(Buongiorno, buongiorno) Buongiorno a lei. (Mi dice come si chiama e dove è nata?) Allora, io mi chiamo Corinna Gherbaz-Giuliano. Sono nata a Fiume il 31 gennaio 1963, ovvero, tra qualche giorno compirò sessant’anni. (E in quale quartiere ha vissuto la sua infanzia?) Sono nata e ho vissuto – praticamente tutta la vita – nel rione di… si chiama Podmurvice e… ed è… fa parte del rione di Torretta. (La sua famiglia è anche di questo rione?) Sì, dunque i miei genitori… mio padre è nato proprio nella casa in cui sono nata io, che era una casa… oggi si chiama via Vukovarska numero 74… e prima si chiamava via Trieste e… in questa casa in cui viveva tutta la mia famiglia… mia mamma invece… mio padre è nato là… mia madre invece è nata a Zara. Ed è venuta qua a Fiume quando si è sposata con mio padre dunque nel 1961. Mia mamma è dunque croata di origini ungheresi e slovacche… e mio padre è italiano, nato a Fiume nel ‘37 da una famiglia di origini italiane e austriache. Cioè nel mio essere è proprio racchiusa la Mitteleuropa di Magris. (E lei vorrei fare una domanda proprio su questo. Magari se ha anche dei ricordi dei genitori di come vivevano questa… questo essere un crogiolo e davvero c’era una grande diversità di varie culture e come vivevano questa esperienza multiculturale sia in famiglia – la sua famiglia – ma anche con i nonni, quali erano questi rapporti diciamo multiculturali che loro le raccontavano e le dicevano?) Intanto si parlavano più lingue in casa. Questa è la prima cosa che va sottolineata. Dunque… la mia materna è il dialetto fiumano. Sono nata, appunto, parlando il dialetto fiumano. In casa si parlava in dialetto fiumano. Si comunicava… mia nonna e la mia… la mia prozia… parlavano in dialetto fiumano ogni tanto. Comunicavano però… usavano parole in ungherese e tanto… (Quindi parliamo del lato materno?) Paterno… (Paterno, giusto…) E tante parole in tedesco. Per cui per me era normale sentire ogni tanto il tedesco, che non conosco però… e sicuramente il fatto che mia mamma fosse croata… intanto mi ha aiutato perché io ho imparato il croato con mia mamma. Anche se mia madre con la mia bisnonna, con mia nonna, con la mia prozia ha sempre parlato in dialetto fiumano. Mia mamma, quando è arrivata a Fiume non conosceva l’italiano e ha imparato per prima cosa il dialetto. E lei parla e ha sempre parlato in dialetto fiumano. In casa, dunque, la lingua veicolare era proprio il dialetto fiumano. Si leggeva tanto perché… mio padre… era un musicista e… e mio nonno, che io non ho mai la possibilità di conoscere perché è stato fucilato nel 1945. Non si sa, in effetti, dove… non ha una tomba, non si conosce la tomba in quanto era stato… fucilato, portato, incarcerato… prelevato da casa e incarcerato… nelle carceri di via Roma e sparito nel nulla. Mio padre, che all’epoca aveva otto anni, e mia nonna sono stati in carcere per due mesi. E parte della famiglia, che viveva tutta in questa casa grande in via Trieste… parte della famiglia ha scelto la via dell’esodo: la mia bisnonna, la mia prozia, il mio prozio… e mia nonna, non hanno potuto… non hanno potuto espatriare proprio perché mia nonna e mia madre erano stati incarcerate… (Le cosiddette opzioni…) A loro non era stato concesso il diritto di opzione. All’altra parte della famiglia, sì, difatti sono andati tutti… prima nelle Marche e poi si sono stabiliti in Liguria, a Recco. Un… una storia triste che segna sicuramente il percorso della famiglia. Una storia pesante… da dire che mio nonno, che… proveniva dal ceppo dei Gherbaz, scritto all’italiana Gerbaz ma un nome tede… austriaco per cui si legge “Gherbaz”, discendeva dalla famiglia dei Gherbaz… dalla parte povera della famiglia dei Gherbaz che negli anni ‘30 avevano un’agenzia marittima qui a Fiume e negli anni ‘30 erano in possesso di un piroscafo. Avevano sedi a Marsiglia… a Genova… adesso non mi ricordo dove ancora… è la parte diciamo povera della famiglia, imparentata con la madre di uno scrittore croato importante che si chiamava Janko Polić Kamov, la madre di Janko Polić Kamov, si chiamava Gemma Gherbaz ed era parente di… cugina della mia bisnonna e di mio nonno, che appunto non ho mai conosciuto. Comunque, tornando al discorso della Mitteleuropa, al discorso della multiculturalità, ecco, una famiglia sicuramente che ha fatto del plurilinguismo, della multiculturalità… un elemento di… di riconoscimento e soprattutto un grande, grande… un grande potenziale che ha… che ha… fatto emergere proprio il cosmopolitismo della famiglia… che è stato un po’ il tratto distintivo ancora oggi della mia famiglia. Il diverso, diceva un autore che mi piace citare sempre e che amo profondamente, che è il filosofo francese Edmond Jabès… Jabès diceva appunto che è necessario conoscere l’altro e si chiede sempre chi è l’altro. La risposta che dà è straordinaria perché dice “l’altro siamo noi nelle sembianze dell’altro.” Dunque bisogna conoscere noi stessi, conoscere l’altro, accettare l’altro perché, in un certo senso, accettiamo noi stessi. (Però mi scusi, proprio anche da quest’ultima citazione, io farei anche un discorso sulla sua infanzia. In che modo lei ha percepito che… questo insider-outsider, questo altro ma anche parte di se stesso, nel crescere ma soprattutto rapportarsi agli altri, al di fuori della sua famiglia, magari iniziava a conoscere le prime persone da bambina, si iscrisse alle scuole elementari… ecco che rapporto aveva con quest’altro “altro” ma fuori dalla famiglia?) Dunque io come… (Prima di tutto, dove ha fatto le elementari?) Intanto ho fatto tutte le elementari in lingua italiana qui a Fiume e poi ho fatto l’università a Trieste e il dottorato a Zagabria. La scelta dei miei genitori è stata straordinaria perché negli anni… io mi sono iscritta in prima elementare nel 1969 e ho fatto la scuola Gelsi e poi ho fatto il Liceo. (In quanti ne eravate?) Noi eravamo in classe in cinque… dalla prima all’ottava. (Come viveva lei questa situazione, potremmo dire particolare, peculiare, e come la famiglia la viveva?) Allora, reputo, col senno di poi, reputo che i miei genitori hanno fatto una scelta coraggiosa e fine al… fine a se stessa nel riconoscere, appunto, la particolarità di essere… di nazionalità italiana. E hanno voluto, e mi hanno inculcato, prima di tutto quest’appartenenza, quest’identità, che per me è un’identità… che mi ha… a cui tengo tantissimo, è la mia identità. E con questa mia identità di essere italiana, di appartenere a una minoranza italiana, io di questa… di questa questione minoritaria ho fatto proprio, l’ho reso un vessillo. Una cosa che mi ha permesso di… farmi conoscere per quella che sono e di rapportarmi con l’altro in maniera serena. Io non ho mai vissuto nella mia vita, soprattutto nell’infanzia, crescendo poi è stato un po’ diverso perché… con la maturità, comunque, gli strumenti che uno da maturo… gli strumenti di cui uno è in possesso, sicuramente… sono strumenti… più… affinati, sono più concreti e allora questi strumenti si possono usare per argomentare bene cose spiacevoli che possono capitare, no? E l’infanzia è il periodo della crescita, è il periodo della spensieratezza e io proprio da ragazzina… solare, aperta, perché fa parte un po’ del mio carattere, io ho sempre sbandierato la mia italianità ma con grande serenità e non ho… ho vissuto proprio questo periodo dell’infanzia e anche dell’adolescenza, andando fiera del fatto di conoscere un’altra lingua, di appartenere a una cultura diversa ma a una cultura che… come dire… amalgama sia l’essere parte della società croata, all’epoca… la società jugoslava… ma magari di questo parleremo un po’ dopo e comunque crescere in maniera serena, aperta, rapportarsi con l’altro. (E quest’altro, che davvero potremo fare delle lezioni universitarie in merito, tendo anche a un poco banalizzare, se vogliamo, ma come non-appartenenti, ecco, alla comunità italiana… da bambina percepivano la sua ricchezza e diversità culturale? Prima di tutto, se ne parlava?) Se ne parlava, sì, e soprattutto questi amichetti perché io avevo cominciato anche a fare la scuola di musica e poi ho smesso, non ho continuato a fare perché mi sono dedicata all’atletica. Questi sono gli anni dell’infanzia e questi amichetti che io avevo volevano imparare l’italiano. Per cui se ne parlava, si discuteva apertamente e non c’era questo… questo… quest’etichetta che poi ho scoperto negli anni a venire. Una brutta etichetta per cui l’italiano veniva immediatamente considerato “fascista”, c’è stata questa… (Equazione…) Equazione che, purtroppo, si ritrova ancora oggi. (Quindi lei, come si spiega anche questo processo? Questa creazione di un mito… quest’etichetta. Se i bambini magari non hanno proprio nella loro spensieratezza, nella loro ingenuità, naturalezza maturano questo genere di riflessione ovviamente. Pensa che anche le istituzioni, in un certo senso, siano responsabili?) E direi proprio di sì… (…e il modo in cui probabilmente certe storie vengono raccontate.) Direi di sì. Direi che proprio ha centrato appieno la questione perché sicuramente noi siamo soggetti alle.. considerazioni che vengono soprattutto propugnato dai media e, spesso e volentieri… riferendomi all’epoca della Jugoslavia i canoni erano chiari. Cioè si poteva parlare di questo, questo e questo. Dunque si sapeva un po’ a cosa si andava incontro. Negli anni in cui sono andata a scuola io, quindi negli anni ‘70, la… l’opinione pubblica sicuramente non era quella degli anni ‘50 dunque era un’opinione pubblica che aveva accolto l’altro, aveva accolto la minoranza italiana… di problemi ce ne sono stati tantissimi e soprattutto le scuole hanno dovuto affrontare, e affrontano ancora oggi giorno… hanno problemi che riguardano proprio questa concezione della cultura e della lingua italiana però il clima era forse un po’ più disteso. Non si può dire la stessa cosa degli anni ‘50 in cui le scuole venivano chiuse, in cui veniva assolutamente vietato di comunicare in italiano e non si potevano iscrivere gli alunni perché appunto… (Ha qualche ricordo anche legato alla famiglia di queste vicende?) Allora negli anni ‘50 io ho pochi ricordi perché… (No, no, non in senso personale. Riferiti ecco…) So esattamente quello che mi raccontavano… ci raccontavano in classe, anzi, le nostre maestre all’epoca. Dunque io ho avuto come insegnante di classe la maestra Dorotea Schacherl… era stata la moglie del professore di storia Arminio Schacherl… memoria storica… è mancata pochi anni fa. E i racconti che io ho sentito erano terribili perché veramente, all’epoca, negli anni ‘50, dopo questo “Decreto Perusko” le scuole hanno vissuto momenti tremendi. Dunque tantissime scuole sono state chiuse, accorpate, problemi riguardanti gli strascichi dell’esodo erano visibili e tangibili. E dunque con poco personale scolastico e sopratutto questa diffusa idea di… di propaganda… di non iscrivere dunque i figli nelle scuole italiana. Un’eco che si è protratta poi negli anni successivi ma un’eco che, per quanto riguarda la mia famiglia, non è stata assolutamente presa in considerazione perché i miei avevano deciso che avrei frequentato le scuole italiane. E la stessa cosa hanno fatto con mio fratello. Abbiamo una differenza di età di otto anni ma le stesse identiche cose con mio fratello. Mio fratello ha una figlia di quindici anni e una moglie croata e non ha esitato, neanche un secondo… a… e ha iscritto la figlia nella scuola italiana. È una tradizione che si porta avanti dunque. Io non ho figli, purtroppo, ma non avrei mai potuto pensare diversamente. Dunque è una cosa che uno ha dentro ma di problemi ce ne sono stati tanti. (Quindi, faccio un salto indietro riguardo l’esperienza personale. Lei ha fatto le settennali o ottennali?) Ottennali perché all’epoca, dunque, nel ‘79, quando mi sono iscritta c’erano le scuole ottennali e dunque… io ho finito la scuola elementare Gelsi nel ‘77 e mi sono iscritta al Liceo… (Come… anche quest’esperienza… quanti ne eravate prima di tutto in classe?) Allora, dunque, io mi iscrivo al Liceo nel ‘77 e lo concludo nel ‘81 perché sono quattro anni di liceo e sono la seconda generazione della cosiddetta riforma Šuvar… (Quindi mi parlava di una riforma che in questi anni…) Sì, negli anni… adesso non mi ricordo esattamente negli anni settanta…cinque doveva essere la riforma Šuvar ma non sono sicura dell’anno e che rivoluziona, appunto, la scuola superiore, in che modo? Dunque… vengono… si tratta di un biennio propedeutico, il primo e il secondo anno, che… che tutti gli studenti dovevano percorrere. È un biennio, appunto, di simile… al liceo… e… il secondo invece biennio si chiamava la cosiddetta “istruzione indirizzata.” Che cosa significava? Che con questa riforma si predeva che ci fosse nei primi due anni una… venisse data una forma d’istruzione generica per… tutta la popolazione scolastica. A seconda poi delle scelte di ciascuno, negli ultimi due anni gli studenti sceglievano i cosiddetti indirizzi e, all’epoca, c’era un indirizzo giornalistico, un indirizzo turistico e un indirizzo educativo-istruttivo. Io scelgo questo indirizzo giornalistico perché avevo una sorta di passione, all’epoca per il giornalismo, com’era… istituita dunque… il piano di studi… avevamo tutte le lingue meno naturalmente ore di scienza, molte ore relative alla cultura, alla pratica giornalistica e si faceva anche durante l’estate un mese di pratica al giornale, a “La Voce del Popolo”, il che ti dava comunque la possibilità di confrontarti con lo scrivere, con la scrittura, per me è stato fondamentale. Fondamentale questo periodo perché io devo dire che io là ho imparato a scrivere. E non è che non sapessi scrivere prima perché ero abbastanza brava a scuola ma il fatto di imparare a scrivere un articolo di giornale per me è stato fondamentale. E in seguito, all’ultimo anno, si faceva una tesi importante anche quella perché in Italia sicuramente non c’era… in Italia c’è e non c’è oggi mi sembra. (Sì, dipende dall’ateneo. Alla triennale non sempre è richiesto) Qua abbiamo… dunque stiamo parlando della scuola superiore… quindi alla fine della scuola superiore si scrive questa tesina… questa tesina. E la tesina era comunque qualcosa che riguardava il giornalismo e via dicendo. E termino, dunque, questa istruzione. Là siamo dunque negli anni in cui io termino il Liceo, muore il maresciallo Tito. Muore nell’80 e io termino nell’81. (Ecco, prima di soffermarci su questioni di altra natura, mi soffermo un secondo anche su questo evento e dopo magari facciamo un passo indietro. Che ricordi conserva di questo evento e in che modo a Fiume è stato vissuto in generale? Come ha vissuto anche la comunità degli italiani o i fiumani in genere come hanno vissuto questo evento?) Devo dire che la figura del maresciallo Tito è stata sempre, per tutti, una figura di riferimento. Anche per gli appartenenti, come dire, per i rimasti. Adesso io devo parlare in questo caso per me e per la mia famiglia perché è molto difficile esprimere opinioni riguardo agli altri. Sicuramente una figura di riferimento, una figura che… che io, nel mio piccolo, vivevo come una sorta di… eroe in primo luogo perché dai libri di scuola e da ciò che c’era stato inculcato anche nella nostra vita… da pionieri, che io ho quell’esperienza là, dove della lotta popolare di liberazione si conoscevano tutti i dettagli a partire già dalla quinta elementare… dove, comunque, i libri di storia… osannavano il maresciallo Tito. (E diciamo questa epica resistenziale, se si ricorda, la componente italiana occupava una certa parte di questa narrazione? Venivano menzionati, non so, il battaglione Budicin?) Come no. (C’era comunque?) C’era, c’era. (… E questo se lo spiega perché, diciamo, fosse il ruolo di questi professori che venivano menzionati prima che ci tenevano a raccontare questa storia o comunque era diffuso in tutta Fiume o addirittura in tutta la Jugoslavia? Dunque si conosceva il contributo della minoranza?) Si conosceva sicuramente. Ripeto, è difficile parlare in generale per tutta la comunità. Devo attenermi a quello che ho vissuto io e dunque, sicuramente, il battaglione Pino Budicin era una cosa che si trovava nei libri di storia scritti da Arminio Schacherl perché all’epoca c’erano già i libri scritti in lingua italiana. Negli anni ‘50 i libri non c’erano. La letteratura, per esempio… i letterati che continuavano a scrivere in lingua italiana, non avevano dove pubblicare i testi e… si usava la terza pagina de “La Voce del Popolo” per fare letteratura. Abbiamo un compendio straordinario di opere letterarie pubblicate sulla terza pagina del giornale. I libri di storia, però, all’epoca c’erano scritti in italiano. (Mi scuso di interromperla. Quindi vede una normalizzazione, una distensione… che periodizzazione dà?) Anni ‘60, anni ‘70, sicuramente c’è una distensione, c’è un periodo di distensione. (Chi era al tempo il presidente dell’Unione?) Oddio, domanda da… Non mi ricordo… Chi era il presidente dell’Unione? Negli anni ‘50 era Eros Sequi, questo lo so. (Comunque c’erano figure che si battevano affinché ci fosse distensione e un recupero degli anni diremo persi…) Assolutamente sì. (C’era in comunità e nell’Unione?) Sì, sì, c’era sicuramente questa necessità anche di… come dire… di farsi riconoscere… come appunto italiani rimasti che hanno combattuto per spodestare e per… e per… annientare… il nazismo. Persone, appunto, che con il “controesodo” sono arrivate qua proprio perché… spinte anche dal ruolo che Tito ha avuto nel ‘48 con il Cominform e con la sua uscita. E dunque questa visione… un po’… un po’… forse ingenua, diremo con il senno di poi, ecco, di uno stato, quello jugoslavo, che aveva… detto di no alla supremazia sovietica e che aveva avuto il coraggio di accogliere nel Movimento dei Non Allineati... altri paesi. (Ecco, solo un breve cenno a questo… se si ricorda anche Fiume fu impattata o meno da questa decisione… ripeto siamo magari in una fase precedente, però essendo un porto, un importante porto sull’Adriatico, se si ricorda che venivano persone, lavoratori, dai paesi che facevano parte del Movimento dei Paesi Non Allineati? In che modo la città…) … ecco io non ho ricordi perché appunto, all’epoca, dopo… io nasco nel ‘63 e… non ho ricordi di… (...anche negli anni della giovinezza se la città, facendo parte di questo… di questa terza grande… grande blocco se la città fosse impattata economicamente?) La città viveva negli anni ‘70, ‘80… adesso io non ho ricordi di quest… riguardo a questa questione. Posso solamente dire che la città negli anni ‘70… intanto era il porto più importante della Jugoslavia, dunque non… la popolazione non percepiva nessun… non immaginava neanche che un domani questo cantiere navale avrebbe vissuto quello che ha vissuto. Prima cosa. Seconda cosa: c’era… un… a partire dal primo dopoguerra c’è stata a Fiume una… intanto la città era… svuotata dalle persone che hanno scelto la via dell’esodo e a rimpolpare le fila sono arrivati tanti operai specializzati dall’interno della Jugoslavia. In modo particolare dalla Bosnia… questi… questi… operai hanno trovato lavoro nelle industrie, la fabbrica di carte, al cantiere navale, alle ferrovie… alla fabbrica Viktor Lenac, al cantiere navale Viktor Lenac… hanno trovato impiego e questa ha portato sicuramente a… a un… cambiamento del tessuto sociale. Un tessuto sociale, anche qua, plurilingue, pluriculturale che Fiume, da sempre, ha accolto l’altro ed è una caratteristica tipica del DNA del cittadino fiumano. L’accoglienza è un elemento importante ma soprattutto l’amalgama con l’altro, il… come dire… creare un… un tessuto cittadino… mistilingue… e… pluriculturale dunque è proprio una caratteristica unica. In quegli anni là sicuramente c’erano gli effetti del boom economico, si percepivano. (Mi permetto di soffermarmi anche su un’altra questione perché prima ha menzionato che parte della sua famiglia… per questioni legate all’esodo si trasferì in Italia. Ecco in che modo… prima di tutto, questi rapporti furono mantenuti con questa parte della famiglia? Quanto spesso lei anche andava in Italia? Loro venivano qua? Come funzionavano questi incontri?) Allora i rapporti ci sono sempre stati e continuano a esserci anche se, oramai, quasi tutti… siamo rimasti in pochi e comunque i contatti ci sono con la famiglia a Genova. Io vado proprio l’8 devo andare. Sono stata invitata a Genova e mi vedrò con uno dei miei cugini… con il quale siamo in buonissimi rapporti. Dunque negli anni ‘50, i rapporti… con la famiglia… con parte della famiglia che si trovava in Liguria… erano difficili e mi ricordo delle… dei racconti di questa mia prozia Anita Bogna, che è stata un po’… il perno… della mia crescita, una donna che non si è mai sposata e che mi ha inculcato il significato di radice. Devo a lei io questa… perché mio padre, facendo il musicista, era spesso fuori, mia mamma lavorava e in effetti si dedicava… e mia nonna cucinava e sono nata in una famiglia di matriarcato puro. Per cui, come dire, questa espressione della donna… la sento sempre molto forte e continuo a portare avanti questo ruolo di donna forte. E negli anni in cui… nei primi anni mi racconto che mia zia mi raccontava… aveva la sorella Jolanda che viveva a Recco, la sorella minore che era riuscita ad andarsene via e per andare a trovare la sorella, mi raccontava mia zia che negli anni ‘50 e nei primi anni ‘60… adesso non mi ricordo quante volte ma era andata più volte a trovare la sorella, doveva fare richiesta in comune e alla polizia mesi prima affinché le concedesse di poter affrontare questo viaggio col treno. Rigorosamente col treno. Io ho… ricordi di questa mia zia e degli altri poi… cugini di mio padre che venivano sempre a trovarci a Fiume e io, tutte le estati, con la mia zia andavo a Recco, per cui trascorrevo le vacanze a Recco e a Portofino, dove la cugina di mio padre aveva un ristorantino. Per cui io ho sempre vissuto con estrema naturalezza questi rapporti ma non sono stati sempre così. Appunto dai ricordi… dai racconti di mia zia io ho questi ricordi che ho appunto detto ora e sicuramente ci sono state tantissime difficoltà, tante difficoltà. (Due domande volevo farle su questo. Una riguarda anche i rapporti con le guardie di frontiera, se le facessero dei problemi in questo processi di andirivieni e la seconda questione proprio sul passaporto… quale fosse il documento e quale nazionalità fosse scritta su questo?) Intanto dunque non ho ricordi… di quando viaggiavo con mia zia. Ho i ricordi di questi viaggi avventurosi ma non ho ricordi che riguardano le guardie di frontiera ma ho ricordi, invece, delle guardie di frontiera quando, nell’81, mi sono iscritta all’Università di Trieste e viaggiavo e, all’epoca, sia le guardie di frontiera jugoslave, sia le guardie di frontiera italiane, facevano mille problemi. Dovevamo scendere dall’autobus, dovevamo far vedere tutte le nostre cose. Questi viaggi duravano ore per arrivare, per percorrere i 65 chilometri che distano tra Fiume e Trieste. Questi viaggi duravano ore. Una cosa incredibile. Questi sono i miei ricordi delle guardie di frontiera e… la seconda domanda che lei mi aveva chiesto era? (Proprio il documento che lei utilizzava?) Dunque io avevo solo all’epoca il documento… il passaporto jugoslavo. (E c’era un’indicazione di nazionalità?) E questo non me lo ricordo. Questo proprio non me lo ricordo… (O magari sulla sua carta, chiamiamola d'identità…) … nella carta d'identità… quando io ho avuto la carta d'identità… da bilingue, ah sì, sì. E quindi c’era scritto (Narodnost…) Sì, narodnost… talijanska narodnost. Ce l’ho ancora adesso, la nuova carta d’identità scritta anche in italiano. (Si ricorda… ecco una domanda che forse non viene posta sui censimenti, quando capitavano in Jugoslavia, c’era un’attività da parte della comunità affinché le persone si dichiarassero italiane, come magari avviene oggi? C’era una certa…) Io non me lo ricordo ma sono certa che ci sarà stato questo tipo di attività perché… la comunità degli italiani ha e l’Unione Italiana ha, da sempre, fortemente incentivato gli italiani a dichiararsi tali. Dunque… l’attenzione della comunità c’è stata sempre ed è presente tuttora… Diciamo che… la comunità degli italiani ha vissuto questo incremento negli anni ‘90 con la creazione della nuova… del nuovo stato croato e là c’è stato tutto un altro discorso però sono certa che c’è stato questo… (Quindi facciamo anche un salto sulla sua esperienza personale e professionale. Quindi nell’81 lei si iscrive a Trieste, mi diceva?) Mi iscrivo all’università di lettere e filosofia a Trieste. Al corso di laurea in lettere e filosofia. (Com’è stata, prima di tutto, questa esperienza?) Straordinaria. Un’esperienza che mi ha veramente formato… un’esperienza che io ricordo in maniera… in maniera… come posso dire, in maniera molto… è una presenza nel mio animo questo periodo… universitario… come dire, perenne. Mi ricordo sempre di questa esperienza. Prima di tutto perché ho avuto modo… di… userò questa brutta parola di approfittare, tra virgolette, di… straordinari professori che mi hanno formato perché, all’epoca, quando mi sono iscritta all’università a Trieste insegnavano il professor Rovatti con il quale mi sono laureata, Pieraldo Rovatti. Insegnava Morpurgo-Tagliabue, insegnava il professor Guagnini, insegnava la professoressa Benussi, insegnavano… insegnava il professor Altan. Dunque nomi straordinari della cultura italiana. Trieste, all’epoca, era veramente una facoltà all’avanguardia e… questo periodo universitario mi ha… mi ha permesso di… formarmi… in maniera… espansiva e universale. Mi ha dato questa percezione di universalità che toccava appunto vari aspetti della cultura dalla storia del pensiero alla storia della letteratura e questo mio piano di studi, in effetti, racchiude il mio animo e veramente questo periodo è stato… l’ho vissuto proprio in maniera… ho avuto anche dei problemi personali perché ho sempre… fatto il mio percorso di studi in maniera regolare ma ho avuto un’esperienza un po’ particolare. Un matrimonio fugace. Un innamoramento e un matrimonio e subito dopo due anni un divorzio che mi hanno sicuramente lasciato un po’ qualche traccia… e ho chiuso gli studi dopo in effetti. Mancava tre esami e io ho lasciato passare tutto. Ma ciò non ha impedito assolutamente… non mi ha ostacolato nel portare avanti il discorso che mi ero fatta… che avevo fatto con me stessa, cioè quella di… scegliere come professione mia, non il giornalismo di cui avevo parlato prima ma proprio l’insegnamento e ho cominciato subito a lavorare. Ho insegnato in pratica… (E quindi mi diceva che poi proprio questa esperienza universitaria ha fatto sì che maturasse…) … quest’idea proprio di insegnare. E io mi sono dedicata all’insegnamento e sono 33 anni che insegno e… ed è stata proprio la scelta azzeccata. Ho cominciato a lavorare dunque presso le scuole elementari italiane. Ho lavorato alla scuola Belvedere, alla scuola elementare Dolac e alla scuola elementare San Nicolò. (Subito ha detto o c’è… in che anni quindi ha cominciato a lavorare?) Ho cominciato a lavorare nell’ottant… prima di laurearmi nell’88. Poi ho lavorato fino al ‘92. Ho fatto una pausa perché mi ero trasferita a Trieste per finire l’università… e ho ricominciato a lavorare poi nel ‘95. (Le volevo fare un paio di domande… la prima di nuovo riguarda la sua esperienza. Come i suoi colleghi interpretavano la sua origine fiumana, se erano curiosi o meno di domandarle cosa avveniva a Fiume quando lei era studentessa a Trieste. Se c’era qualche interesse e quali fossero i commenti in genere?) Diciamo che a Trieste io ho vissuto benissimo il fatto di provenire da un altro paese ma essere, appunto, di madrelingua italiana e di cultura italiana. Per cui tra il fiumano e il triestino non c’è una grande differenza per cui ho avuto sempre… compagni universitari straordinari che venivano a Fiume durante l’estate e che, insomma, non si percepiva assolutamente questa diversità per niente. Per niente. (La seconda cosa che volevo invece chiederle riguarda proprio la fase storica che il paese viveva, la Jugoslavia. Quindi siamo dopo la morte di Tito… inizia un po’ la fase decadente… di disgregazione del paese. Quindi come lei personalmente viveva o concepiva questo fenomeno e come magari l’ha impattata anche?) Dunque mi ricordo la morte di Tito. L’annuncio della morte di Tito e questa… questo fiume di persone che erano scese praticamente in piazza… perché… si sapeva che stava male ma l’impatto con l’idea della sua morte. Con la concretizzazione di quest’idea e cioè la morte in sé. Aveva creato un sentimento di lutto profondo che tutti vivevano. Veniva a mancare questa figura che ha operato una forte coesione. (Ma lei si aspettava poi l’esito?) L’esito, no, perché non eravamo preparati. Nessuno immaginava che tutto ciò potesse avvenire… che la disgregazione avrebbe portato a un’altra guerra, a un altro rivedere i confini, a un altro rivedere l’essere italiani all’interno di un nuovo stato e dunque è molto complicata la questione. Io sicuramente non mi aspettavo che… intanto quando muore Tito nell’81 fino all’85-86 sono a Trieste. E sicuramente seguivo l’andamento della… ma non si percepivano ancora i segnali di questa disgregazione. Non si percepivano per niente. E l’impatto negli anni ‘90 è stato traumatico. (Ci può un po’ parlare di questo?) Traumatico perché… col senno di poi… e con… i segnali che c’erano… uno capisce perché c’è stata questa disgregazione. Perché è avvenuta questa disgregazione di una… federazione, quella jugoslava, composta da sei repubbliche, da due regioni autonome, da lingue diverse… in cui si parlavano lingue diverse e con religioni diverse. L’unione non poteva che essere altro un’unione ideale ma… da sempre ci sono stati i problemi all’interno della Federazione Jugoslava. Basti pensare al ‘71, alla “primavera croata.” C’è un motivo ma, essendo io appunto un’adolescente che diventata maggiorenne, avevo vissuto comunque con l’idea di vivere in uno stato pluralistico e… in uno stato, come dire, il socialismo d’autogoverno per cui si erano battuti tanti italiani e non, affinché questo stato si creasse ma… le cose e la storia dimostra ben altro. (E come secondo lei questo cambiamento ha impattato la comunità italiana nel passaggio dalla Jugoslavia alla odierna Repubblica di Croazia?) In maniera traumatica perché tantissimi italiani sono stati richiamati alle armi. Tantissimi italiani hanno dovuto impugnare le armi. Si è… abbiamo vissuto un altro esodo perché alla soglia dei 2000 bisognava combattere un’altra guerra per questioni che forse, all’epoca, venivano viste come questioni che… non toccava direttamente l’essere italiani. E c’è stato dunque questo esodo terribile, esodo per convinzioni… morali, politiche, etiche, di credo e via dicendo. Dunque un evento drammatico che ha lasciato sicuramente una traccia nella comunità italiana. E poi la creazione di un nuovo stato e il… il dover sottolineare e rivendicare i diritti di questa minoranza. Dunque un’altra lotta, un’altra guerra, un affrontare tutta una serie di problematiche che si pensava non si dovessero affrontare mai più. Dunque un percorso pesante, un percorso pesante che però ha portato la comunità italiana a una consapevolezza maggiore di… a una consapevolezza di… di lottare con fierezza per i propri diritti acquisiti. Una cosa che noi continuiamo a fare ancora oggigiorno. (E per, diciamo, chiosare. Per concludere se… proprio una domanda banale e retorica però mi può definire personalmente cosa significa essere fiumani?) Con tanto piacere glielo dico. Ma essere fiumani significa per me essere, dunque, fiera delle mie radici. Dunque riconoscere queste radici multiple e andarne fiera e fare un punto di forza di queste mie radici. Mi rende particolarmente fiera il fatto di essere una fiumana che accetta l’altro e che guarda se stessa. Mi rende particolarmente fiera il fatto di essere bilingue… di conoscere qualcosina di aspetti culturali diversi tra di loro ma che… come dire sono diventati un punto di forza del mio essere. Credo almeno. (Ok, grazie mille, grazie mille per il suo tempo.) Grazie.