Interview with Licia Antonelli made by Gianfranco Miksa and Vanni D’Alessio (August 20, 2020). Transcribed by Angelo Massaro (January 09, 2021). Mi chiamo Licia Antonelli, sono nata a Fiume all’ospedale… cioè, a quello che a Fiume si chiamava “Sanatorio” che era la clinica di ostetricia, nel 1951. E la notte che sono nata mia mamma mi raccontava che c’era un bruttissimo temporale, dopo un bellissimo inizio autunno e quella notte, tutta la notte, cantavano i ragazzi che stavano per andare a fare il militare. E per me questi racconti erano un po’… mi facevano un certo senso perché quella volta andare a fare il servizio militare era… per i ragazzi specialmente di questi… di Fiume e dei dintorni era un problema. E quella volta, quando sono nata, il mio papà è andato a fare la riserva militare, l’hanno chiamato. Così che m’ha visto un secondo, dato che mia mamma era amica del primario e sono… m’ha visto un momento e poi è dovuto partire. Ed è tornato dopo due mesi. (Ci dica qualcosa dei genitori. Il padre e la madre…) Mia mamma è nata a Fiume nella casa dove io risiedo ancora oggi e mentre papà è venuto nel 1946 da Friuli. Mia mamma, i genitori di mia mamma erano di origine istriana, la nonna era di origine istro-romena, però il papà era di origine ceca. Tutto un cocktail che a Fiume era una normalità a quei tempi. (Come si chiamava di cognome?) Mia nonna si chiamava di cognome Sabirshek, mentre mio nonno era albonese e si chiamava Faraguna. La nonna era nata a Fiume nel 1889 però, per motivi economici, la mamma aveva preso queste tre bambine ed era tornata in Istria dai genitori perché la vita era più economica. Mentre il papà continuava a lavorare a Fiume ma… cioè il mio bisnonno… è morto durante un inverno terribile dato che andavano a piedi oltre il Monte Maggiore per arrivare lì a Susgneviza dove vivevano l’istro-romeni ed è rimasto congelato sul Monte Maggiore. Così che la mia bisnonna è rimasta con queste tre bambine, da sola… Per fortuna, aveva la famiglia d’origine dove sono… mia nonna è rimasta lì fino a undici anni, quando è ritornata a Fiume, a servizio di una persona anziana e da quella volta è rimasta a Fiume per sempre. (Già a undici anni andava a lavorare?) A undici anni, sì. (E lei era Saborshek?) Sabirshek. (I bisnonni che cosa facevano? Di cosa si occupavano?) Erano contadini. I bisnonni erano contadini in Istria. C’era la piana dove erano tutti i terreni, le case, ma erano benestanti. Erano benestanti. La sorella più vecchia di mia nonna, perché mia nonna era la media, la sorella più vecchia di mia nonna invece è rimasta lì, a casa, e ha avuto undici figli. Mentre mia nonna è stata un po’ più, diciamo, progressista. Lei ha avuto quattro di figli, mia mamma era la terza ma, secondo quello che diceva lei, “se era per me, avevo solo due bambini.” Era mio nonno quello che voleva più figli. E invece mio nonno è venuto da Albona, è venuto a Fiume per lavoro… Era di Vines… Da Vines è venuto a Fiume per lavoro e qui si sono conosciuti. (Questo già prima della prima guerra mondiale?) Sì. Poi lui è partito per… faceva il marinaio ed è partito come marinaio e ha fatto quattro anni di guerra. Quella volta si partiva e non si sapeva se si ritorna ed è arrivato fino in Cina. (In quale esercito scusi?) Austriaco, austriaco, sì. E quella volta ha servito Francesco Giuseppe su una nave, come cameriere, e ha avuto una medaglia che ancora oggi c’è da qualche parte in casa come ricordo che aveva servito il Kaiser. (E a Fiume cosa faceva?) Mio nonno ha lavorato sempre alla capitaneria… (Faragona...) Faragona… (Di nome?) Domenico. Alla capitaneria di porto, faceva il pilota. Mentre mia nonna ha fatto la casalinga. Lei ha lavorato fino al matrimonio. Ha fatto la donna di casa, oggi la chiamano colf, così, in varie famiglie di benestanti a Fiume. La maggior parte erano ebrei. E ha raccontato sempre che sono stati molto onesti, che le mettevano in banca ogni mese il guadagno perché la famiglia non le venisse a portare via i soldi perché il giorno del matrimonio aveva un gruzzoletto da parte per sposarsi. (Sa quando si sono sposati i nonni?) Eh, no. L’anno giusto non lo so, ma so che il primo figlio l’hanno avuto nel 1914, che era il fratello più vecchio di mia mamma. Era nato eheh [ride]. Era nato a Zamet, però Zamet era sotto Castua e dopo hanno avuto problemi con la registrazione. È nato il 15 d’agosto però, dato che loro dopo si sono trasferiti, e li adesso non so, era Austria o Ungheria? (Austria…) Austria, si sono trasferiti qui, dove abitiamo oggi, e qui era Ungheria, allora hanno dovuto registrarlo tre giorni dopo la nascita per non aver problemi di documenti un domani e così. (Sa qualcosa di come si sono conosciuti Domenico Faragona e nonna?) Ma si sono conosciuti, probabile, in qualche passeggiata caffe, al ballo, questo non ho mai chiesto. Però si riunivano persone che avevano origine dalle stesse parti e probabilmente anche con il passaparola si sono conosciuti così. (E ci dice qualcosa, invece, della famiglia del padre?) Mio padre è nato nel 1921 a San Martino Terzo di Aquilea in provincia di Udine e lì ha terminato le scuole dell’obbligo che erano cinque anni, quella volta, e poi ha fatto… si chiamavano… ancora erano tre anni… l’avviamento. (Si chiamava?) Avviamento. (Il padre?) Mio padre si chiamava Gino (E quindi nato? Quando è nato?) Nel ‘21, nel 1921. (Quindi ha fatto cinque anni le scuole lì, poi avviamento?) Poi avviamento ed è iniziata la guerra ed è partito. È andato a finire in Africa dove nel ’43 è stato ferito. E dopo, dopo questo ferimento, purtroppo, mi raccontava sempre, che durante il suo… la sua degenza nell’ospedale da campo in Libia erano stati bombardati dagli inglesi. No, era un antitedesco e antinazista per conformazione anche ideologica, ma il peggiore durante la guerra, prima, quando faceva parte dell’esercito italiano erano gli inglesi. (Sa dov’era in Africa?) In Libia, non so giusto dove. È stato dopo, da lì è stato trasferito in Italia. Per fortuna era in Romagna, in un ospedale militare e, da lì, nel ’43 è riuscito a fuggire e tornare a casa. A tornare a casa quando l’Italia ha capitolato. E quando è arrivato a casa si è… ha iniziato… cioè, i suoi contatti di prima ed è diventato un partigiano… Però sul territorio non è rimasto mai sopra in Carnia e così. Nel territorio… perché loro essendo una parte del Friuli di confine, lì a una quindicina di chilometri si parla sloveno. Sono, praticamente, trilingui. Avevano un contatto con la Slovenia. Tutta questa parte del basso Friuli erano progressisti, avevano un sacco di persone che avevano partecipato alla guerra di liberazione. (Però parlavano friulano?) A casa parlavano friulano. Le scuole erano in italiano. Parlavano friulano. Mio nonno ha fatto sempre il contadino e mia nonna, invece, faceva la casalinga. Erano una famiglia enorme. In casa vivevano tre o quattro generazione, c’erano mio nonno con due fratelli, uno era sposato e aveva anche la sua famiglia, e uno non si è mai sposato. Così è stato anche da parte di mio padre. Due fratelli si sono sposati e il terzo, il più giovane, non si è mai sposato. (E sa qualche altra cosa delle esperienze in bosco, come partigiano, del padre?) Mio padre ha fatto il commissario allora. Però dato che… (Sa, per esempio, in che gruppo si trovava?) No, erano GAP, lori erano. Cioè Monfalcone era molto vicino. Essendo molto vicino, allora, avevano contatto molto con tutti gli operai del Cantiere. (Quindi era già comunista allora?) Sì. È andato a fare il militare perché ha fatto… quando li hanno chiamati per fare i militari allora era qui sopra Trieste e lì è venuto anche a contatto con questi gruppi che già si stavano organizzando. Perché partì nel ’41, avendo vent’anni è partito nel ’41. E i fatti della guerra, le cose strane che succedono, mio zio, che era il fratello minore di mia mamma, lui era marinaio, erano del ’21 tutti e due, erano su quelle barche che accompagnavano le navi militari che portavano i militari italiani in Africa e mio padre era su una di queste. Così i fatti della vita che sono… (Avevano già un legame…) Sì, poi dopo erano un po’, così, mio zio era di un altro tipo. (Quindi commissario GAP in Friuli e poi finisce la guerra…) Finisce la guerra, viene accusato di crimini di guerra e si trasferisce. Prima va a Ajdovščina dove avevano i contatti con gli sloveni e con l’esercito jugoslavo. E poi da Ajdovščina viene… si trasferisce a Fiume. (Sa se si difese mai da queste accuse? Se erano montate?) (E da chi venne accusato?) Dal governo, quella volta, italiano, però, loro, fino a Trieste c’erano gli alleati. Viene accusato ma… quando il partito diceva: “Tu adesso sei quello che si prenderà tutte le colpe però puoi andare via. Hai fratelli e così ma non hai la tua famiglia, puoi andare via.” E quella volta è andato via. E aveva pendente una… cioè è stato accusato, poi è stato… aveva la pena di morte, gli hanno dato la pena di morte perché ai militari esisteva a quel tempo ed è stato graziato da Pertini. Non ha visto morire né il padre né la madre. Il padre è venuto a trovarlo qua alcune volte, quando si sono aperti i confini, mentre la mamma non l’ha mai vista. (Perché essendo fuori paese non ha goduto dell’amnistia e quindi è stato graziato?) No, è stato graziato da Pertini perché prima con la pena di morte è stata tramutata in ergastolo e poi Pertini gli ha graziati tutti questi che erano venuti fuori dal secondo conflitto mondiale perché lì c’erano fattacci ma dietro il fatto di mio padre c’era un interesse economico enorme. Non vorrei nominare la persona che è stata uccisa però era un collaboratore però era un gran signore. (In Friuli? La persona per cui alla fine lui era stato accusato?) Sì. (Quindi non aveva potuto godere, il papà, dell’amnistia che fu data a molte di queste persone che avevano conti in sospeso perché stava all’estero?) No, no, non ha perso mai la cittadinanza italiana mio padre. Perché l’Italia non dava il benestare ai propri cittadini di perdere la cittadinanza prendendone un’altra. Mio padre è diventato cittadino jugoslavo ai quei tempi. Prima di tutto è diventato cittadino croato, e poi jugoslavo. (Ma come è arrivato a Fiume? Ha nominato Ajdovščina…) A Ajdovščina e poi a Fiume perché a Fiume c’erano il Cantiere, c’era… dato che mio padre era un tecnico, allora l’hanno fatto venire qua in… per via del lavoro e poi c’era un sacco di gente che da Monfalcone è venuta a lavorare a Fiume. A loro gli serviva il contatto e una persona che conosceva anche… (Sa dove stava? Dormiva? Sa qualcosa?) Aveva in affitto una stanza qui a… come si chiama… a Zamet, praticamente, saranno un chilometro da qua. C’erano persone che, a quei tempi, si affittavano anche stanze ed era lì in affitto. (Il babbo quando arriva a Fiume?) Nel 1946. (Il suo ambiente di lavoro era?) Era la fabbrica Torpedo che a quei tempi si era messa in moto perché era un fabbrica militare. Torpedo era fabbrica militare e, invece, il Cantiere 3 maggio era civile. Ma tanto i militari erano dappertutto a quei tempi e il mio papà faceva il segretario del sindacato alla Torpedo e lavorava come tecnico, elettrotecnico. E quando… cioè la vita era una vita normale, la lingua non conosceva il croato perché non lo sapeva però sapeva un po’ di sloveno, essendo di questa parte dove si parlava un po’ misto ed era… ma, quella volta, a Fiume si parlava l’italiano in maggior parte. Poi, in fabbrica, tutti gli operai che erano… erano operai cioè fiumani o erano venuti da Monfalcone. La maggior parte erano venuti da Monfalcone che erano venuti fin qua così che la lingua non è stata un problema fino al ’49. Dal ’49 è diventato tutto un problema. (Con il Cominform… ci arriveremo anche a questo. Però m’immagino che fino al ’49 conosce sua madre?) Sì, ha conosciuto mia madre, essendo loro in questi ambienti, diciamo, a Fiume. Mia mamma, a quel tempo, dopo esser tornata dal campo di concentramento, ha fatto… faceva la direttrice degli asili a Fiume. (E torniamo indietro, ci parli di sua madre. Dove è nata?) Nata a Fiume nel 1919. (Di nome come faceva?) Faragona, Nerina. (Nerina?) Nerina, anche il nome già dice molte. Non è un nome cristiano. È un nome ebraico in una famiglia progressista. Mia nonna era analfabeta perché i fatti della vita l’avevano portata a non frequentare la scuola, anche se sotto l’Austria, il gendarme veniva a casa se i bambini non andavano a scuola. (Questo a Susgneviza o anche qua?) Ma mia nonna è riuscita… in un certo qual modo, non è andata a scuola. Anche se di conto faceva meglio di una calcolatrice, ha imparato qualcosa con i bambini quando sono andati a scuola i suoi figli, però era analfabeta, praticamente. (Certo. Era venuta a Fiume a undici anni a lavorare con queste famiglie. E lei quindi si era sposata con Domenico Faragona…) Sì e hanno avuto quattro figli: due maschi e due femmine. (E Nerina quindi nasce a Fiume, dove?) Nasce a Fiume nella casa dove abito oggigiorno. (Questa qui?) Questa qui. E poi frequenta la scuola dell’obbligo che praticamente è la scuola San Niccolò di oggi. (Cioè l’Anita Garibaldi?) L’Anita Garibaldi. Frequenta fino alla quinta classe, a scuola era bravina, però, dopo la quinta, va a una… una scuola che tenevano le suore, qui a Torretta, dove era paritetica con l’avviamento. Si insegnavano il mestiere e mia mamma fa la sarta. Diventa sarta e poi, terminati questi tre anni di avviamento, inizia a lavorare come sarta in varie sartorie in città. Perfino oggi si chiamerebbero boutique o di alta moda, però in sartorie molto molto, quella volta, conosciute. Ha lavorato fino al ’43, praticamente, quando è finita in campo di concentramento. (Ci racconti?) Dato che loro vivevano in un ambiente progressista e così, mia mamma faceva la staffetta a Fiume, la staffetta partigiana: portava la posta, andava a comunicare delle notizie e così. Essendo mobile perché andando a lavoro ogni giorno col tram… il tram si andava a Pioppi a prendere il tram si andava in centro città e poi si andava a piedi su perché fino a qua non c’erano mezzi di trasporto. E… lei essendo mobile poteva muoversi per la città e portare queste notizie, posta, lettere, informazioni… (Non sa con chi era in contatto, con gruppi o persone?) (Alcuni nomi?) Ma adesso non me li ricordo. Mi ricordo che portava la posta alla signora Cuomo, che poi lui è stato un pezzo grosso a Fiume… (Del partito comunista…) Sì. E dopo la guerra non hanno parlato mai più tra loro. E poi il primo sindaco di Fiume… (Klausberger…) … Klausberger, c’erano persone che comunicavano tra loro e si conoscevano. (Insomma, faceva parte della rete della resistenza qua in città) Sì, qua in città. (Questi messaggi che lei trasportava, com’erano? Buste, lettere?) Erano lettere, erano messaggi vocali, anche. Essendo persone di fiducia, allora c’erano anche messaggi vocali. Ed è stata… qualcuno ha fatto la spia, ed è stata presa dai tedeschi a Fiume già nel ’43. Dopo il Ribalton come dicono a Fiume, dopo la capitolazione dell’Italia sono venuti i tedeschi. (Sa qualcosa di quando fu arrestata?) Sì, prima è andata in via Roma, da via Roma in Risiera a Trieste, dalla Risiera messa sul vagone ed è finita ad Auschwitz. (Quanti anni aveva?) Mia mamma aveva 22 anni. (In quel momento quando venne arrestata?) Sì. (Sa come andò? Vennero a casa?) Sì, vennero a casa. (Cioè andarono a colpo diretto? Sapevano che aveva fatto…) Qualcuno aveva fatto la spia. Ah, c’erano sempre quelli che faceva la spia, vero? Specialmente persone vicine. Non serviva andare molto lontano, in genere. (Le ha raccontato di Via Roma? O, in genere, della Risiera?) Lei è stata poco in Risiera perché il trasporto era avvenuto molto presto. Loro sceglievano le persone sane da portare in Germania a lavorare. E lei ha lavorato in Germania nella fabbrica degli U2, facevano pezzi in questa fabbrica, non aveva mai lavorato… (I missili u2?) Sì. (Quelli che colpivano Londra?) Londra, sì. Ha lavorato in quella fabbrica. (E quanto è stata lì?) Per due anni. (Fin alla fine?) Fin alla fine. Liberata dai russi. (E ci racconti, sa qualcosa di questa liberazione?) Ma prima lei ha fatto una vita bella perché lei era venuta a Fiume, andava al teatro, andava a sciare d’inverno… Dato che faceva la sarta, si cucivano i pantaloni per andare a sciare, andavano in montagna, andavano in bicicletta, d’estate al bagno poi… quello l’è rimasto fino alla fine dei suoi giorni. (E dove andava in bagno la madre?) In Bagno Riviera. (Quindi faceva parte di un ceto urbano…) Sì, ma Fiume era… cioè il ceto operaio erano tutti così. Avevano una certa cultura, andavano al teatro. Il teatro era pieno. Magari in Galleria, ma erano sempre là. Al cinema, andavano dappertutto, andavano a sciare. Cioè non c’era differenza anche tra i sessi, erano compagnie miste, ragazzi, ragazze… (La lingua sapeva qualcosa di croato?) Sì, sapeva ma quel dialetto che si parlava qua. (In questa zona?) Sì, il dialetto di Zamet, diciamo el ciacavo. (E come sapeva il ciacavo, secondo lei?) Ma perché qui c’era il confine, a quanto? Un chilometro. (E quindi andavano dall’altra parte?) Sì, andavano dall’altra parte. Specialmente andavano a comperare… Ogni mattina andavano a prendere il pane perché in Jugoslavia il pane era più a buon mercato. E poi dalla Jugoslavia, cioè Zamet era già Jugoslavia, venivano a comprare il caffè in Italia perché era zona franca. Allora il caffè era a buon mercato. Loro andavano a far la spesa, praticamente, la spesa a Zamet: pane, verdura, uova… perché erano più a buon mercato che a Fiume. E poi era più vicino anche. (E sa qualche cosa di questi scambi di confine, osterie o eventi? Qualche situazione che le ha raccontato la mamma?) Loro erano praticamente… si conoscevano tutti perché non era… cioè non c’era tanta gente, non c’erano tante case come oggi, si conoscevano praticamente tutti e poi il confine era innaturale al massimo perché la scalinata che va da Malenice (?) oggi fino al Cantiere 3 maggio, era Italia. Sopra la ferrovia era Jugoslavia. La gente che era lì andavano tutti ad abitare al Cantiere. Chiudevano il confine, non andavano al lavoro, ma robe da matti, o chiudevano il confine e non potevano da Castua andare al Ginnasio di Sussak perché era in lingua croata il ginnasio. Cose pazze. (Quindi andavano a Sussak a fare il ginnasio?) Sì, andavano a fare il ginnasio. (Quindi a Fiume c’era un travaso per la gente di qua e di là. Ma scusi, se quindi chiudevano il confine…) Sì. (Visto che questo confine era aperto in più punti… Cioè era aperto in più punti oppure…) C’era il fino spinato però, chi voleva, andava… passava da una parte all’altra. Ma chi doveva venire a lavoro, non poteva venire al lavoro perché dovevano passare il confine ufficiale. Non potevano scavalcare le reti o il filo spinato e passare dall’altra parte. (E i ragazzi? Sa se andavano da una parte all’altra?) Sì, ma i ragazzi erano tutti assieme perché la parte confinante anche se era Jugoslavia, c’erano… parlavano in italiano. Cioè il dialetto fiumano lo parlavano di qua come dall’altra parte. Cioè la parte italiana parlavano il dialetto ciacavo… (Quindi tra ciacavo e fiumano…) Sì e poi a Fiume si parlava poi ungherese e anche l’austriaco. Perché mia nonna, anche se era analfabeta, parlava quattro lingue: l’ungherese, l’austriaco (il tedesco), l’italiano e il dialetto ciacavo… e poi parlava l’istrorumeno, così cinque lingue. E poi le differenze tra religione e origine delle persone qui non si facevano perché mia mamma aveva un sacco di amiche che erano ebree, persino la figlia di un rabbino ed erano amiche. Frequentavano la casa senza nessun problema. (una grande libertà…) Una grande libertà. (I ricordi di sua mamma nel campo di concentramento…) Ma ne parlava poco perché passavano gli anni e più si commuoveva quando… e poi non poteva guardare quei film… “La lista di Schindler”… tutte quelle cose non le poteva guardare perché per lei era un trauma ogni volta che vedeva quello… ricordava spesso, la notte che hanno messo nei forni crematori tutti gli zingari che avevano portato in Auschwitz, cioè erano gli zingari ungheresi. Ricordava… ha detto che questi forni crematori tutta la notte fumavano e si sentiva questo odore tremendo che ne usciva. Si ricordava di molte persone… fiumani che aveva incontrato lì, specialmente ebrei. Di persone ebraiche che erano di matrimoni misti cattolici e ebraici che si erano dichiarate cattoliche e che le dicevano sottovoce: “ti prego non dirmi che sono ebrea.” Ha detto mia madre: “non mi è mai passato per la mente, sapendo cosa succedeva agli ebrei…” Lei era come politica… i peggiori controllori, cioè erano baracche di donne… (I kapo) I kapo. Blokova. Erano le polacche che erano le più schifose di tutte. (Quanto tempo ci mise sua madre a capire che cosa accadeva esattamente al campo di concentramento?) Subito perché quando gli hanno divisi e uni sono andati da una parte e non li hanno visti più, hanno capito che qualcosa non andava, poi hanno anche incontrato. Lei lì era… la trattavano come italiana, perché veniva dall’Italia, e subito questi gruppi di persone si dicevano: “guarda che succede così, guarda che succede colà. Stai attenta di questo, stai attenta di quello.” Perché erano persone che erano lì già da tre anni. Erano i primi arrivati nei campi di concentramento tedeschi. Perché prima di tutto hanno fatto pulizia a casa propria dei politici, di persone sospette… (Sovversivi…) Sì, li hanno messi dentro… gli handicappati hanno pulito subito tutto. E poi omosessuali, tutti dentro… Poi a Fiume un po’ si tanbascava di tutto. Allora qualcosa si sapeva, qualcosa ha imparato anche là. (E le ha raccontato di qualche personaggio? Qualche persona in particolare?) Ma lei raccontava più fatti che persone, perché aveva alcune persone… la professoressa Maggiorana che era professoressa al ginnasio di Sussak dopo la guerra. Lori erano amiche e si sono trovate là e poi, quando si sono divise tornando a casa perché la professoressa aveva la famiglia che viveva a Praga. E lei è rimasta a Praga nella via di ritorno. Mia mamma c’ha messo due mesi per tornare a casa. Loro sono stati liberati il 9 maggio, cioè quando c’è stato l’armistizio per tutta l’Europa, quel giorno sono stati liberati. (Dai russi?) Dai russi. Perché come si avvicinavano… l’esercito russo… così li portavano più a occidente perché i tedeschi li volevano incontrarsi con gli alleati, cioè gli americani, gli inglesi e i francesi perché avevano paura dei russi. (Il numero di tatuaggio della madre?) 88… ma non c’entra nulla il numero. (Curiosità. Perché lei da bambina, probabilmente, lo vedeva… giusto?) Giusto. Sì e quella è stata la prima cosa che le ho chiesto perché, quella volta, non erano tatuati. Erano tatuati i marinai e le donne non si tatuavano, allora mi pareva strano questo numero. E poi scritto al rovescio perché come tatuavano, loro tatuavano dalla parte al rovescio. (Per farlo leggere a un’altra persona?) No… cioè sì. Tu lo leggevi a rovescio 80…8000…460 e qualcosa. Dovrei andare a vedere. (Che rapporto aveva con questo tatuaggio la madre? Lei lo notava?) Io, da più grandicella, quando sapevo di cosa si trattava e così, non lo nascondeva, non lo nascondeva… forse da principio lo nascondeva… Io, durante il mio lavoro, ho conosciuto una signora all’ospedale che ho visto il numero e le ho detto: “Lei era ad Auschwitz?” E lei mi fa: “Come sa?” “Perché lo aveva anche mia mamma” Ecco, adesso mi vengono i brividi. (Prima ha menzionato che c’erano anche altri fiumani, si ricorda di qualche nome?) Sì, ho detto la professoressa e la… lei faceva la maestra… insegnante alla Gelsi, mi ricorderò del cognome… Era una delle sorelle… era mia insegnante di ginnastica alla Gennari, una era la mamma di Chinchela e una era maestra alla Gelsi, era con la mia mamma anche alla Auschwitz. (Lei ha detto che si ricordava di fatti. Qualche altro fatto?) … di fatti, sì. SI ricordava questi fatti, poi si ricordava… questo ha raccontato dopo, quando ero già grandicella, da bambina no, ma diciamo da bambina mi raccontava che cantavano, si mettevano assieme, poi mi ha raccontato della fame, dell’acqua sporca con due bucce di patata che mangiavano l’erba dei prati. Se trovavano un filo d’erba perché tutti si buttavano là… del lavoro; dei bambini che, quando passavano quando andavano alla fabbrica, gli lanciavano le pietre, i bambini in Germania; dell’ordine tedesco. Già quella volta mettevano tutte le pietre sopra un’altra lungo la strada. Tutto il materiale veniva messo accatastato per un domani. Delle persone che lì… si ricorda di una persona anziana… di un vecchio che doveva fare la guardia come richiamato e che gli lasciava il suo pezzettino di pane sotto gli stracci della macchina. C’erano anche là persone così. E… di questi fatti… E poi spesso raccontava del ritorno a casa. Quello, prima di tutto, della grande gioia del ritorno a casa… (Due mesi ha detto…) Lei non ha voluto aspettare la Croce Rossa per tornare a casa, ma sono partite lei e alcune persone: una signora di Albona, una signora di Veglia, la professoressa e alcune sono partite da soli per tornare a casa… (Come viaggiavano?) Viaggiavano sui treni che tornavano… che andavano verso sud, loro salivano su questi vagoni e la maggior parte dei treni erano pieni di frumento, e dovevano mettere su le tavole per non sprofondare in questo frumento. Ha detto: “Mai, in vita mia, sono stata tanto abbronzata come quell’estate.” Perché erano sempre all’aperto. (E come mangiavano? Si fermavano?) La gente gli dava quello che aveva. Quando sono entrati, perché sono entrati dalla Vojvodina, attraverso l’Ungheria, sono entratati dalla Vojvodina in Jugoslavia. Quando sono entrati dalla Vojvodina, la gente è venuta a chiedergli aiuto a loro. Han detto: “Ma noi torniamo dal campo di concentramento, non abbiamo niente.” Non avevano niente. Però da mangiare c’era, si trovava da mangiare. La gente erano tutti ben disposti ad aiutare, a dare, pero, più di tanto non avevano neanche loro. (E lei era in un gruppo di persone della zona, quindi?) Sì, sì, della zona. Quando sono entrati in Jugoslavia, hanno ricevuto un lasciapassare, che io ho ancora oggigiorno, che è scritto in cirillico. I fiumani dicevano: “careghete ribaltade.” E tutto scritto in cirillico, ma dico “Ma mamma, ma come andavi tu in giro con questo lasciapassare?” E ho detto: “Ma qui scrive che vai a Fiume?” “Sì, scrive che va a Fiume, ma io non capivo cosa scriveva là.” E sono arrivati fino a casa. Quando si è presentata alla porta, mia nonna ha aperto la porta e mia nonna le ha chiesto: “Signora cosa desidera? Cosa vuole?” (Era dimagrita moltissimo?) Non l’ha riconosciuta. Aveva quaranta chili, neanche. Vabbè, non era molto alta mia madre, un metro e sessanta, però pelle e ossa. Ancora non si era rimessa per il viaggio, probabilmente aveva ancora meno. (Ed era l’estate del ’45?) Sì. (E d’allora, qual era la vita?) Ha fatto… si è rimessa un po’, è andata all’ufficio del… come si chiamavano… sede della liberazione popolare… “Comitato della Liberazione Popolare,” lì è andata perché… e lì l’hanno subito messa a fare, organizzare questi asili a Fiume. La cucina dove si dava il latte per le mamme, che oggigiorno è dove è l’ambulatorio… vicino l’entrata dell’ospedale… c’è l’ambulatorio e lì c’è ancora l’ambulatorio dove davano il latte ai bambini fino a pochi anni fa. Quello l’ha organizzato mia mamma. (Quindi lavorava lì?) Un gruppo di donne fiumane che sono riuscite ad organizzare, con quello che avevano, poi c’era l’UNICEF che aiutava. C’erano gli aiuti che venivano dalla Croce Rossa Internazionale e così riuscivano a sopperire a quello che mancava per i bambini a Fiume. (Le ha parlato della politica di quel periodo a Fiume?) Più di tanto non si interessavano di politica. Loro aveva i propri ideali, lavoravano per questi ideali, lavoravano ma non facevano politica. Non si mescolavano in queste beghe che c’erano a Fiume. Poi a Fiume era tutto bilingue, parlavano italiano e nessuno diceva niente. Così che era tranquilli. Ma quella volta non era in croato, quella volta nessuno parlava croato. (Allora organizza questo dispensario…) … Per il latte materno… (Come mai decide di organizzare questo dispensario?) Perché nel dopoguerra c’era bisogno di latte per i bambini, allora dato che l’Unicef mandavano il latte in polvere, loro preparavano il latte che venivano a prendere le mamme. Non soltanto per i neonati ma anche per i bambini più grandi. Non c’era latte, mancava tutto praticamente. Mancava tutto. Specialmente i primi mesi dopo la guerra mancava tutto. Soltanto si viveva di aiuti dell’UNRRA che era l’organizzazione dell’ONU che mandava gli aiuti alimentari e dell’UNICEF che mandava aiuti per i bambini. Si viveva di quello e chi aveva un po’ di orto… (Ha lavorato tutta la vita al dispensario o?) No, fino al ’49. (Dopo?) Pulito. È arrivato il Cominform, pulite tutte queste persone che erano in posizione di comando o di organizzazione a Fiume. Tutte sono andate… cioè sono state messe da parte. E sa cosa facevano? Scopavano le strade. Le hanno messe a scopare le strade e questo i fiumani si meravigliavano perché erano persone che erano conosciute in città e allora si mettevano la pelliccia e scopavano la strada. (Ma il padre e la madre erano già sposati?) No, si sono sposati nel ’50. (E perché nel ’49 sua madre fu colpita anche lei?) Oh, perché… perché era in quella posizione che era… e poi perché era in contatti con una persona sospetta che era già stato dichiarato ladro. Mio padre è andato a Goli Otok come ladro. Lo hanno accusato di aver rubato i soldi per il sindacato… che il sindacato aveva raccolto per le vedove. Trovavano accuse per tutti i tipi. Perché loro non erano, praticamente, erano tutti comunisti ma internazionalisti, erano legati più al partito comunista italiano che a quello jugoslavo. Erano persone di altre vedute. Non erano nazionalisti e sono stati ripuliti tutti. (Ma quindi era una pulizia che andava al di là delle strette persone responsabili di una posizione a favore del Cominform? Ma fu una cosa che si estese molto di più?) Ma sì. (E chi colpì, secondo lei? In che maniera era fatta? Per esempio, sua madre, lei ha detto che era in rapporti. Con suo padre? Perché la madre che…) Sì, ma tutte le famiglie venivano colpite in questo modo. Guardi che mio padre, quando è stato accusato e che l’hanno portato prima in prigione a Goli Otok, la signora dalla quale lui viveva già da tre anni, è venuta da mia madre e le ha detto: “ti prego porta via tutta la sua roba”, il vestiario, i libri e tutto, “perché io ho paura di finire nei guai.” Soltanto per questo che lui era residente a casa di questa signora. Aveva paura di quello. (Furono colpiti molti italiani di Fiume o molti italiani erano venuti da fuori?) Molti italiani di Fiume. Perché quelli che sono venuti fuori se ne sono andati quando ha iniziato questa caccia alle streghe.. se ne sono andati a casa. E i monfalconesi se ne sono andati tutti quasi via. Rari sono rimasti qui. Proprio rarissimi quelli che si erano fatti una famiglia o persone che non avevano nessuno più dove andare, ritornare… Ma gli altri sono tutti andati via. (Oppure qualcuno che era particolarmente ostinato e che voleva continuare come La Pietra e altra gente…) Ma pochissimi sono rimasti così perché la maggior parte sono stati colpiti. I primi a finire a Goli Otok sono stati gli istriani e i fiumani. Hanno ripulito tutti gli italiani. (Quindi c’era anche un po’ un atteggiamento di sospetto verso chi era di lingua italiana?) Ma, sì. Anche se a Goli Otok c’erano persone da tutta la Jugoslavia che sono arrivate là. Vabbè che siamo i più vicini però sono stati i primi ad arrivare quando non c’era niente. (Quindi il dispensario di sua madre, scusi se torno su questo, fu chiuso… Fu ripulito dalle persone, ma la madre non era accusata di qualcosa di specifico?) No. Soltanto di aver i contatti, conoscenze e loro, in questo modo, si sono disfatti di tutte queste persone. (Quindi facevano il vuoto attorno?) Sì, sì. (Però la madre non è finita in galera?) No, no. Però sempre sospetta, eh. La polizia veniva a casa, andavano in cerca di qualcosa… Mia madre aveva tutti i parenti a New York. Delle lettere: “Fate propaganda a favore dell’America” “Avete contatti…” e cose così. (Ma erano già assieme col suo marito?) Sì, non erano sposati ma erano già assieme. (E, dunque, quando hanno iniziato…) Sì, sono conosciuti, non so giusto, nel ’48, nel ’49. (Sa qualcosa di quando si conobbero? Le circostanze?) Non più di tanto, ma sa cos’è? Quella volta, le persone che erano in certe posizioni si ritrovavano in varie riunioni dove si definiva il da farsi, come aiutare la popolazione, cosa… così si conoscevano. E poi la città si era svuotata. Non c’erano tanti abitanti più. (Però c’erano luoghi di divertimento anche?) Ma sì. Anche il Cantiere dove si organizzavano serate, si conoscevano così. (E dopo pochi mesi che mamma e papà si sono conosciuti, il papà finisce a Goli Otok?) Sì, non so, sarà passato un anno da quando si sono conosciuti. E quando è ritornato, nel ’50, dopo un anno, si son sposati. (Quanti mesi ha trascorso a Goli?) Papà è stato a Goli, ma loro… i primi non sono stati tanto a lungo. Adesso non lo so, se sono stati tre o quattro mesi. Essendo andati lì in autunno… prima dell’inverno… No, era già inverno quando è tornato a casa. E dopo l’hanno mandato a fare il riservista, anche se loro, come partigiani non avevano l’obbligo di fare il riservista, l’hanno mandato a Tuzla. (In Bosnia ed Erzegovina…) A malapena conosceva la lingua e poi ha detto che era la prima volta che aveva visto un cimitero musulmano. Non aveva mai visto i musulmani. Cioè non aveva avuto contatti con queste persone. Ha visto per la prima volta nella sua vita un cimitero musulmano. (Però questo a Tuzla. Ci parli prima di Goli Otok? Che sa? Sa qualcosa di questo suo arresto? Con chi rimase? Qualcosa della sua esperienza drammatica?) Rimase lì… l’esperienza è stata molto drammatica. Personalmente, loro parlavano poco di questo. Pochissimo. C’era il papà della professoressa Pitacco che era il testimone di matrimonio dei miei genitori. Anche lui era stato là e poi un amico che poi è andato a Milano… e l’altro testimone di matrimonio che dopo è rimasto qua ma anche lui è andato in Italia. Il papà della professoressa Pitacco, ogni mattina, quando la portava a scuola, allora veniva a fare la chiacchierata con mio papà. E io, quando sono diventata adulta, ho detto: “Ma voi due proprio la tirate che la polizia vi controlli cosa discutete, cosa fate.” Perché erano sospetti sempre. Sempre sono stati sospetti. Mio padre m’ha detto così, quando sono andata all’università: “Non fare mai politica. Sappi che sei sempre su una lista nera.” (Marchiata a causa dei genitori?) Sì. (Ovviamente a casa si parlava il fiumano, giusto?) Sì. Io non ho mai sentito questo. Non è stato mai qualcuno che deliberatamente m’ha detto qualcosa o così, però sono sempre stata fuori dalla politica. (Ma lei sentiva questo che era marchiata?) No. Al Liceo no. Alla scuola italiana, tutt’altro. E all’università… penso che la scuola di medicina è abbastanza democratica. Si interessava più di scienza e non di politica. Ma non mi sono mai… cioè, ho avuto sempre contatti con questi ragazzi che facevano politica però non sono mai entrata in politica. E non mi sono mai esposta di dire “questo, secondo me, ha ragione, quello torto.” Neanche nella primavera croata. (Soprattutto a causa dei genitori che consigliavano?) Senz’altro. Senz’altro. (Al ritorno da Goli Otok, va a Tuzla…) Va a Tuzla, sì. Finisce a Tuzla, dove rimane un periodo, non so neanche, so soltanto che era inverno e che faceva un freddo cane che gli ghiacciavano i baffi dal respiro, però era un freddo diverso dal nostro perché non c’era vento. Era silenzioso. E lì… lui l’ha aiutato molto faceva l’elettricista. Cioè andava in giro, gli facevano cambiare lampadine e cose del genere. E lì gli è successo un fatto molto… così un aneddoto molto simpatico. Dato che erano i ragazzi di leva da tutta la Jugoslavia… (Reservista… in punizione) E allora sente due ragazzi che parlano dietro a una catasta di legna e, come oggi quando andiamo sull’autobus e qualcuno parla fiumano e allora subito lo senti, lui ha sentito due ragazzi che parlavano friulano. E, piano piano, ascoltava cosa stavano dicendo. (A Tuzla?) A Tuzla. (Perché lui era di famiglia friulana…) E uno gli fa all’altro: “Appena vado in licenza, vado subito da mia zia oltre il confine.” Allora ha capito che erano ragazzi di Gorizia. Di Nova Gorica. Non di Gorizia. Erano due cugini e loro parlavano tra loro in friulano perché sapevano che non li poteva capire nessuno. E uno gli fa all’altro: “Mai stai attento che quello là capisce.” “Ma non capisce niente, quello lì viene da Fiume, parla il dialetto fiumano e sicuro non si capisce.” “Pensa,” mi fa “se avessero saputo che sono friulano, che ho capito tutto quello che stavano dicendo, si sarebbero sparati dalla paura che facessi la spia.” Allora già pianificavano come sarebbero andati al di là del confine appena arrivati a casa. Le cose che succedevano a quei tempi. Appena potevano attraversavano il confine e se ne andavano. Le strade erano sempre… i locali sapevano i buchi da dove si poteva passare. (E non ha pensato ad andare via il padre?) Non poteva andare via. Gli pendeva sulla testa… (Ma ha conoscenti, amici, che scappavano?) Sì, un sacco sono andati via perché avevano la possibilità di andar via. Cioè gli hanno lasciato la possibilità di andar via. (Molte delle persone che sono venute anche con lui dal Friuli?) Sì, un sacco di persone sono tornate indietro. (Ma qualcuno è rimasto fino a fine anni ’50 che lei sappia?) Il papà di Rivetti. È rimasto poi… che anche lui era friulano, era di un paese vicino a mio papà. Si conoscevano anche da giù e, poi, ma… pochi sono rimasti, sì. Pochi sono rimasti. (E nella famiglia qualcuno che è andato via al di là…) No, mio zio sempre minacciava che sarebbe andato via ma non si è mai mosso da casa. (E come mai?) Aveva il suo posto di Cantiere 3 maggio, dove è entrato a 14 anni e lo hanno mandato in pensione per raggiunti limiti di lavoro. Non età perché aveva 45 anni di lavoro, dovevano mandarlo in pensione. È il papà di Andrea Velicogna. E ha trascorso tutta la vita lì. Oggi se vedesse il Cantiere, ne morirebbe subito. (E lui diceva di andar via?) Sempre. Ma non è mai andato. La sorella di mia mamma, più vecchia di lei, lei è andata in Italia. Perché? Perché era sposata con un militare, cioè il marito di mia zia… loro si erano sposati prima della guerra e lui faceva il militare di carriera e lui è andata via con lui. (Sono scappati subito…) Sono andati via subito perché nel ’43… lui poi è finito in prigione da qualche parte… e lei è rimasta qua ma quasi fine alla fine delle guerra poi è andata in Italia. (Come le persone… lei viveva in questa famiglia particolare… le persone che hanno lottato per un avvenire diverso o addirittura il padre era arrivato. Comunque, erano persone in qualche maniera a cui successero queste disavventure, purtroppo, drammatiche che avevano comunque scelto Fiume in qualche maniera… Come la sua famiglia in generale vedeva quelli che erano andati via? C’era… In che maniera i cosiddetti profughi o esuli?) Ma il contatto con gli esuli è iniziato nel ’57-‘8. Hanno iniziato a tornare qui d’estate. Fino a quella volta erano pochi i contatti. Erano contatti epistolari con persone che si conoscevano ma, in genere, nessuno commentava questo. Era una loro scelta e nessuno diceva niente. Forse guardavano con un po’… ma, non so come definirlo, di tradimento. Ma non di tradimento verso la Jugoslavia, tradimento verso la città perché si era svuotata la città. Io, quando sono andata in prima, noi in classe eravamo in 21, in prima elementare… (Dove?) Alla Mario Gennari, oggi San Nicolò. (E che anno era?) ’58. Fino alla quarta elementare siamo rimasti più o meno così. In ottava, eravamo tre della nostra generazione. Persone che sono andate via perché hanno deciso di andar via. Nel ’63-4, c’è stato un altro esodo da Fiume. (C’erano le carte? C’era la possibilità di uscire?) Sì, hanno fatto un altro esodo e parecchia gente e questo sono andati via. Persone che avevano delle professioni specifiche perché mi ricordo le mie compagne di classe due che erano due cugine, i papà, tutti e due lavoravano al Cantiere 3 maggio e avevano… erano dei tecnici superspecializzati. Se ne sono andati a Savona a lavorare lì al Cantiere. Il posto di lavoro lì aspettava. Poi sono venute si è iniziato anche a far pulizia, cognomi croati. Si mandavano nelle classi croate o bambini che avevano dei problemi anche, cioè di sviluppo, non era handicappati ma studiavano poco oppure non riuscivano a seguire il programma scolastico, venivano messi nella scuola speciale, si chiamava. (A Fiume?) A Fiume. (Che era in lingua croata?) Che era in lingua croata. (Ma c’erano passaggi anche dalla sezione in lingua italiana alla sezione in lingua croata?) Sì, perché fino alla quarta elementare c’erano le classi croate alla Gennari, a quei tempi. E poi andavano alla scuola Turnić a Torretta. E quella volta, terminata la quarta, li facevano andare nella scuola croata. Erano anche persone che non sapevano parlare croato. Io la prima lingua slava che ho imparato era il serbo, perché? Perché questo complesso di appartamenti che hanno fatto qui davanti alla mia casa, nel mio orto, era militare. Ed erano militari da tutta la Jugoslavia e parlavano il serbo, non parlavano il croato. Così che… vabbè aveva poca importanza… l’importante che noi bambini ci capivamo e giocavamo tra noi. C’erano genitori che erano contentissimi parlassimo italiano perché questi bambini potessero imparare l’italiano. Anni molto strani, molto difficili. (Senta, prima di parlare delle scuole, io vorrei tornare all’ambiente di lavoro della Torpedo del padre che, in qualche maniera, torna a Fiume e continua a lavorare? Come funziona?) No, dopo tornato è andato a lavorare in una piccola officina elettrica. (Non l’hanno fatto tornare?) No.. elettrica… che si chiamava Struja e dopo di questo è andato a lavorare alla Elettromeccanica che quella volta si chiamava la via Vodovodna in Scoglietto ed è andato a lavorare là e là poi ha fatto il capoofficina fino al pensionamento. (Una volta rientrato a Fiume, rivede sua madre, giusto?) Sì, si sposa nel ’50. (Lei, purtroppo, la ritrova che fa?) Niente. Faceva la casalinga. E faceva… mia mamma essendo sarta di mestiere si è messa a lavorare in casa, cuciva in casa e… (Sapeva che anche Nerina era stata in qualche modo…) Sì, queste cose tutti si sapeva. Loro tra loro parlavano, ma non parlavano con gli altri. Gli altri, fuori dall’ambito familiare, non conoscevano queste storie. Non si parlava di questo. Era tabù e non si doveva parlare perché sennò arrivava la polizia direttamente in casa. (Si sposano nel?) ’50… (E subito…) Dopo un anno nasco mi, sì. (Parliamo di questioni politiche che magari c’erano al tempo del comunismo e che hanno influenzato la vita dei suoi genitori, ma anche il nonno ebbe pressioni politiche? Diceva che doveva allestire la…) La camicia nera perché essendo un funzionario statale dovevano mettere tutti la camicia nera. Allora è venuto a casa e ga detto: “Ma non me importa. Maria prendi quel tuo grembiul che ti ga, quella traversa nera e famme una camisa.” “Come te farò una camisa de una traversa.” “Ben, basta sol il davanti altro non me occorre.” E lui doveva vestirla per andarla al lavoro. (Alla capitaneria di porto?) Sì. Solo davanti… Quelle camice così. SI vedeva solo davanti e poi l’uniforme di sopra… Erano persone… Cioè mia nonna portava il “Soccorso Rosso” ogni mese. E dov’era il “Soccorso Rosso” me l’ha raccontato. In Brajda prima dei sindacati cioè prima del passaggio della ferrovia, il passaggio pedonale, c’è un portone a cupola che si entra in una specie di cortile interno. Un fotografo era sempre là tanti e tanti anni. Lì dentro si portava il “Soccorso Rosso.” (Cioè? Ci spieghi cos’era il “Soccorso Rosso”?) L’aiuto per il partito comunista, cioè per tutti quelli che erano al confino, per quelli che erano scappati. E per questo la gente, portava quanto si poteva un obolo mensile. Anche dopo sotto il fascismo specialmente. (Anche se il partito comunista non aveva attività a Fiume?) Ma prima della guerra, sì. Il Partito Comunista Italiano, lo portavano a loro l’obolo. (Esisteva il partito comunista a Sušak dove tanti fiumani italiani si erano associati.) (E dunque c’era una rete?) C’era una rete a Fiume… di antifascismo forte. (Però era pericoloso fare questo?) Sì, era pericoloso però le donne fiumane avevano sempre avuto tanto coraggio. (Quindi Nerina era nata in una famiglia dove già c’era un’attitudine antifascista?) Sì. La cugina di mia mamma, dalla quale io ho preso il nome, era una caduta partigiana di Albona. Però adesso, ad Albona, scrivono il nome alla croata però era cugina di mia mamma. (Cioè, come lo scrivono?) Liča con la č. (Anche per pino Budicin lo scrivono…) (Ma l’albonese fu parecchio colpito dal processo di croatizzazione…) Gli albonesi sono delle… sono sempre contro. Erano, adesso, è un po’ annacquato lì con tutte le nazionalità possibili per via della miniera, però, durante il fascismo, parlavano, fra virgolette il croato, perché quello che parlano loro è una cosa obbrobriosa e dopo la guerra, quando gli veniva imposto di parlare il croato, parlavano in italiano. (Erano colpiti?) Molto. Come Lussino, chiusa la scuola durante la notte. Sono cose che si sono ripercosse molto e hanno fatto… e hanno spinto tanta gente ad abbandonare queste parti. (Furono colpite dal decreto Perus… (?) in maniera pesante sulla chiusura delle scuole. Senta torniamo a Fiume e…) (Io volevo farle una domanda per la madre, Nerina, il fatto di essere stata sopravvissuta ad Auschwitz, la aiutata in qualche modo?) No. È stata, soltanto, il governo italiano le ha dato la medaglia al merito come deportata e, finché era in vita, ha avuto una pensione minima come ex deportata. Dalla parte, qua, cioè jugoslava, poi croata, non ha avuto mai niente. (Mentre il babbo, come deportato a Goli Otok, ha fatto…) Niente. Ma niente. Niente. Mai niente. (E fino a quando è vissuto il padre?) Mio padre è morto a 66, cioè nell’87. Invece mia mia madre, come nella tradizione di famiglia è vissuta fino al 2003. Aveva 84 anni. Sì, sì, bene. Tutta la famiglia… mio nonno è morto molto presto dalla parte paterna nel ’57, come è arrivata qui la Jugoslavia, così è stato pensionato automaticamente dalla capitaneria di porto. E perché gli mancavano alcuni mesi alla pensione piena, lo hanno mandato a lavorare come guardiano all’allevamento di polli a Pehlin. (Senta, ci parli, invece, delle scuole. Prima dicevamo che la sua è una famiglia di quattro generazioni alla Antia Garibaldi/Mario Gennari/San Nicolò, ci parli di questa scuola. Come l’ha vista lei anche, perché lei è nata in questa zona…) Prima di tutto, la zona è completamente cambiata. Era una scuola piena di vita ed eravamo tanti bambini che parlavamo italiano, quella volta. In tutte queste case che sono sopra la scuola, li erano le case degli operai che lavoravano alla Torpedo, il Cantiere e parlavano tutti l’italiano. (Questo ancora quando lei comincia ad andare a scuola?) Sì, sì. (Lei inizia nel 1958 la scuola?) Sì. In prima elementare. Noi eravamo una classe combinata perché mancavano già gli insegnanti. Allora eravamo la prima e la terza insieme. (Si ricorda qualcosa degli insegnanti che ha avuto?) Io mi ricordo le facce ma non mi ricordo i nomi più. (E si ricorda…) Ma mi ricordo soltanto che la mia insegnante… cioè dalla maestra della prima e seconda elementare, non era proprio ben voluta. Prima di tutto, non potevo star ferma. Primo. E poi, col tempo, sono diventata il contrario. Quello che dicono “culo quadrato” delle ore potevo stare seduta, leggere e scrivere, poi all’università questo erano ore interminabili e non potevo star ferma. Poi in classe, la classe che era due anni più vecchia di me, Nevia Rigutto, canterina già quella volta, Alida Del Caro, mia cugina più vecchia, tutte canterine, ballerine, tutte… Io invece ero come un elefante. Mi piaceva giocare, mi piaceva correre, avevo i ginocchi che facevano pena. Cioè ero tutto un’altra persona, non ero ben voluta. Per fortuna, in quarta elementare, siamo stati divisi, loro sono andate in quinta e in terza elementare. E quella volta la maestra era quelle di vecchio stampo, se facevi qualcosa ti tirava l’orecchio. Però, se facevi la brava, allora ti dava il premio, diciamo. Un feeling? Ho trovato un feeling con lei. Cioè era la persona che era adatta a me. Quei tempi, il professor Luppi era professore di italiano alla Gennaio e, leggendo un mio tema, in quarta elementare, ha detto: “questo è impossibile che l’ha scritto l’Antonelli.” Perché io, prima, scrivevo, scarabocchiava, le doppie poi sono sempre state un problema perché per i veneti sono un problema sempre. Però dopo non facevo errori di ortografia, un po’ disordinata sono rimasta sempre e da quella volta mi è piaciuto molto leggere, studiare, specialmente la natura, le scienze, la matematica. Ero… professor Chinchela che era il diavolo a scuola, per me era fantastico, io con lui andavo d’accordo, d’accordissimo… (Tra i ragazzi si parlava fiumano?) Sì. No, non si parlava croato, ma neanche per sogno. (Coi ragazzi delle sezioni croate?) Sì, si comunicava, si giocava con loro. (In croato?) In croato. (Loro non sapevano il fiumano?) No. Ma la maggior parte erano gente che erano venute da fuori Fiume. Non erano del circondario perché qui, praticamente, le persone che vivevano che sapevano anche l’italiano, vivevano alla periferia della città. Ai confini… In questa zona qua, essendo andate via molte persone, gli appartamenti sono stati dati in affitto tutto a persone venute da fuori. (Quindi, anche lei, quando giocava qua fuori?) No, in strada si parlava italiano. Poi, prima di tutto, la strada non era asfaltata, era strada bianca. Passava un carro al giorno, camion miliari, qualche camion e nient’altro. (Questa che strada era?) A quel tempo si chiamava Istarska. (E Prima? Santa Entrata.) Santa Entrata, prima però. Qui noi giocavamo o di fronte o in strada, o quando costruivano questo complesso che era nato come mercato cittadino, questo complesso vicino la nostra casa. Perché erano due case diroccate durante la guerra. Per questo mancano anche due numeri qua. Noi giocavamo qua fuori tutti sotto l’occhio vigile delle nonne. E non si faceva differenza, il tuo, il mio, il suo. Se era qualcuno da richiamare o anche di dargli una per il didietro e poteva essere la mia nonna, la nonna dell’amica che abitava di fronte o qualunque, nessuna differenza. Poi, quando siamo cresciuti un po’, quella prima casa di questa fila erano molti fiumani, fiumani e istriani. Allora, questi ragazzi che parlavano italiano venivano a giocare con noi. Di questa seconda casa nessuno. Interessante, nessuno. Così che le compagnie si sono formate qua. Poi si andava al bagno tutti assieme diventati un po’ più grandini. Si andava a scuola, prima andavano alla Gennari, poi alla scuola Turnić, poi hanno fatto la scuola che abbiamo oggi, poi la scuola là. Però noi stavamo tutti assieme senza nessuna differenza. Noi non sapevamo cosa fossero serbi, cosa fossero croati, cosa fossero bosniaci. Gli sloveni, sì, perché parlavano un po’ diverso però stavamo tutti assieme e giocavamo tutti assieme senza alcuna differenza. Gli unici, però, che erano bilingui eravamo noi perché parlavamo uno e l’altro, quegli altri no. Ma ho avuto una bella infanzia, bella. Con tanti amici, tanti ragazzi che poi sono tutti andati via. Si sono sposati e sono andati via da questa parte della città. Sono rimasti i vecchi e i vecchi sono quasi tutti morti. Qua non c’è quasi nessuno di quelle generazioni là. (E invece al Liceo?) (Il Liceo lo fa alla fine degli anni ’60. Quindi a che anno finisce l’elementare? Quando comincia il Liceo? Nel ’66?) Nel ’66 e termino nel ’70 che mi iscrivo all’università. (Sono degli anni anche, insomma, un po’ particolari oppure?) No. (Al Liceo non si avverte?) Non si avverte. Da noi, in classe, è venuta soltanto una ragazza dalle scuole croate. E lei ha iniziato a parlare croato con noi perché non sapeva l’italiano. E per forza maggiore noi ci rivolgevamo a lei in croato. E questo qua, credo sia stato l’inizio ma forse no… perché nelle altre classi non erano così. Ma noi parlavamo tutti italiano, capiva lei o non capiva, noi parlavamo tutti in dialetto in classe. Fuorché la Curtini che erano ritornati da Napoli, il papà faceva prima l’allenatore a Napoli, poi erano tornati… parlava italiano con l’accento napoletano. Noi a sbilencarsi dal ridere perché era da ridere. Eravamo una bella generazione. (Gli anni del Liceo. Il professor Venucci, il professor Schacherl…) La Visin, la Ilijasich, mi son di quella generazione. Mi xe morto Tullio, mio compagno di classe. (E Schacherl era ex partigiano?) Sì, ebreo. Schacherl era ebreo. Però un professor de filosofia fantastico. Noi a differenza del Ginnasio croato, Fiume, Sussak, parlavamo di tutto. Ci chiudevamo a chiave nell’aula perché eravamo divisi in classico e scientifico. E scientifico aveva meno persone perché era un po’ più difficilino. C’era più matematica, chimica, scienze; e il classe era invece più materie, anche se le facevamo insieme, più materie letterarie, un po’ più di inglese e così. Noi ci chiudevamo nella nostra aula e si parlava di tutto. Di politica in Jugoslavia, politica mondiale. A quei tempi c’era la guerra in Vietnam, si parlava di quello. Di quelle notizie che noi capivamo e sapevamo guardando la televisione italiana perché noi le informazioni le ricevevamo da due fonti e allora più informati. E si discuteva con lui di questo. (Schacherl parlava dei suoi anni in bosco?) Poco. Poco. (Invece con Venucci? Il suo rapporto con Venucci?) Con Venucci il rapporto era… cioè noi… io mi sento tante volte in colpa perché noi lo maltrattavamo. Essendo lui un signore, ed è stata la prima persona che mi ha dato del lei quando avevo 15 anni, lui dava del lei, vecchio sistema austroungarico. Noi lo maltrattavamo perché i ragazzi venivano e gli facevano sul registro, mettevano e gli dicevano: “qua la scrivi cinque.” “Mi oggi la me scrivi cinque.” Ma una roba da piangere perché lui era un signore. E ci insegnava la storia dell’arte. Era meraviglioso. Una cultura immensa. Erano professori di una cultura immensa che oggi credo è difficile trovar. (Finito il Liceo, si iscrive all’università di medicina, qui a Fiume?) … A Fiume. Esame di ammissione. Settembre del ’70. Cinquecento partecipanti. Della mia generazione del Liceo, tre fanno l’esame di ammissione e vengono ammessi tutti e tre. E tutti e tre abbiamo terminato l’università di medicina. Noi siamo stati la generazione del ventennale. Nel ’75 perché abbiamo terminato nel ’75, ma i primi anni erano soltanto certe materie. Quelle materie diciamo cliniche, non erano… ma era una bella università a quei tempi. Era una bella università. Parecchi professori che venivano, dopo aver lavorato per parecchi anni all’estero, il professore di chimica era russo, il professore di farmacologia era serbo ma aveva lavorato alla Sorbona. Cose da non credersi proprio. Bellissimo. (E poi la specializzazione in?) Neurologia. (Prima di passare all’esperienza professionale, prima parlavamo del Liceo e dell’università come periodi della gioventù a Fiume e anche degli svaghi. Si andava ad Abbazia?) Sì, sì, noi andavamo ad Abbazia. Non si andava Crkvenica, ad Abbazia il nostro… poi c’erano parecchi balli anche n città, specialmente d’estate, all’aperto. Parecchi posti dove si ritrovavano tutti i giovani di Fiume. E poi d’inverno c’erano delle sale dove si andava anche, ci si ritrovava i ragazzi e ragazze della città. Più o meno ci si riconosceva tutti. E poi il Corso era… si andava su e giù. (Ma c’erano i primi cosiddetti “klub” c’è un passaggio, in quel periodo, tra il ballo un po’ più tradizionale e quelli moderni. Stiamo parlando di fine anni sessanta e inizio anni settanta. Lei vive questo cambiamento perché in Circolo continuava ad essere l’orchestra…) Sì, sì, ma in Circolo si andava soltanto per certe occasioni, Capodanno, noi… Carnevale e così. No, no, perché era già per persone di una certa età. La musica era anche tale, più adatte a persone più adulte, diciamo. (Con l’orchestra.) Con l’orchestra. (E altri luoghi, invece, da ballo a Fiume quali erano, quando era giovane?) C’era il “Nafta,” “Tennis”… Un periodo anche il Novi List aveva giù al pian terreno, c’era una sala da ballo. Poi c’erano sale da ballo a Zamet, al “Dom.” Ma dappertutto… (E i concerti?) I concerti al teatro, poi d’estate si andava al teatro all’aperto ad Abbazia. C’erano le opere, rappresentazioni, concerti, si andava lì. E poi c’erano rappresentazioni al teatro di Sussak, quando si è dismesso… si ha un cinema… hanno iniziato a fare lì dei concerti, piccole rappresentazioni e così. (Ma musica giovanile? Concerti di questo tipo?) Concerti come sono oggi non c’erano quella volta. C’erano i complessini che suonavano, più o meno conosciuti, che suonavano e si andava a ballare là. Ma durante la settimana non si andava da nessuna parte. O c’erano attività a scuola o c’erano attività al Circolo, perché andavamo anche al Circolo, oppure si stava in casa, ma non c’erano posti dove si andava a ballare. Forse al Kont, forse… (Che tipi di attività c’erano al Circolo il pomeriggio?) Noi facevamo scuola da ballo, per esempio. Poi c’erano quelli che cantavano. Io non avevo… non cantavo. Pittura. Poi i ragazzi giocavano a pallavolo, c’era una squadretta di pallavolo. Giocavano a carte, scacchi, si frequentava parecchio il Circolo. Se non altro per trovarsi. Se andavi al Circolo trovavi sempre qualcuno. (E il bar era sempre aperto?) Il bar sempre aperto. Però il bar lo frequentavano più gli adulti, noi si andava a prendere qualche caffè o qualche aranciata ma non ci sedevamo proprio al bar. (E dove vi sedevate per un caffè? C’era questa abitudine del caffè?) Ma il caffè, sì, il caffè al bar però… (Dove? Fuori in città dov’è che si sedevate?) Al “Continental,” quella volta era di moda il “Continental” perché altri posti… c’era poi, dove è oggi il “McDonald’s” però lì c’erano gli adulti e poi anche personaggi che stavano lì che guardavano le ragazzine che passavano per il Corso. (Ma il Continental si diceva il “Cont”?) Sì, il Cont. (Ed erano giovani?) Sì e li si ritrovavano tutti praticamente. Ma non c’era l’abitudine di andare al bar come si va oggi. “Troviamoci al kafić, poi quella volta non c’erano… non c’erano questi… un paio… poi qualche pasticceria e così… (Ma non ci si sedeva tanto tempo?) No, no, neanche per sogno. Si faceva il giro per il Corso e poi, a una data ora, si doveva essere a casa. Non si andava in giro proprio tanto. (La professione…) (Specializzazione…) (E poi dove ha cominciato a lavorare, quando ha cominciato a lavorare? Prima come specializzante, no?) Prima come specializzante, il mio primo desiderio, quando ho iniziato a dire che sarei diventata un medico, un dottor, da bambina piccola, volevo fare il pediatra. Non so perché ma mi piacevano i bambini. Poi, crescendo, andando all’università, mi sono… mi sarebbe piaciuto tanto fare psichiatria, però psichiatria infantile e adolescenziale. Quando sono andata a parlare con il professore, a quel tempo campo della clinica psichiatrica, m’ha detto: “Collega, ma non siamo in America.” Questa è stata la risposta. Chiuso. E dopo di quello ho terminato il mio tirocinio, l’ultimo tirocinio era neurologia e mi è piaciuta tanto. Lì ho incontrato il professor Sepčić, poi c’è stata anche un’affinità regionale, linguistica e così… ho incontrato lui… e ho deciso di rimanere in neurologia. Questo era nel ’76. (Sepčić… Ci parli del professor Sepčić?) Sì… (Ci parli di quest'affinità, ci spieghi?) Perché lui cressino di madrelingua italiana. Allora, ci siamo trovati subito. (Quindi parlavate in dialetto?) Sì, tra noi, sì. Ho deciso di rimanere lì però ho fatto lavoro volontario per due anni prima di essere presa… prima in… a periodi, a brevi periodi, a tempo determinato perché una collega era andata in maternità, poi un collega è andato per tre mesi all'estero. E poi hanno deciso di fare il concorso e di prendermi. Ho fatto, cioè, secondo i canoni 36 di anni di neurologia, ma ne ho fatti di più perché ero due… praticamente due anni ho fatto il lavoro volontario. E… molto interessante come materia, però tanto difficile e tanto… anche triste. (La condizione di lavoro?) Boh, come dappertutto. Eh eh [ride] dappertutto… Si sono avvicendati vari direttori che cambiavano sistema, lavoravamo tre turni, due turni di dodici ore, poi ventiquattro ore, siamo tornati ai vecchi sistemi di lavoro, ma di tutto… ho passato di tutti i colori. Purtroppo è stato così. Non mi sono… non ho detto mai mi dispiace di aver scelto questo mestiere e di aver scelto questa specializzazione. Non mi è dispiaciuto. Anche se son stati periodi anche difficili. (Durante la guerra?) Durante la guerra noi non siamo toccati perché non eravamo… cioè sì, alcuni colleghi, maschietti, hanno dovuto andare al fronte, però diciamo noi no, perché non eravamo di primo interesse cioè non eravamo nel ramo chirurgico e così. Non eravamo… (Però i pazienti… le conseguenze…) (Post-traumatiche) No queste venivano in psichiatria, non andavano da noi. Noi abbiamo fatto il nostro lavoro fuorché i turni, durante i vari attacchi, erano turni moltiplicati, si rimaneva anche a lavoro per tre giorni di continuo. Ma è trascorso. È trascorso. Soltanto che io dico che mi hanno tolto al minimo cinque anni di vita e professionale e vita sociale, la guerra. Perché siamo tornati indietro, siamo rimasti così nel limbo. Eravamo nel limbo. È stato tremendo. (Sia al lavoro che…) In tutto. Sì. Si viveva dall’oggi al domani e basta. Lavoro, casa, casa, lavoro. Aiuti umanitari se si poteva aiutare da quel punto di vista e basta. È stato pesante. (Ma arrivavano pazienti comunque… c’è stato un arrivo di pazienti in ospedale in generale, non parlo solo di soldati.) Noi abbiamo, con la guerra e con queste divisioni in regioni che ha fatto la Croazia, noi abbiamo perso molti pazienti perché da noi arrivavano molti pazienti dalla Dalmazia e dalla Lika e anche dall’Istria. Con questa divisione, cioè siamo diventati soltanto un ospedale regionale e basta. E la maggior parte dei casi, di cose serie, adesso si mandano a Zagabria. E noi abbiamo perso quell’interesse che avevamo per un territorio molto più vasto di quello che copriamo adesso. (E dal punto di vista culturale, intellettuale, sociale dalla Jugoslavia alla Croazia, cosa?) Oooh, non ne parliamo. È cambiato completamente… è cambiata la popolazione. È cambiata la popolazione. Noi avevamo già… a Fiume, parlo, una popolazione che si era civilizzata. Era diventata una popolazione europea, forse anche grazie a noi. Forse grazie anche al nostro influsso che avevamo, però era la popolazione di un gradino superiore. Dopo la guerra, siamo tornati indietro. (Dopo quest’ultima guerra?) Oh, sì. Tanto. Come la Seconda Guerra Mondiale ha portato a Fiume un grande cambiamento, così ha portato anche questa guerra. (E Fiume come è diventata, secondo lei? Lei che l’ha vista prima e dopo la guerra?) Fiume si è trasformata ma in peggio. Ha perso la sua immagine di città mitteleuropea che aveva un po’ perso, però che aveva riconquistato. E invece dopo questo conflitto ha perso di nuovo. Ha perso anche se ci sono persone a Fiume che combattono perché Fiume sia una città europea, multinazionale, questo il nazionalismo non si sente. Però è sempre sotto le ceneri. Poi contro gli italiani, poi basta togliere un po’ di polvere ed esce. (Però, la diversità non si vede più come prima? Anche durante la Jugoslavia le diversità si vedevano maggiormente? Le diversità culturali…) Ma ormai erano… no. Cioè, si erano omogeneizzati, cioè erano civilizzati e avevano gli usi… erano più simili ai nostri. Invece dopo hanno portati degli usi, costumi, modi di comportarsi che non erano più quelli di una città civile. Anche se Fiume adesso, durante quest’epidemia, ha dimostrato di essere una città veramente che tiene a certi valori. Però, lo stesso… (Lei che ha lavorato in ospedale, quindi ha visto, comunque, tra infermieri, medici e pazienti, persone…) … Di tutti i tipi, le razze, di tutti i colori… (Il cambiamento da… lei comunque ha detto che è diventato un ospedale più piccolo, regionale, cioè si è provincializzato. Però i suoi colleghi, tra medici ma anche infermieri, c’è stato un cambiamento? Che cambiamento ha avvertito tra Jugoslavia e Croazia?) C’è stato… un cambiamento… (Venivano da fuori prima? Da dove veniva la gente?) Da noi venivano molti infermieri dalla Bosnia, qualcosa dalla Slavonia ma la maggior parte veniva dalla Bosnia. Avevamo anche dal Kosovo. (E i medici?) I medici no. I medici, la maggior parte, da più lontano diciamo che venivano dalla Dalmazia. Qualcuno che sono… che hanno frequentato qui la facoltà o perché si sono sposati o perché hanno trovato l’ambiente adatto. (Istriani anche?) Ma gli istriani molti sono andati indietro. Sono tornati a casa. Studiavano e poi tornavano là. Io avevo due tre colleghi che sono tornati indietro. Ma gli altri anche… noi avevamo la possibilità, dopo il secondo anno di medicina, di passare ad altre università senza fare altri esami. Un sacco di gente, quella volta, venivano da Zagabria, si iscrivevano a Fiume e poi tornavano a Zagabria. Sono tornati un sacco indietro. (E i medici, quindi, erano soprattutto della zona?) No, i medici erano… sì. Soprattutto di qua o vicino. (Le isole?) Le isole. Le dico, più lontano di tutti arrivavano dalla Dalmazia. E adesso, invece, c’è il concorso… fanno il concorso e poi… (Da tutta la Croazia i medici?) Sì, ma la maggior parte sono di qua. (E gli infermieri?) Gli infermieri dappertutto ma, anche adesso, moltissimi se ne sono andati. Quando siamo entrati nella Comunità Europea, ma anche di medici, se ne sono andati. Sono andati ma dappertutto. Da noi, dalla neurologia, due sono andati in Danimarca. In Danimarca. Poi sono andati un sacco, specialmente anestesisti, sono andati in Irlanda. In Olanda perché da molti anni, durante le vacanze, andavano a lavorare in Olanda. Vuol dire che loro avevano mancanza di questi profili. E sono andati via gli infermieri perché son bravi i nostri infermieri così che sono andati dappertutto. (Un saluto fiumano… Non so…) (È stata una bellissima intervista…) (Sulla Fiume di 100 anni…) Oltre i 100 anni, mia mamma avrebbe 100 adesso, oltre cent’anni. (Licia Antonelli, grazie…) Ma de cosa. Sono contenta che facci questa roba e che un pochettin de ricordi e così che mette… c’è ancora de persone, fin che xe vive, de andar a intervistar, ormai le persone anzian xe al limite. E noi stiamo pian pian arrivando ai limiti. (Grazie…) Prego.