli. E negli anni di crisi, quando, in pratica, fra i nostri connazionali, il ceto medio non esisteva più, tu vai a vedere il repertorio del Dramma Italiano, ogni stagione ci sono due o tre autori dialettali per tener viva la lingua, per tener vivo il dialetto. E quindi questa scollatura… si passò oltre e nacque la collaborazione tra l’Università Popolare di Trieste e il Dramma Italiano, i primi registi dall’Italia, attori, scenografi, e poi dopo questo discorso lo fece con… e ogni anno lo ripeteva, gli incontri nelle comunità degli italiani, nei circoli, nei sodalizi e infatti “Panorama” di quegli anni è pieno di questi incontri. Andava in giro per l’Istria a intervistare, a vedere qual è la situazione, cosa fanno, di cosa c’è bisogno. E quindi, ecco, attraverso lui ho conosciuto un po’ di nostre personalità. Per non dire quelle della nostra scuola: il professor Schacherl, il Venucci… Schacherl era una potenza della natura, insegnava filosofia, storia, logica, psicologia e, quando non si presentava il professor di matematica, anche matematica. Purtroppo, in età abbastanza… (Avanzata…) No, no, il contrario, aveva sì e no sui cinquant’anni quando si è beccato il Parkinson. E quindi era menomato. Peccato, perché è stato un grande professore. Io ho conosciuto poi suo fratello. Schacherl che negli anni ’60 e ’70 è stato il direttore de il “Contemporaneo” e caporedattore di “Rinascita”. Tra l’altro Schacherl ha ottenuto la cittadinanza italiana con Pertini presidente, fino ad allora era apolide. Mi raccontava: “Pensa tre, noi siamo quattro fratelli in famiglia. Tre fratelli e una sorella, tutti e quattro nati a Fiume e non siamo cittadini dello stesso stato. Uno è nato sotto l’Ungheria, uno è nato nel periodo di D’Annunzio, uno è nato con lo Stato Libero e la più piccola è nata in epoca italiana. Quindi quattro bandiere diverse per quattro fratelli nati nel giro di dieci anni… undici anni uno dall’altro.” Un bel personaggio Schacherl, sia il fratello che lui. (Che ricordi conserva di Osvaldo Ramous?) Di Ramous, ma… di Ramous, allora, da bambino me lo ricordo perché era sempre in teatro. Sempre, sempre, sempre stava in teatro con sua moglie, o da solo. Qui a casa, quando ero bambino, sì, capitava perché, appunto, si frequentavano molto le case fra colleghi. Non c’era questa chiusura. Mi ricordo quante volte ero dagli Scaglia e quindi a contatto con Renata, con Ingrid, la più grande, poi dopo con le gemelline… e con Gianna Depoli e Brumini. Si frequentava parecchio… Di Ramous poi dopo, una volta che lasciò il teatro, in qualche modo lo si perse di vista. Non frequentava il Circolo, non so in che ambienti andasse, cosa facesse. So che un paio di volte si è trovato con mio padre perché mio padre, negli anni ’60… alla fine degli anni ’60, già gli piaceva Ramous, anche prima, però, evidentemente, nel frattempo mio padre si era attrezzato culturalmente molto, ma molto, di più. E andando a leggere le poesie di Ramous, scoprì “Ma questo è una potenza della natura.” E il primo saggio che uscì su Ramous fu di mio padre nel ’71, mi pare, ’71-’72 e uscì sul… mi pare che fu la prima edizione… o ’67? Mi pare che fu la prima edizione di “Istria Nobilissima.” E non era previsto come… come… nel bando di concorso la saggistica. Lui mandò questo saggio su Ramous, lo pubblicarono. Credo che non vinse nessun premio perché, per l’appunto, non era previsto però pubblicarono questo saggio. Dopo sono venuti tutti gli altri studi. Infatti qualcuno molto intelligentemente ha detto: “Senza questa base sarebbe stata dura affrontare Ramous.” Perché, in effetti, ricordo proprio qui da noi una bella discussione, mio padre difficilmente si accalorava, poi figurarsi a sessant’anni-sessantacinque anni, con Bruno Maier e si parlava di Ramous. E Maier diceva: “Vedi, Alessandro, tu collochi Ramous accanto ai tre grandi. Secondo me è un gradino più in basso.” Anche un gradino più in basso, ma un gradino più in basso di Montale, Quasimodo e Ungaretti, porca la miseria, siamo dalle parti del Nobel. Mio padre invece era sempre considerato a quell’altezza. Guarda, io di poesia continuo a non capire nulla nonostante che abbia una certa preparazione culturale, lui me le leggeva ed: “Ecco, vedi questo verso? Questo significa…” E come un pittore che dice: “Cosa vedi?” “Non vedo niente.” “Allora ti faccio vedere io.” Quando ti spiega o quando giochi a scacchi non vedi la soluzione, poi quando la vedi, “Madonna, è così semplice!” [ride] è semplice dopo! E così Ramous. Come persona è una persona mite, buona, umile, preparato, naturalmente, culturalmente. Purtroppo, quando è morto, dopo ci sono stati dei “qui pro quo,” tra mio padre e… anche se mai si sono incontrati… e la vedova di Ramous. Nel senso che la vedova di Ramous aveva saputo che mio padre stava scrivendo un ulteriore saggio su Ramous ma non così approfondito come il primo e in cui aveva scritto delle cose, veritiere, non da nascondere però che a lei non piacevano. E mi ricordo che il tramite in questo balletto erano i coniugi Zrilić (?2:28:01) della Margherita. L’ex direttrice dell’opera del Dramma Italiano. Ghilich, Margherita Ghilich e il marito che era anche traduttore. E mio padre che diceva: “Guarda, digli, lei deve capire una cosa. Quando s’è fatto uno studio approfondito sulla biografia di Manzoni, o di qualsiasi grande, gli si contano anche i peli delle orecchie. Non si può tralasciare nulla. Certo. Anche le cose forse meno nobili, però bisogna metterle perché fanno parte di quella persona. Senza quelle cose, probabilmente, una parte della poesia non ci sarebbe. E però questa cosa non piacque. (La questione era, presumo, il passato fascista di Ramous?) No, diciamo, peggio perché Ramous non è mai stato fascista. E che Ramous, da intellettuale assorto nelle sue lettere, nella poesia, nella cultura, eccetera, viveva in un suo mondo. E quando nel ’43 i fascisti scappano da qui restano alcuni ma è la zavorra non sono le persone di cultura del fascismo che rimangono a Fiume. Quelle scappano o vanno, eventualmente, a Salò ma non rimangono qui. Lui prende in mano la direzione della rivista, Ramous. (“La Vedetta d’Italia”?) “La Vedetta d’Italia.” (Sì, però bisogna specificare che prima dirigeva un’altra…) Sì ma… (Dirigeva lo “Stile fascista”?) Certo, però, sai dirigere in tempo di pace o dirigere in tempo di guerra in una città di frontiera, con i partigiani che sono più o meno dietro l’angolo è da matti. Ma lui, appunto, era talmente in buona fede: “Io mi occupo di poesia.” (Dava la carta però ai partigiani è vera questa cosa?) Sì. Che poi, alla fine, lui passava dei pacchi di carta ai partigiani che gli servivano per… per il ciclostile, eccetera. Cioè, naturalmente, non è il solo. Questo può essere un episodio. È il discorso dell’estraneità di Ramous rispetto alla storia, alla politica e all’attualità. Quindi, questo grande poeta che vive al di fuori di tutto. Che ovviamente in un’epoca… in tempi politicizzati come sono i nostri da 40 anni… 50… a questa parte, è visto in un modo o nell’altro come… con grande segno negativo… che potrebbe anche essere ma non lo è alla fine. (Perché?) Ma non lo è anche perché lui non si è mai macchiato di nessun crimine di nessun tipo. Né scritto né parlato né figurati come azione… Ramous era un galantuomo, una persona semplicissima, buona, mite, culturalmente preparata… Quando lui andò a Zagabria, appunto, quando… per battagliare per il Dramma Italiano lui fu mandato a forza, non voleva andarci. È andato: “No, no, lei la deve andar. Andiamo insieme se xe el caso.” Sa, aveva a che fare con persone anche… la Gianna Depoli e mia madre mica scherzavano come carattere e anche Scaglia quando si trattava di difendere… parlo di quelli che erano all’interno del consiglio artistico perché poi tutti hanno sempre battagliato per il Dramma Italiano. Compresi chi, appunto, veniva da fuori e poteva, legittimamente, nonostante fosse qui sette-otto-dieci anni, ma legittimamente poteva dire: “Io che c’entro?” La Mascheroni, Benetteli, i Verdirosi… “Che c’entro io con…” (Il Dramma Italiano e Sandro Damiani…) Eh, il Dramma Italiano… questo va precisato perché sennò uno dice: “Ma questo è fissato? Scrive del Dramma Italiano, parla del Dramma Italiano.” Eh, sono fissato. Il Dramma Italiano non che fa parte della mia vita è una delle stanze della mia casa. Io ci sono nato nel Dramma Italiano con mio padre e mia madre, eccetera… Da ragazzino alle ottennali facevo la Filodrammatica, al liceo la Filodrammatica con Scaglia o Verdirosi che facevano le regie dei nostri spettacoli. Andavo sempre agli spettacoli. Sono andato a studiare, con una borsa di studio, per un anno soltanto dopo ho rifiutato la borsa di studio perché sapevo che non avrei continuato a frequentare. Poi ho dato sempre tutti gli esami ma non frequentavo più. Ho fatto i primi due anni e poi dopo sono stato ingaggiato da una compagnia fiorentina e sono entrato nella professione dell’arte, diciamo così. (Frequentava l’Accademia di arte drammatica?) Sì, si chiamava Istituto d’Arte Drammatica, IDAD, ed era riconosciuta a livel… riconoscimento regionale quindi anche nazionale. Purtroppo, all’epoca, ma non solo all’IDAD ma anche all’Accademia di arte drammatica di Roma, alla Silvio D’Amico, non erano riconosciute a livello universitario come lo è qui, come lo è in tutta la ex Jugoslavia. Le accademie in Italia… ora, negli ultimi 10-15 anni, mi pare, hanno status universitario. Era ora. Infondo, si tratta di professioni, di mestieri, che all’università non esistono, come fai a non qualificarli? E, niente, son andato a studiare con il preciso intento di venire al Dramma Italiano, dove da studente avevo già fatto uno spettacolo, di venire a lavorare qui, se non che… fu proprio Petrali, anche Raniero Brumini, la Ada Mascheroni, la mia madrina, che mi consigliarono, mi dissero: “Sandro, se tu vuoi fare l’attore, proprio l’attore, l’attore… E sei ha talento, e rimani in Italia, no? Lavora a Trieste, a Roma, perché qui, sai, alla fine cosa farai qui?” Dissi: “Vabbè, se voi non mi volete.” Non è che non mi volevano ma poi, ecco, questo è uno dei motivi per cui io malvolentieri, anzi sconsigliavo, da direttore del Dramma Italiano, davo borse di studio per studiare recitazione in Italia. Perché con le due studentesse, che una l’avevo mandata io e una era stata mandata in precedenza, avevamo avuto… una brutta situazione. Cioè, uno va a studiare teatro, uno di Fiume, dell’Istria, ma perché? Perché ama il teatro e come lo conosce il teatro? Attraverso il Dramma Italiano, stando qui. Ma una volta che va a Roma, a studiare, e che frequenta, nei limiti delle sue possibilità, il mondo teatrale romano, vede le compagnie, conosce la gente… ma ti pare che lui ha voglia di tornare a Fiume al Dramma Italiano? A meno che non sia proprio un discorso legato di famiglia, di terra, di origine come fu con Elvia Nacinovich. Elvia Nacinovich era molto legata all’Istria, molto legata a Fiume e quindi sentiva questo legame più che un legame artistico. Poi era felicissima quando andavamo fuori in tournée però lei si sentiva figlia di questa terra. Gli altri no e, a quel punto, io avevo problemi perché dicevo: “Mi sto costruendo qui la carriera e tu mi richiami indietro? Guarda che per quattro anni ti ho fatto avere una borse di studio di sette-otto milioni all’anno. Tu la devi giustificare perché non io, ma chi ti ha dato la borsa di studio, cioè l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana può farti storie a livello legale perché hai firmato un contratto. E allora riuscivi in qualche modo a… con questi giovani a convincerli. Infatti almeno un lavoro teatrale all’anno con noi, nel periodo nell’anno in cui non siete ovviamente impegnate in Italia, e così è stato. Fatto sta, io poi mi sono ritrovato in Italia a far l’attore, eccetera. Mentre facevo l’attore, anche dopo quando ho mollato il teatro e sono passato al giornalismo e alla critica teatrale però, dato che i rapporti erano rimasti sempre amichevoli con Bruno Petrali, col direttore che venne dopo… la direttrice anche Margherita Ghilich. Allora delle volte, quando capitavo a Fiume a trovare i miei genitori, andavo a teatro… “Ti ne metti in contatto con qualche regista, qualche attore…” e allora, ecco, ho mandato qui… facendo da garante, in qualche modo, un po’ di registi fiorentini, romani, tutta gente brave, fra cui anche Nino Mangano, poi Nino Mangano è rimasto, ha messo su famiglia, eccetera. Negli anni intorno al ’95, sì ’95-’96 sarà stato… sempre questo andirivieni Fiume-Firenze, Fiume-Firenze, e vengo a sapere che abbiamo problemi, la direttrice del Dramma Italiano ha dato le dimissioni, non si riesce a trovare nessuno, se si riesce a trovare qualcuno è perché boh non ha un lavoro anche perché al teatro gli stipendi erano più bassi che altrove. Sai, non è facile in una comunità, in una minoranza nazionale trovare quadri per quelle istituzioni che hai. Tanto più che avevamo solo istituzioni culturali o para-culturali. E quindi trovare gente per il teatro, per il giornale, per la casa editrice, per la radio, la televisione. Uno o fa il manovale, dove lo fa? O il cantierino? E allora, a quel punto, mi chiesero: “Tu te la senti?” Vivevo a Firenze, c’avevo un lavoro, anzi tanti perché sono freelance e quindi mi tocca avere tanti lavori, a Firenze c’ho una famiglia, una casa, lì… “Vi posso suggerire…” E suggerì, innanzitutto, mio padre. “Damiani è andato in pensione ora. C’ha 64 anni” quanti ne aveva perché è andato prima in pensione. “È ancora abbastanza forte…” Insomma, dice: “No, guarda, non è solo da fare un discorso di programma artistico… Si tratta anche di battagliare, di fare.” Non capivo ben, poi dopo ho capito che significa battagliare. [Ride] E questo, in pratica, le chiacchierate avvenivano tra me e Tremul, che avevo conosciuto all’epoca in quegli anni lì…’95-’96… avevo sentito parlare di lui, leggevo su “Panorama.” E… “Non so che dire, posso procurarvi qualcuno dall’Italia. È meglio se cittadino croato perché conosce la lingua perché i problemi poi non sono tanto di politica… culturale internazionale…” “Ma non lo so, qui e là…” E poi, a un certo momento, dopo alcuni mesi che si parlava del più e del meno… nel frattempo Nino Mangano si occupava della parte artistica e la segretaria, che per fortuna c’era Susanna, si occupava anche della parte amministrativa della compagnia. Insomma, a un certo momento, non… questo non mi ricordo se fui io a gettar la palla o se mi venne proposto, dice: “Ma noi possiamo vedere di studiare un’ipotesi con l’Università Popolare di Trieste…” Mi dava del “Lei” all’epoca Maurizio, “lei riceve uno stipendio dall’Italia, oltre che a quello croato.” Era sufficiente per una persona vivere qui, avendo già una casa, eccetera. Io avevo la famiglia a Firenze, ti ho detto. “Vabbè, in questo caso, se voi mi garantite uno stipendio che io posso mandare alla mia famiglia a Firenze è un discorso, e non solo, che mi paghi le spese di almeno, almeno, due viaggi Firenze-Fiume, va benissimo, altrimenti, no. E poi, comunque, ne devo parlare in casa, ne devo parlare con mia moglie, è d’accordo lei?” Fatto sta l’accordo in casa lo trovammo, l’accordo con l’Università Popolare lo trovammo, in ambito Unione Italiano fu un po’ difficile, però, grazie a Pellizzer e ad altri, arrivo qua. E il mio programma era semplice, cioè io… vivendo fuori guardavo le nostre istituzioni e soprattutto il Dramma Italiano con un occhio esterno. Cioè io vedevo il Dramma Italiano come occasione di promozione della nostra realtà nazionale in Italia. Cosa vuoi di meglio del teatro con una compagnia che si muove fuori, con la gente che ha modo di rapportarsi con gli altri. Una compagnia teatrale che ingaggia registi o autori teatrali che sono a contatto con la nostra realtà per uno-due mesi di fila. E quindi poi trasmettono questa conoscenza in Italia con degli spettacoli che scuramente, per quanto uno spettacolo teatrale è sempre un terno al lotto, però che i nomi, nomini, la fama di alcuni registi mi danno delle garanzie, chiamo tre-quattro critici teatrali dall’Italia, li spesiamo noi come Dramma Italiano… sennò il giornale non li manda e loro ne scrivono sulla stampa quotidiana di Milano, di Venezia, di Roma, di Napoli, di Firenze, sulle riviste specializzate: “Sipario,” “Istrio,” “Prima Fila,” “Ridotto,” quello che è… Facciamo al Dramma Italiano una finestra, ma questa finestra deve essere la nostra finestra anche in Croazia. Ed ecco le prime tournée: si va a Zagabria, dopo tanti tempo; si va a Lubiana; si va a Spalato; si va a Ragusa, giù a Dubrovnik; si va a Zara; poi siamo anche dai nostri italiani lì a Pakrac in Slavonia. E quindi, ecco, vedo nel Dramma Italiano un qualcosa di più oltre che una compagnia teatrale e poi, al di là di questo, una compagnia teatrale che però fa promozione di cultura teatrale italiana contemporanea. Pirandello, Goldoni, Ruzzante… Machiavelli lo mettono… lo mettono in scena tutti, più meno. Eh, ma mettere in scena gli autori contemporanei che già trovano difficoltà ad essere rappresentati in Italia? Ed ecco che abbiamo avuto alcune stagioni in cui questi autori, gli autori stessi, facevano le regie, e spettacolo con sette-otto-nove attori dall’Italia. Oltre allo scenografo, regista, il costumista, l’autore delle musica, i critici che venivano, i giornalisti. Insomma se n’è scritto parecchio in quegli anni. Abbiamo preso anche dei bei prem… riconoscimenti. Al lavoro in sé, non al singolo spettacolo ma questo lavoro l’aveva già iniziato bene Nino Mangano quando si occupava del Dramma Italiano e insieme alla Margherita Ghilich che non era più direttrice del Dramma Italiano, era direttrice dell’Opera però, da connazionale intelligente, dava una mano sul piano pratico. E quindi, ecco, già nel ’90 si tenne a Fiume la prima… la prima edizione di tante della settimana del teatro italiano. E in una settimana vennero quattro compagnie, più il Dramma Italiano, a fare propri spettacoli. Belli spettacoli perché anche marciavano bene, marciavano bene in Italia. E vennero dati dei riconoscimenti importantissimi al Dramma Italiano se non che, nel ’91, scoppia il patatrac, la guerra, eccetera… Si interrompe il deus ex machina di tutta questa situazione era Ghigo De Chiara. Ghigo De Chiara è stato un importantissimo autore di teatro, critico teatrale, tra l’altro, anche paroliere di alcune canzoni cantate da Mina. E lui è morto, il governo dopo pochi mesi decise di chiudere l’istituto, si chiamava IDI, Istituto del Dramma Italiano. Era, in pratica, insieme all’ETI l’unica istituzione che si occupava di teatro. Il Dramma Italiano ricevette il premio da quest’istituzione. Era importante come riconoscimento perché, al quel punto, con un certo tipo di politica culturale, addivenivi a… arrivavi a ottenere, non tanto dei finanziamenti – quelli più o meno arrivavano – ma delle aperture di credito da parte di singoli teatri per coproduzioni, per presenza di spettacoli nei grandi teatri italiani. Tutto questo morì sul nascere. Io poi, nel ’97, presi in mano il Dramma Italiano grazie a Nino Mangano, grazie alle nostre amicizie a suo nome che avevo in Italia… Rimettemmo in piedi la macchina. E questa macchina funzionò talmente bene che, alla fine, la vollero rompere. La vollero rompere la nuova direzione del teatro. E non ci fu nessuno, a parte quattro persone, con propri scritti sulla stampa che difese questa politica culturale che difese me. Io venni cacciato dal Dramma Italiano, poi feci la causa, vinta, naturalmente perché quando un ubriacone ti denuncia, stai sicuro che la denuncia è fatta male. Poggia sul nulla. E quindi, niente, poi vabbè il Dramma Italiano ha avuto la sua storia ed ha la storia che ha. Quel progetto, però, è fallito… quei sette anni, in pratica, non son serviti… Son serviti quei sette anni… sarebbero serviti se si fosse continuato su quella falsariga. Sai, c’è da dire anche questo a me è riuscito di fare tutto quel discorso perché c’era un certo tipo di realtà di persone: Pellizzer era vivo; Damiani era vivo; la Milani era nel pieno delle sue forze; Silvano Sauro era vivo. Cioè, un certo tipo di intellighenzia della comunità nazionale italiana, insieme alla quale io “respiravo” e ci capivamo, anche loro volevano questo. Una volta spariti loro, Zappia era vivo. Una volta spariti loro, i nuovissimi hanno pensato ad altro e pensano ad altro. Fra venti anni smetteranno di pensare ad altro se non in croato o in dialetto. Ma non mi riguarda più perché tra vent’anni non ci sono [ride] (Grazie…) (Grazie…) Di che, figurati. Fate dei buoni tagli [ride]