(Buonasera, oggi siamo qua per fare una chiacchierata un po’ sulla storia dell’area altoadriatica ma in particolare dell’area quarnerina. Inizieremo con la storia personale e se può dirmi un po’ dove è nato e chi è sua madre, suo padre, come si sono conosciuti?) Allora io sono Adalbert Lulić, sono nato il 24 dicembre 1957 a Fiume. Mio padre è Albert Lulić e mia madre Liliana D’Emilio. (E gli anni di nascita?) ‘57. (E dei suoi genitori?) Il papà è del ‘33 e la mamma del ‘35. (E quindi può parlarmi un po’ di questo contesto familiare ma anche come è stato crescere a Laurana? Che ricordi ha di questa sua infanzia?) Ma come tutte le infanzie, spenserata direi. Prima vivevano nell’appartamento della nonna. Eravamo in tanti perché con noi sono venuti a vivere pure i genitori e il fratello del secondo marito della nonna. Così c’eravamo… loro quattro, cinque, e noi tre, otto. Eravamo in otto in questo appartamento di quattro stanze, dove una stanza era… non sequestrata, era occupata da un ufficiale. Era sigillata e non si poteva entrare dentro e due cani c’erano pure. (Insomma era bella popolata e quindi i suoi primi ricordi sono legati a questo.) Sì, niente di speciale. Ricordo che giocavo in giardino con questi cani. Ricordo il bis-bis-nonno che camminava sull’arena… sul sentiero del giardino… mi ricordo la morte della… della bisnonna. Io la chiamiamo bisnonna, io la la chiamavo bisnonna, non era bisnonna biologica però io la chiamavo… lei era ungherese e io la chiamavo Teta Bakica che vuol dire zia nonnina in croato, non la chiamavo nonna. (E questo suo rapporto con la nonna anche linguisticamente, quale era la lingua primaria?) Allora, questo è interessante perché il bisnonno era croato… questo bisnonno che non era biologico però era croato. Lui ha studiato in… a Budapest in Ungheria, ha conosciuta la mia bisnonna che era… dalla Boemia però apparteneva al gruppo dei tedeschi dei Sudetendeutsche. Allora loro due parlavano in ungherese, la mia nonna materna, che da bambino è andato a vivere da Laurana a Vienna, parlava con il suocero… in croato con la suocera in tedesco, con il marito parlava in croato, il secondo marito, con la figlia che ha avuto con il mio nonno italiano, parlava in italiano, col genero croato parlava in dialetto locale, con me tutte le lingue. (E diciamo non c’era una scelta primaria nella sua educazione linguistica?) No, io solo sapevo se quando andavo a parlare con il nonno, parlavo il croato corretto, quando parlavo col padre, parlavo dialetto o l’italiano. (Quindi per croato corretto lei non intende il ciacavo ma lo standard?) Lo standard perché… il nonno era nato a Dugo Selo che è vicino Zagabria e ha studiato a Zagabria. Lui parlava il dialetto però parlava più in lingua. (Lui cosa faceva come lavoro?) Lui faceva lo statistico. Si occupava di statistica all’ospedale di Lovran. (Magari la sua famiglia conserva dei ricordi rispetto a questi cambiamenti linguistici, queste transizioni?) Non direi. Io ricordo che mia mamma, siccome lavorava come infermiere all’ambulatorio di Laurana e lavorava con le sue colleghe lauranesi e allora erano abituato a parlare italiano tra di loro. E so che lei usava dire che ha avuto dei problemi… per esempio che era uno… del… del… diciamo uno molto, non saprei come dire, lui era dalmata me era venuto con i partigiani, aveva sposato una lauranese ma sempre aveva da obiettare se loro parlavano italiano tra di loro, nonostante lui ha sposato una lauranese e i suoi figli parlavano anche l’italiano. (Parliamo di quale anno?) Parliamo di quando io sono nato. O prima o di quel periodo, dal ‘55 al ‘60. (E invece nel suo caso ha mai avuto nulla di simile?) No, io che mi hanno… No, no… io… mi ricordo ero piccolo e… allora dopo noi vivevamo in un’altra casa perché i genitori si sono trasferiti vicino a una casa più nuova, vicino l’ospedale, dove c’erano tutte giovani famiglie. Eran due edifici, uno era del comune di Laurana, erano tutti impiegati dell’ospedale, l’altro erano degli ufficiali della caserma e so che queste giovani mogli di questi ufficiali quando sentivano i lauranesi parlare in italiano, sottovoce gli davano dei fascisti. E mi ricordo che una volta papà parlava nel giardino, io gli portavo il caffè e c’era questa… io dovevo avere cinque anni penso, non andavo a scuola e questa Slavica, la figlia di questi Radošević, che erano montenegrini della casa accanto, vedendomi quello che portavo: “Što nosiš?” E io ho detto: “Caffè.” Non ho detto “kava,” non ho detto “kafa,” e lui mi ha detto “fašisti” e io non capivo che cosa volesse dire, però sapevo che questo era qualcosa che un po’… perché anche il modo in cui sua madre usava dire “fašisti” era un po’… (E lei pensa che quest’atteggiamento nei confronti della lingua italiana, nei parlanti della lingua italiana è migliorato nel tempo? Si è mantenuto?) No, c’era una volta che era un po’ “neglected”… un po’ messo da parte poi negli anni ‘80 hanno cominciato un po’ di parlare, anche di imparare… hanno cominciato a insegnare l’italiano a scuola perché quando io facevo la scuola, si insegnava soltanto il tedesco a Lovran, neanche l’inglese, dopo avevano cominciato l’italiano. Ma io avevo già finito la scuola quella volta. (E quindi croato e tedesco come lingua primaria… e sì mi parli un po’ di questa scuola. Come anche il suo essere… rispetto i suoi compagni?) Allora, al primo giorno di scuola c’era Adriana, l’unica nella nostra classe che parlava in italiano, anche coi genitori. Poi gli altri bambini non parlavano… avevano i genitori venuti dall’entroterra da Zagabria, da Međimurje e quelle zone lì… e allora per forza, giocando nel cortile, anche facendo la guerra con i bambini dell’altra classe si parlava il croato non è che… (E ovviamente in ciacavo…) Anche ciacavo, un po’, Adriana e io anche un po’ di ciacavo, io so che confondevo il ciacavo con la lingua… cioè io non sapevo dire domani… domani o ieri, cioè so che… mi ricordo che dicevo: “Dođi jučer kod mene” che diceva alla mia amica, mi ricordo… mi hanno deriso di come parlavo. Quando abbiamo lasciato la casa della nonna si parlava molto di meno in italiano a casa, anche per via dei vicini. (Interessante anche questa questione della diffidenza che comunque c’era. E quindi lei fa le sue primarie, le elementari, le medie dove le fa?) Ad Opatija, ho fatto il ginnasio di Opatija, di Abbazia, pure… (E là com’era la situazione?) No, no, non si parlava di questo. Era nel ‘71, il ‘71-’72 questo era il periodo della primavera croata. Quella volta c’erano altri problemi quando si parlava del nazionalismo croato nei confronti della Jugoslavia. (E come si viveva questa situazione?) Nulla, dovevi stare zitto e non parlare troppo. Mi ricordo, una volta, c’aveva questa materia a scuola… come si chiamava… “educazione morale” e qualcosa del genere. E allora la vicina, la dalmata ci ha chiesto: “Ma di cosa parlate?” “Di Savka.” Savka era una… la politica che… che era guida con Mika Tripalo, Savka Dabčević-Kučar lori erano… stavano lì erano personaggi di spicco di questo movimento croato e so che mio papà si è arrabbiato molto “stai zitto, non parlar di supidaggini perché ti chiudono.” (E lei conosce, ovviamente qua non c’è un obbligo… conosce persone che furono colpite in un modo o nell’altro per le loro opinioni in questo periodo?) Sì. Nel ‘71? Anche di prima? (Nel ‘71 ma anche di prima?) Anche prima mio nonno, questo che non è biologico ha fatto cinque anni di galera, di lavori forzati. Accusato… l’accusa… la nonna ha salvato la sentenza, questa è dell’Informbiro. Allora mio nonno è stato accusato… (Allora è il suo nonno abruzzese?) No il nonno abruzzese è andato in Abruzzo. Il croato. Allora parliamo del nonno abruzzese. Il nonno abruzzese venne mandato dallo stato italiano come impiegato di stato, venne a lavorare a Laurana e conobbe mia nonna che era Emilia Valentin di nome. Si sono sposati nel ‘33, la mamma nacque nel ‘35, poi durante la guerra sono trasferiti a Klana, la mamma dice perché il nonno non voleva prendere il “libretto” cioè aderire al partito fascista. Perciò l’hanno spostato da Laurana al paese ma non so quanto questo è vero perché ho sentito certi discorsi più tardi, giù quando andavo da lui, che… erano un po’ diciamo più a destra che a sinistra… Lui era… un donnaiolo, diciamo, che la nonno non poteva sopportare tanto. Poi lui da Klana fu trasferito a Trogir e lì… venne il Ribalton e lui e un suo amico rubarono una barca a remi, remando, hanno attraversato l’Adriatico e si sono trovati davanti a Pescara. Lui è ritornato a casa. Adesso non so, mia nonna forse anche offesa prima perché c’aveva ‘ste donne in giro, a parte che lui… invece di tornare dalla moglie e la figlia è fuggito dalla mamma. Io penso che lei si è sentita molto ferita… loro non si sono incontrati mai più… il nonno ha cercato di far venire mia mamma in Italia però lei è rimasta con la nonna. Però siamo rimasti in contatto. Noi andavamo, cioè io c’ho più famiglia giù a Roseto degli Abbruzzi… (Magari su questo ci torniamo un secondo, perché prima ha menzionato, giusto per non perdere il filo del discorso, la questione dell’Informbirò dell’altro nonno, cosa accadde?) Cosa accadde? Questo era la čistka, quando c’è una pulizia degli intellettuali del partito perché mio… cioè quello che diceva la famiglia del nonno. Quel bisnonno che dicevo lui era il rappresentante delle ferrovie jugoslave a Fiume. Aveva una posizione molto in alto. Aveva uno stipendio quasi come un ministro, come i direttori dei ginnasi, erano classe nel regno di Jugoslavia. Erano abbastanza benestanti però il mio nonno a Zagabria, studiando, era diventato della gioventù di sinistra. Non so se era dello proprio SKOJ, Savez komunističke omladine Jugoslavije, non so ma comunque qualcosa di simile. E la mamma, questa bisnonna, la Teta Bakica ha trovato dei volantini che lui nascondeva nel grano… e… ha fatto vedere al bisnonno. Il bisnonno ha chiamato questo nonno, io lo chiamo nonno perché mi ha educato come un padre, forse più del mio padre vero e… l’ha chiamato nel suo studio, lui tutto impaurito su che cosa dirà perché l’ha visto molto severo e ha visto che il bisnonno stava piangendo e gli ha detto: “Stai attento perché la rivoluzione mangia i propri figli.” (Una frase molto carica e importante e in effetti…) E in effetti… lui tutto contento che era andato liscio perché non era in castigo e tutto quanto, poi… dopo la guerra era membro del partito o non so quale cosa… (Non è stato partigiano?) No, non è stato partigiano, no… era questo periodo dell’Informbirò, quando una volta… l’hanno portato via. L’hanno portato via, adesso io non so, lui è tornato nel ‘56 penso. Allora questo doveva essere nel ‘53… o ‘57 è tornato, non so… (E… diciamo da un punto di vista storico, soprattutto nell’area fiumana è famosa la vicenda dei monfalconesi, aveva dei legami o nessun legame con i monfalconesi?) Quelli che sono venuti dopo la guerra? (Sì.) No, no. (Non nel senso che fosse partito con loro, ovviamente, ma in quanto diciamo circolo di cominformisti…) No, no… lui lavorava, quella volta, alle ferrovie perché il padre magari non era più altolocato, l’hanno abbassato.. (Lui è stato a Goli Otok?) È stato a Goli Otok. Infatti l’hanno accusato… cioè lui è riuscito a passare questo foglio della condanna alla nonna dove scrive: “in giorno non determinato, davanti a persone non determinate ha detto che la Jugoslavia è il paese più ricco del mondo perché ha la violetta bianca che pesa 100 chili.” E questa è un’allusione a Tito perché c’è quella canzone popolare che dice: “Druže Tito, ljubice bijela, tebi si kunemo, omladina cijena” o qualcosa del genere. (Era un’offesa a una carica centrale…) Lesa maestà come dicono. Era stato condannato a cinque anni di lavori forzati. Prima a era a Lepoglava, poi era a Mileća e poi era a Goli Otok. E da Goli Otok è stato graziato per il giorno della Repubblica, il 29 novembre. Adesso io non ricordo l’anno perché non ricordo questo periodo. È tornato a casa e aveva il dossier bianco… Cioè gli hanno detto: “Sei stato in viaggio di lavoro.” Nel suo dossier non è stato mai condannato, mai accusato… però in quel periodo quando lui è stato chiuso, la mia nonna ha perso il lavoro. Li hanno sfrattati. La mamma è tornata dalla scuola, li hanno sfrattati e li hanno messi tutti in una stanza. Quella volta abitavano a Mattuglie e lei perché non aveva dove andare è tornata a Laurana con la nonna perché non aveva dove andare. (E c’era differenza nell’aria in questa fase da parte di vicini e amici?) Dei vicini non soltanto, però, sicuramente sì. Lei non potevamo lavorare, la mamma andava scuola. Poi la mamma ha avuto problemi a scuola sia perché parlava l’italiano e parlava male croato. Il padre era uno che non era qui… cioè il, come si dice… il… no padrino… aveva dell’Informbirò… l’hanno abbastanza “bullying” si direbbe oggi… (Bullizzata, si percepiva quindi all’epoca un’aria pesante?) Era D’Emilio e so che disegnava molto bene, allora ha dovuto scrivere, fare dei trasparenti, quella volta, quando andavano a… costruire l’autostrada, cioè questa strada Autoput “Bratstvo i Jedinstvo,” quella strada che porta dai Giardini verso il Cantiere, lì dove hanno abbattuto la chiesa per costruire questa strada. Lì davanti al Novi List, quella era. (E lei ha partecipato?) Sì, ha dovuto. Erano proprio… volontari e sono partiti a Natale perché quella volta… insomma volevo dire che lei non capiva bene le lingua. Ha visto in un qualche film, documentario, “Mi gradimo Autoput, Autoput gradi nas.” E poi c’erano questi altri politicamente corretti che si chiedevano: “D’Emilio che cosa vuol dire con questa parola? Che significato è?” Cioè sempre avevano… lei ha soltanto copiato un… non capivo neanche lei quello che voleva dire… Però le suonava bene e ha fatto questo trasparente. (E il rapporto… ora parliamo un attimo di sua madre e poi torniamo a lei. Il rapporto di sua madre con la Comunità degli italiani come è stato in questi anni?) Allora, lei deve sapere che… lei non è mai stato membro del sodalizio, diciamo. A parte perché il sodalizio era abbastanza… politicamente… era politico… Voleva stare molto lontana dalla politica mia madre e tutta la figlia. Lei non so se sa che la bandiera della Comunità era il tricolore italiano con la stella a cinque punte. Però erano… era molto… political correct ma in senso jugoslavo… Tra l’altro facevano problemi a quelli che non erano… soprattutto gli altri italiani quelli che erano religiosi, creavano problemi a quelli che stavano vicino alla Chiesa, che andavano alla messa… così mia madre voleva stare sempre fuori. Non stata mai membro del sodalizio, della Comunità degli italiani, finché 30 anni fa non hanno fondato la comunità a Lovran. Anche lei è una delle fondatrici, diciamo, lei e due sue amiche hanno deciso di fondare la comunità degli italiani di Lovran più… più per preservare le loro memorie, il loro modo di vivere che altro, c’era la Cecilia Slani che era la direttrice di una scuola qua a Fiume. E c’era la Kontus, la Irene Kontus, lei è fiumana… cioè lei era di Fianona, però viveva a Fiume e poi hanno fatto la casa a Lovran e loro tre hanno deciso. E durante un caffè hanno deciso. (Ci fu ovviamente un mutamento storico importante…) Questo 30 anni fa, quando si è formata la Croazia, quando si è riformato il comune di Lovran perché Lovran era già comune nel passato, poi durante la Jugoslavia è stato annesso al comune di Opatija e poi dopo la Jugoslavia hanno fatto il comune di Lovran… che probabilmente adesso di nuovo lo metteranno di nuovo insieme perché ormai tanti comuni… non ha più senso… (Soltanto una questione riguarda il periodo dell’esodo. Come fu vissuto dalla famiglia e da sua madre in particolare? Cioè questi movimenti come impattarono? Ci fu mai un discorso di partire o meno?) No, non c’era perché il nonno è andato lì e non è andato a casa. Cioè dove vanno? Perché non hanno nessun appoggio. La famiglia tutta stava lì. Beh, però la nonna non poteva andare dalla famiglia… magari era rimasta in buoni rapporti con… con i fratelli e le sorelle del nonno però poi hanno perso il contatto… ci sono quelli che sono andati via, quelli che sono scappati e anche quelli che sono stati uccisi durante il tentativo di oltrepassare il confine… (Parliamo della situazione generale o anche di conoscenti?) Anche di conoscenti… adesso io non so chi sono. La mamma lo sapeva chi erano. (Ed ebbe psicologicamente un impatto sulla famiglia?) Non è che se ne parlava tanto. Poi c’è adesso… c’è poi… penso che oggi un sentimento è che… che sarebbe stato meglio per tutti noi se loro fossero rimasti qui, invece sono, non codardi, non si può dire, sono andati lì e ci hanno lasciato… gli altri connazionali… lauranesi perché è difficile parlare di connazionali come italiani perché ci sono molti lauranesi che sono croati e anche tedeschi che sono andati via. Cioè… a Lovran quello che so… non è che la gente si divideva tanto per la nazionalità. (Questo è molto interessante, ovviamente il panorama è multiculturale. E mi chiedevo se lei in comparazione… facciamo un po’ questo esercizio di comparazione, chiamiamola italianità che va poi declinata a livello territoriale con i dialetti e così via, vede differenze, è una generalizzazione, quindi non è scientifico quello che le sto chiedendo, ma comparando gli italiani della Penisola politica e gli italiani di Laurana e di Fiume…) No, sono come due popoli diversi. (Può un po’ espandere su questo pensiero?) È come dire… anche, per esempio, noi siamo sulla penisola istriana, no? E c’è il Monte Maggiore che ci divide. Noi dovremmo essere istriani però non ci sentiamo istriani. Gli istriani sono quelli oltre l’Učka, oltre il Monte Maggiore. Siamo più quarnerini, del litorale croato, della Liburnia così… c’è, non so, anche per la gente… per i triestini, per Venezia, ma tutti quelli oltre Venezia sono “italiani.” È italian. Magari si dice venezian, un triestin. Forse dipende da quella che una volta era una parte d’Italia asburgica. Cioè quello è nostro, tutto quello è altro. Non come atteggiamento ma come percepire, no? (E proprio su questo… ovviamente parliamo anche della sua esperienza, lei in Italia, non parlo adesso… al di là dei rapporti che mantenne con la famiglia in Abruzzo. Lei andava spesso a Trieste?) Sì. No, spesso no… a mia mamma non le piaceva andare spesso a Trieste perché non le piaceva il modo in cui ci trattavano. (Come vi trattavano?) Siccome lei capiva quello che le dicevano le commesse nei negozi, allora sentiva anche dei commenti su… “attenti a quelli lì che non rubino qualcosa.” Allora lei non lo sopportava… La nonna sì perché era una che viaggiava ma la mamma c’andava poche volte a Trieste. (E in quelle volte si andava a comprare qualcosa di particolare al mercato?) Vabbè, come tutti i… almeno per me, l’Italia era sempre un paese dei balocchi perché qui non c’era niente, sopratutto per un bambino… deve sapere che io sono cresciuto coi libri di mia mamma che c’aveva un libro di Topolino di Walt Disney, però topolino degli anni ‘30, quando non c’era… per me Topolino era anche come un sinonimo dell’Italia perché il nonno e anche la sua seconda moglie quando ci mancava i pacchi mi metteva i giornalini Topolino e Paperino, questo era per me… “Oh…” (Quindi le lettura in italiano erano fondamentalmente importate tramite questi legami familiari?) Sì. No, qui non si comprava niente perché non c’era. C’era l’EDIT che… pubblicava poco però erano sempre libri di mia mamma che si leggevano. Questi libri suoi anche i libri di scuola con tutti i fasci dentro. Si nascondeva però io guardavo questi libri che mi ricordo erano in soffitta. Poi so che la mamma mi leggeva soprattutto Rodari e… anche… anche qualcosa su Sandokan perché c’aveva questi. Rodari è venuto dopo… (E non vi erano rapporti con, non so, autori locali, poeti?) No, guardi noi c’abbiamo quel Viktor Car Emin, locale che neanche poco abbiamo goduto… io ho letto perché mi ha incuriosito ma non era parte della… della lektira, della lettura a scuola. (E lei pensa con la transizione, con la seconda transizione dalla Jugoslavia alla Croazia abbia un po’ aiutato anche a una riscoperta di questa? Non ha cambiato molto?) No, c’è… chi ha fatto… io ho trovato a casa dei libri di scrittori fiumani che scrivevano prima… Fiumani ma sconosciuti, c’è quell’Aljoša Pužar ha fatto una rivisitazione o qualcosa… (Parliamo di quando c’erano Ramous, di Sequi, di questi scrittori?) Durante il periodo quando Fiume era sotto l’Italia. (E continuiamo sul discorso sulla sua educazione, quindi lei dove fa il liceo?) A Opatija. (E, non so, parliamo di quali anni?) Fino al ‘76, (Quindi… vive diciamo anni molto importanti della Jugoslavia perché quattro anni dopo morirà Tito, iniziano ad esserci… magari anche i primi sentori, prima ha menzionato la primavera croata, quale era in questo suo momento di formazione, perché iniziava a maturare alcuni pensieri critici. Qual era la sua idea di Jugoslavia? Vivere, crescere in che modo l’ha impattata, quali erano i suoi pensieri?) Stare lì perché dovevi stare lì, non ci pensavi. Io prima dicevo che l’Italia era il paese di balocchi perché anche dei giocattoli quando sia andava giù, poche volte si andava perché era molto difficile anche procurare il permesso di viaggiare… però, non so, c’hanno portato al mercatino, io ho visto gli autoscontri, ho visto il Luna Park, ho visto… i come si chiama, quegli apparecchi… quelle palline colorate. Da noi era tutto grigio, invece lì… Poi i dischi, le canzone… (Quindi è in comparazione a qualcos altro, era una mancanza perché uno vedeva qualcos’altro che c’era e questo è molto importante. Se uno rimuove per un secondo questo aspetto? Com’era stare in Jugoslavia?) Tranquillo… a quell’età non pensi. Non sei politicamente conscio che puoi fare dei cambiamenti. Agire e provocare dei cambiamenti. Però io a scuola, molto spesso, quando dicevo che andavo in Italia, sono stato sgridato dalla maestra che diceva: “Basta con la tua Italia…” Io capisco forse anche un po’ la gelosia della gente. (Ma lei è stato sgridato perché, non so, era una lezione di geografia, di storia?) No, no, si parlava di qualcosa e io ho dissi “quando ero in Italia ho visto questo.” (Come esperienza…) E forse ero uno dei pochissimi che quella volta viaggiava, la gente non poteva uscire, poi anche… eravamo… almeno eravamo vestiti un po’ meglio perché ci mandavano da vestire, no? E allora… adesso c’è un po’ di gelosia, so che quando sono andato in prima classe, giù mi hanno regalato un astuccio di quei colori, le matite colorate di Giotto, c’ho questo astuccio di pelle, gli altri non c’avevano… Io non capivo che questo era qualcosa di speciale. (E su questo processo di acquisire un permesso-lasciapassare sa qualcosa di più specifico?) So che era molto complicato, so che erano denunciati. Poi si parlava che noi andiamo a comprare della macchina. So che hanno controllato… Al confine controllavano tutte le valigie controllavano e tutto quanto però si viaggiava due giorni per andare giù. Si andava con la nave fino ad Ancona, la nave si chiamava “Valfiorita”… (Della Jugolinija?) No, era italiana. Valfiorita si chiamava… penso che… è naugrafata da qualche parte. (E lei un po’ prima ha menzionato questa stratificazione d’italianità, quando invece era in Abruzzo che opinione aveva? Era un’altra Italia ancora?) Sì, è un po’ diverso. Senz’altro i gusti e senz’altro i profumi. Io ancora mi ricordo il profumo del… perché il nonno si è risposato ha avuto altri due figli. Cioè io e mio zio che ha tre mesi più di me e la zia che ha due anni più di me e noi eravamo tutti bambino. Mi ricordo anche il profumo dei bagni perché stavamo quei vasi da notte con tutto quel Lysol dentro e st’odore di Lysol… (E andava mai d’estate là?) Sopratutto d’estate si andava, sì. Mi ricordo le pinne, per esempio. Da noi non si trovavano. (E una domanda riguardo l’estate, perché siamo in un’area molto turistica, vi era un momento in cui gli italiani, non solo triestini ma anche veneti iniziavano a venire? In che rapporto eravate? Come li vedevate?) Allora, qui ero già grandicello, come prima veniva una classe che io mi ricordo che era… adesso rimpiango che questi italiani non vengono più perché erano molto gentili, molto eleganti. Era gente molto, molto cortese e poi, quando avevo quattordici… noi sempre guardavamo questi giovanotti come sono vestiti perché sapevamo che la stagione prossima questa sarà la moda, potevamo imitarli… (Era un status symbol?) Da noi sempre c’era quell’immagine dell’Italia come ho detto. (Parlando di costume, ovviamente questo era molto, molto, individuale ma qual era il suo rapporto anche con la musica italiana e la musica locale… se… arrivava?) Certo, noi siamo cresciuti con Sanremo. Poi la mia nonna c’aveva anche una collezione di dischi. Quando è rimasta senza lavoro ha dovuto vendere ma anche la sua collezione… ha venduto questi dischi alla stazione della radio, qui, fiumana, hanno comprato… Adesso mi è sfuggito volevo qualcosa dire… Si cantavano anche delle canzoni… adesso mi viene da ridere perché c’era una trasmissione alla radio che si chiamava “La musica della naftalina” che facevano tutti Schlager, tutti italiani degli anni ‘30 e la mia mamma fischiettava, cantava questo… adesso mi sfugge, non so, “Ma le rose no…” “Abbassa la tua radio…” Questo a me sembrava musica antica però ci sono certe cose di… di… cose moderne che sono ancora più vecchie di quelle canzoni di allora. (E che lei si ricorda Radio Fiume trasmetteva musica contemporanea anche del tempo?) Sì, sì. I primi anni che erano… Era il twist, non so “Guarda come dondolo,” poi c’era “Tintarella di Luna,” poi… che è stato tradotto anche in croato… le due Eni penso che cantavano… le sorelle non sono sicuro. Molte canzoni italiane erano tradotte. Rimusicate poi Modugno… Robertino quella volta. Lo conosce Robertino? Era un bambino, molto famoso in Italia. Gianni Morando quando ero già in ginnasio, i miei mi avevano anche regalato il berretto con la G in onore… (E parliamo del periodo del liceo? Ha fatto tutta la cosiddetta verticale in croato? Il passaggio dal liceo, lei ha fatto l’università?) Sì. (Dove l’ha fatta?) Qui a Fiume. (E diciamo nella sua vita universitaria…) Allora, all’universitaria ho incontrato per la prima volta la gente che ha fatto il liceo italiano… che ha fatto le scuole italiane. Quelli che appartenevano al Circolo qui… che erano un po’ come, ancora io l’ho visto. Si tenevano un po’ speciali. Io sentivo che loro si sentono diversi dagli altri che hanno fatto le scuole croate perché loro hanno avuto anche possibilità di viaggiare di più perché la loro comunità organizzava questi viaggi in Italia, poi c’aveva la borsa studio. C’aveva questi buoni che potevano andare a Trieste e comprare dei libri… (E quindi loro… era anche un elemento di identificazione tra di loro…) Sì, però quella volta… non tutti sono fiumani né tutti sono italiani quelli che hanno fatto il liceo fiumano. Prima pensavo non è che soltanto per gli italiani. Ho visto altri cognomi, altri nomi tra di loro. (E lei faceva un po’ la spola tra Laurana e Fiume?) Io viaggiavo tutti i giorni perché quella volta ogni 20 minuti c’era la linea, adesso va più di rado, quella volta era abbastanza… (E seguiva qualche evento culturale anche qua?) Sì, il teatro, soprattutto il teatro, sia il Dramma italiano che quello croato. Sopratutto l’opera e i concerti. Io ho studiato anche la musica. (E da un punto di vista di utilizzo… questa è una domanda molto personale, ma lei i toponimi, i luoghi… come si rapporta?) Dipende da con chi parlo. Se parlo con un italiano, dico in italiano. (Tipo via Roma?) Via Roma è anche oggi via Roma… Cioè non si chiamava via Roma ma per noi è via Roma. Pomerio è Pomerio. Potok è Potok. Žabica è Žabica. I Giardini sono Giardini, la Mlaca la chiamiamo noi. Poi le Podmurvice, qualcuno dice Gelsi, io dico Podmurvice. Tersatto dipende, se parlo con un italiano dico Tersatto, non dico Trst. (E in funzione con chi l’ascolta in quel momento, qui lei parla molto in questo senso…) Abbazia, Ičići, Monte Maggiore, Pola, dipende… (Da quanto tempo lavora dove è adesso?) Sono prossimo alla pensione [ride]. (E ha acquisito una certa familiarità con la cosiddetta fiumanità?) Penso che la fiumanità… la vera fiumanità non esiste più secondo me è più una cosa, tipo quello che hanno fatto tipo per “Fiume capitale della cultura.” Secondo me questo non ha nulla a che fare con Fiume-Fiume. La fiumanità esisteva quando nel Circolo c’erano… si organizzavano i balli, quando si organizzavano i balli in maschera. Quando si organizzavano degli eventi che tra di loro… adesso questo è sparito secondo me. (E lei lo lega a un atteggiamento diverso, a un modo di vivere?) A un modo di vivere… Perché lì la gente si incontrava per leggere, per suonare, l’orchestra, mandolinistica, era più chiuso, era molto più tra fiumani. Come a Laurana c’erano tipo la banda d’ottoni, un posto dove i lauranesi si riunivano per distanziarsi da quelli che sono venuti a vivere a Lovran dopo. Come pure adesso la comunità degli italiani di Laurana è pure un po’ così… (E secondo lei questo ha più a che fare con quelle che sono venuti rispetto a quelli che c’erano prima, al di là delle appartenenze etniche?) Secondo me sì, con quelli che sono venuti dopo… perché c’hanno imposto, cioè non c’hanno imposto hanno portato un modo di vivere diverso, anche nel parlare… Per esempio, io mi ricordo c’erano questi vicini per la padella, dicevano “sherpa,” per me questa è ancora oggi la parola più brutta che esista, “sherpa.” (Lei come la chiama?) Padella. (Dicevo in croato?) Ah, sì anche quando si parla in croato diciamo padella. Cioè “zdijela” però in famiglia sempre si dice “daj mi padellu” con la declinazione perché in croato si declina. (Quello è comunque stato un periodo in cui c’è stato uno shock sensibile?) Per me forse no, per me forse no, perché sono nato dopo. Però ricordo quando venivano… la Peppina che raccontava quando veniva i liberatori, sono entrati con la manna davanti e allora: “Banda gre, banda gre.” Cioè la banda d’ottoni ma quelli pensavano banda come banditi, cioè si poteva anche finire male. Poi so quello che la mamma diceva cioè prima della… della proiezione cinematografica si ballava il kolo che per loro era orrore. Cioè non si poteva capire. “Širi kolo, širi kolo” cioè “allarga il kolo.” Kolo è come danzare in cerchio, cioè allarga il cerchio e quella diceva: “Ma sir i kolo, sir i kolo. Cioè il formaggio e la ruota ma che vuol dire?” Non capivano. (E sua madre, mi scuso per questi salti, ma lei lo parlava già il croato?) Lei ha imparato a scuola il croato, prima a scuola, poi il dialetto locale. Mia madre il dialetto croato corretto non lo parla neanche oggi. Lei ha proprio problemi. Cioè all’orecchio a volte dice cose sbagliate, però all’orecchio suona bene e lei non vuole cambiare. (A una certa età c’è anche un comportamento diverso. E quindi su questa questione del kolo, invece lei ha fatto le scuole e usciva con gli amici?) Ma quello ormai… da noi quella volta non si sentiva la cosiddetta “ćirilica,” cioè la cosiddetta… cioè questo folk che si sentiva nelle caserme. Questa musica che a noi sembrava pure un orrore con tutte ste fisarmoniche però, adesso, la gioventù l’ascolta sai, questa musica che si chiamava “Turbofolk” ma quella volta era proprio di bassissimo gusto, considerato, anche tra noi giovani. Si ascoltava la musica leggera, io poi non ho sentito molto questo hard rock e tutte le cose che vennero dopo. (E ci traghettiamo anche verso l’ultima discussione che riguarda proprio gli ultimi anni della Jugoslavia e l’inizio della Repubblica di Croazia, come li ha vissuti quegli anni? Notava qualche cambiamento?) Sì, il cambiamento si notava mi ricordo quando ho fatto l’ultimo servizio lì, la riserva militare e io mi ricordo che c’era il colonnello… (Mi scusi dove ha fatto il servizio militare?) L’ho fatto in Vojvodina, a Novi Sad, in Serbia però dopo c’abbiamo questi esercizi di riserva e l’ultimo che si è fatto, si è fatto in Ilirska Bistrica, quando ci hanno radunato e lì già si sentiva che tutto andava in malora. Nessuno voleva ascoltare questi comandamenti degli ufficiali e tutto quanto. E mi ricordo che quella volta ho visto il film “Colonnello Redl” di chi è quel film? È conosciuto questo film, quando c’è un ballo… è ambientato in Austria alla fine dell’impero, c’è un ballo e c’è questo… uno danza con una donna e dice: “Ma contessa lei intende comprare una villa a Trieste? Non comprarla perché… fra poco ci sarà il disfacimento dell’Impero è meglio che lei rimanga in Ungheria…” Io sempre dicevo a un mio collega: “Ma quella volta la gente come sapeva che la fine si sta avvicinando, che non sia questa la fine?” (Di che anno parliamo se si ricorda?) ‘88. Penso che era ‘88… no… sì, sì, ‘88 perché io avevo già cominciato la specializzazione… (e poi lei come ha vissuto… come ha vissuto questa guerra?) Come l’ho vissuta? Allora… io quando c’era il referendum, io sapevo… cioè sentivo che… la fine non sarà pacifica che sarà la guerra. Anche dicevo a mia madre: “Qui ci sarà la guerra.” So che quando c’era il referendum per… come si dice… (Per l’indipendenza?) Che io sapevo che devo votare sì però ero consapevole che questo farà molto male al paese e a noi tutti quanti, però non si poteva dire di no perché era il momento un po’ di… è molto difficile dire… anche di liberarsi di questa liberazione diciamo serba, tra virgolette, che quella volta si sentiva più che prima… (C’erano anche narrazioni da parte dei nazionalisti serbi che emergevano chiaramente a giocare a carte scoperte e… la guerra diciamo finisce e lasciamo… Lei ha combattuto?) Io come medico stavo lì. Io stavo a Lika e mi hanno cioè… sono andato con l’ospedale perché a Gospić… un giorno tutti i serbi non si sono presentati a lavoro, tutti i serbi di Gospić. È successo prima a Otočac, un giorno i serbi non si sono presentati a lavoro e sono scomparsi dalla città… E alle due di pomeriggio hanno cominciato a bombardare la città. La prima vittima era un’anziana che è stata colpita nel giardino mentre raccoglieva le carote e una ragazzata incinta era al quinto mese… E due, tre giorni è successa la stessa cosa a Gospić, non sono venuti a lavorare i serbi, sono spariti, sono andati via. Addirittura hanno detto ai vicini croati: “stai attento ai miei animali,” non hanno detto a nessuno che cosa succederà, perché vanno via e dopo la mezzanotte hanno cominciato a bombardare Gospić, Gospić era bombardatissima, l’hanno distrutta, sembrava come Vukovar. (E lei in quel momento aveva… una vicinanza alla cultura italiana, però trovandosi là, in quel momento combattendo per … la sua identità come la vedeva? Difendeva uno stato? Una cultura vicina, cioè in che modo si proiettava la sua identità?) No, quella volta forse mi sentivo più croato che italiano anche se parlavo in italiano perché c’era il Fulvio Varljen che andavamo insieme. Poi ci sono dei nazionalisti, molto nazionalisti croati che erano lì e qualcuno ha scritto: “Forza Fiume” ha scritto su un graffito su e poi mi ha detto: “Sai che.. sai che.. quel chirurgo voleva ucciderti.” Come si chiamava… Benco, non c’aveva manco il cognome croato. Era nazionalista croato ma c’aveva il cognome… ceco… boemo. “Ah, stati attento, ti vogliono tagliare la testa perché hai scritto Forza Fiume.” Io non l’ho presa troppo sul serio però… insomma ho fatto pure l’interprete lì quando arrivarono le delegazioni italiane per gli aiuti. E ho fatto pure un’intervista per la Rai ma non so se l’hanno mai trasmessa perché non sapevo quello che dicevan… hanno poi smesso di bombardare la città, siamo usciti dallo scantinato dell’ospedale e io mi meravigliavo. Finalmente sentivo gli uccelli che cantavano… quello mi… ero entusiasta di quello… (E come è stato questo post della guerra, questo dopo? Come era in città ma anche a Laurana? La zona quarnerina come ha vissuto il post?) Allora a Laurana erano molti profughi. Profughi dalla Slovenia, tutti, tutti gli alberghi occupati. C’era una cosa interessante perché quella volta quando hanno chiuso, richiuso il nonno croato e la nonna è stata sfrattata c’era la Zora Harolds, loro erano di quei Volksdeutsche, lei l’ha aiutata e l’ha presa in casa. È successo che nel ‘91 a Osijek loro hanno dovuto fuggire e la nonna… sono venuti a vivere da noi. Hanno potuto ricambiare nella stessa maniera. Bon, italianità. Non so… non so come definire la mia italianità. Le ho detto che è sempre stato il paese del balocchi che non è purtroppo così. Sai l’Italia è cambiata sai. È cambiata sai. Cioè io mi ricordo quando andavo dopo, veramente ho visto il degrado, per esempio a Roseto degli Abruzzi “eri bella quando si Rosburgo” perché si chiamava Rosburgo e poi durante il fascismo l’hanno cambiata in Roseto … tutte queste ville. Poi, andando giù, ho visto che hanno chiuso il cinema, vedevo tossici, più erbaccia che cresce. Mi chiedevo che cosa succede. Quello si è trasferito da noi. Anche quello che ho visto giù, ho visto dopo anche a Lovran. Cioè un degrado… (C’è stato un impatto forte di questi cambiamenti…) Che non sono dovuti alla guerra, sono dovuti al… al… modo di vivere e modo di pensare. (E diciamo su questo perché le ho preso già parecchio tempo e queste sono davvero delle memorie centrali e intime. Ecco, ogni volta che qualcuno entra in questo cassetto intimo…) E l’unica cosa che forse… io forse come un’ostilità verso di me, l’ho forse sentita dalla mia maestra di storia. Però c’aveva sempre qualcosa contro di me… (Parliamo di maestra elementare?) Lei era figli… da Podhum… non so se il padre o entrambi i genitori sono stati uccisi a Podhum dagli italiani che poi a noi non c’hanno mai detto la verità di quello che è successo a Podhum. (Ecco, ora mi scuso per fare un attimo un salto, da un punto di visto proprio della storia perché poi questo è uno degli elementi che manca proprio da parte della storiografia italiana, che… la storia sopratutto quella precedente al fascismo o anche il fascismo? Come veniva presentata la multiculturalità dell’area?) No, no, si studiava… no… si studiava fino alla prima guerra mondiale, poi si passava alla storia jugoslava coll’accento sulla storia del partito comunista e attraverso la storia del partito comunista, la storia del regno di Jugoslavia e poi lo sfacimento. Del fascismo in Italia noi non l’abbiamo studiato, si menzionava ma non che abbiamo… (E dell’Austro-Ungheria nemmeno?) L’Austro-Ungheria, sì, soltanto nel rapporto con il regno di Croazia, regno sempre nell’ambito del regno Ungaro-Croato. (E nessun accenno anche su questioni locali, dei nobili locali o i contributi di storia locale?) No, locale, no. In generale si parlava. Le storie locali erano più nei giornali. Si leggeva su qualche articolo di qualche nobile che aveva fatto qualche cosa. (Ma nel periodo di transizione… vorrei fare un accenno solo sugli esuli, siamo in una fase storica diversa, in che modo si rapportano con chi è rimasto? So che è una famiglia eterogenea però che cambiamenti ha percepito?) La mia famiglia? (Sia la sua famiglia…) Io sono sempre stato ben accettato giù, dalla famiglia tutt’oggi siamo molto in contatto. E adesso la moglie del nonno è molto malata e vecchia. È praticamente ridotta a una pianta. C’è sempre la zia che è due anni che bada a lei. Mi chiama, collaboriamo e tutto quanto. Poi adesso gli zii sono tutti morti, sono rimasti i cugini ma con loro già si perde un po’… (E c’erano persone che venivano a Laurana?) Della famiglia? (Anche al di fuori della famiglia…) Poi quando venivano dei… quelli che sono esuli che venivano però si tenevano molto separati dagli altri. Loro hanno un po’ come un clan esclusivo. (Un po’ ricorda quello che aveva detto di quelli del Liceo, si creano delle bolle…) A Lovran c’è questa che poi era la Herta Gabler, che era austriaca anche di origini ebree perché suo fratello è stato portato ad Auschwitz, lei è rimasta, si è salvata, non si sa come. Però lei era come un’anima motrice della vita culturale di Lovran. Lei organizzava i balli, le… i gruppi di… di… che facevano delle rappresentazioni drammatiche. Lei ha continuato a fare questo anche con loro. Li radunava però sempre… fuori da noi altri. Non so perché. Sì, noi giovani andavamo a ballare d’estate però la generazione, almeno quella di mia mamma… non c’era… forse non lo so se questo è accaduto perché la mamma non è come italiana… italiana del posto, la nonna sì. Lei mi diceva che a scuola sempre la prendevano in giro, dietro le spalle la chiamavano “è” nel senso che tutti dicono “xe” e lei sempre diceva “è”… (E concludiamo con una sua idea del futuro della comunità degli italiani?) Morirà per morte naturale. (Non ha buoni presagi? Cosa pensa?) Penso che come il Liceo è diventato una scuola un po’ esclusiva, diciamo, perché ormai sono pochi gli italiani che vanno. Sono gente delle altre… altre nazionalità diciamo. Non ho niente di contrario. Ci sono persino dei cinesi che adesso vanno al Liceo… però la gente si è mischiata troppo. Durante il fascismo l’italianizzazione era forzata. Volendo o non volendo dovevi essere italiano, poi ci sono quelli che hanno aderito di più e quelli che hanno aderito di meno. Certo quelli che si sentivano italiani hanno continuato a fare le scuole ed era più facile per loro. Se vivevano a Fiume era ancora più facile per loro. Io, da Lovran, conosco soltanto una persona, adesso, ne conosco due, una è la Lidia Percich, che ha fatto il Liceo, però lei aveva la possibilità di viaggiare e adesso c’è il nipote di quella Irena Kontus, che ha fatto il Liceo pure però c’aveva la zia che lavorava a Fiume, la portava tutti i giorni e l’aspettava di portarla a Lovran… cioè se uno non ha proprio. Quelli di Opatija è più facile però Lovran è un po’ lontanuccia… (va bene, allora, con questo se non ho altro d’aggiungere… La ringrazio per il tempo che ha messo a disposizione.)